Emanuela Del Re
Emanuela Del Re, rappresentante speciale per il Sahel dell’Ue (Getty Images).
Emanuela Del Re
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Del Re: «Il Sahel è in fibrillazione, ma non è l'Afghanistan»

Emanuela Del Re è la rappresentante speciale per il Sahel dell’Unione europea. Ex viceministro degli Esteri di estrazione grillina, conosce a fondo l’Africa.

Nel 2021 ci sono stati quattro golpe in Africa tutti a nord dell'Equatore (Sudan, Mali, Ciad e Guinea). E attorno a Natale qualcosa di simile accadeva in Somalia. È il ritorno dei colonnelli?

«Le statistiche su quanti colpi di Stato abbiano avuto luogo in Africa nell’ultimo secolo e mezzo sono diffusissime in rete, quasi si trattasse di un macabro gioco di Risiko. Ma bisogna andare alle radici dei colpi di stato, spesso usati come strumenti per il cambiamento politico, elemento che fa riflettere. Tra i fattori causali infatti, oltre alle drammatiche condizioni socio-economiche dei paesi, la mancanza di unità tra gli attori internazionali e conseguente mancanza di efficacia nelle reazioni e politiche, c’è la mancanza di alternanza della leadersahip con leader al potere per anni senza regolari processi democratici come le elezioni. L’impunità, il non rispetto dei diritti umani/politici esacerbano la popolazione e la scarsa circolazione di informazioni favoriscono la presa di potere da parte di golpisti, spesso militari. Leadership distanti dalle popolazioni che si sentono spesso minacciate, insicure, fragili di fronte a sfide enormi come l’Islam radicale o più recentemente il Covid-19. Il vero problema è che questi colpi di stato rischiano di vanificare i successi ottenuti negli anni, soprattutto per quanto riguarda le conquiste democratiche degli ultimi decenni. Davvero bastano un po’ di armi per far crollare tutto? Se fosse così allora bisogna insistere proprio sulla democrazia, perché spesso i golpisti ottengono successo tra il popolo, perché le motivazioni per il golpe sono spesso ricondotte alla corruzione alla povertà e non alla risposta da parte dei leader. Il ritorno ai colpi di Stato sta nella scarsa fiducia da parte della popolazione nelle elezioni, ad esempio. Il problema è che di certo i colpi di stato non sono un canale per ottenere la democrazia, come invece ideologicamente i golpisti in Africa affermano. La mia esperienza nel Sahel mi permette di seguire il vibrante dibattito politico/filosofico in atto nella regione, che però non trova veramente ascolto. La comunità internazionale giustamente si concentra sulle elezioni come elemento fondante della democrazia, ma è necessario accompagnare il processo con un robusto sostegno al dibattito democratico, alla governance e alle strutture amministrative per sostenerlo e permettere una vera interiorizzazione del concetto di Stato di diritto. Altrimenti in che modo si possono contrastare i colpi di Stato?».

Nel Sahel i francesi stanno dimezzando le truppe e con la task force Takuba hanno fatto arrivare gli europei compresi gli italiani. Rischiamo di restare con il cerino in mano nell'Afghanistan dell'Africa?

«Il Sahel non è l'Afghanistan. Non credo sia opportuno fare parallelismi: la situazione è diversa sia per quanto riguarda gli attori, sia per la natura delle missioni, sia per il contesto. È vero però che l’Afghanistan ha portato a riflessioni su come meglio rispondere al bisogno di sicurezza in zone come il Sahel. Parigi ha voluto riformulare la propria presenza oltre la missione Barkhane, con una dimensione più europea e multilaterale, in questo senso mettendosi al passo con i tempi. Con la missione Takuba la Francia propone una dimensione più europea nella strategia di sicurezza, anche per rispondere alle critiche interne in merito all’opportunità di sostenere una missione che è costata la vita di numerosi soldati francesi. In un momento in cui il Sahel è considerato la questione più importante sul tavolo dell’Ue, una condivisione di prospettiva in ambito sicurezza è necessaria. Inoltre, la partecipazione di numerosi paesi europei a Takuba dimostra un’aumentata consapevolezza sulla necessità di agire sul piano della sicurezza per garantire lo sviluppo nell’interesse di tutti, in quella che definisco la vera frontiera meridionale dell’Europa. Non ci sono solo paesi motivati da prossimità geografica, ad esempio, ma anche Estonia, Svezia, consapevoli che la loro azione in Africa li pone come produttori di sicurezza in un’ottica di protezione globale. Una protezione e aspirazione alla stabilizzazione che per l'Unione Europea riflette l’ambizione di realizzare il nesso sicurezza-sviluppo nel Sahel mettendo in atto il principio di partnership fra Ue e Africa che prevede di trovare soluzioni di interesse comune e raggiungere obiettivi di stabilità e sostenibilità. Mai come in questo momento storico i Paesi europei mostrano volontà di agire, considerato che proprio vista la presenza di competitor nell’area, bisogna cogliere l’attimo. La partecipazione italiana alla missione Takuba ha una specificità legata alle attività Medevac (evacuazione medica) in cui la professionalità italiana è riconosciuta nel mondo. Lo sviluppo di questa maturità condivisa in ambito sicurezza pone i paesi dell’Ue e l’Europa stessa come riferimento fondamentale per i paesi del Sahel. Può contrastare anche l’affermarsi di attori come Cina e Russia, ma, come ripeto sempre, solo se le nostre azioni saranno sempre condotte in stretta collaborazione e concertazione con i paesi del Sahel».

I russi sono buoni amici della giunta militare in Mali. L'Europa e gli Usa sono preoccupati di un possibile arrivo di contractor legati al Cremlino. È un problema l'influenza di Mosca?

«La Russia ha rapporti storici con il Mali di cui è uno dei principali partner anche commerciali. Lo stesso presidente Goïta (il colonnello golpista, nda) e molti membri dell'esecutivo attuale (ma anche dei governi precedenti) si sono formati in Russia e con Mosca mantengono rapporti profondi che non possono essere ignorati. Come ho detto al Presidente Goïta quando l’ho incontrato recentemente, un eventuale accordo con la società paramilitare Wagner – società privata - rappresenta per l’Unione Europea una linea rossa da non oltrepassare. La questione della presenza russa nel Sahel è legata a equilibri che vanno al di là della regione, ad esempio per via dei rapporti con l’Algeria. Nonostante però manifestazioni a favore della Russia da parte di piccoli gruppi nella regione, l’Ue resta il partner più importante per il Sahel, i cui paesi sanno bene cosa comporterebbe perdere tale rapporto. L’UE è chiara sulla questione Wagner, ma pur avendo definito il quadro giuridico per le sanzioni al Mali, continua a considerare essenziale il dialogo, anche tenendo conto della complessità della situazione interna al Mali».

L'Africa a nord dell'Equatore sta scivolando nel caos?

«L'Africa del nord e il Sahel stanno vivendo un momento di grandi fibrillazioni dovute a una commistione tra sfide contemporanee ed eredità storiche ingombranti, alla ricerca di una identità in grado di risolvere i problemi di sicurezza e portare lo sviluppo. L’origine delle crisi sta, per quanto riguarda il Sahel, nella scarsa sostenibilità dei processi democratici, spesso problematici o incompleti - e la non sempre tempestiva ed efficace reazione dei partner internazionali - , nella mancanza di accesso ai servizi di base, nel declino delle libertà civili e dei diritti politici, nella distanza tra centro e periferia, nella classe politica distante dai bisogni delle popolazioni. Su tutto aleggia il problema della sicurezza, per cui la lotta contro il terrorismo e i gruppi armati resta sempre la priorità rispetto a ogni altro bisogno. Questo ha permesso che si creassero fessure nel sistema attraverso le quali nuove leadership hanno saputo affermarsi con colpi di Stato. Si tratta di situazioni diverse tra loro. Il Ciad, ad esempio, sta mettendo in atto una transizione che si basa per prima cosa sulla riconciliazione nazionale, con una serie di tappe nell’arco di 18 mesi, e dal rispetto di tale lasso temporale dipende anche il sostegno dell’Ue. Il Mali ha delineato una roadmap ma afferma di essere bloccato dalle questioni di sicurezza. In questo contesto in cui è necessario davvero definire le transizioni in modo concreto, emerge anche l’urgenza per gli attori internazionali - l’Ue in primis, e Ecowas (Comunità economica degli Stati dell'Africa Occidentale), Ua (Unione africana), singoli stati membri dell’Ue, gli Usa - di coordinarsi di più e meglio. L’interesse comune è un catalizzatore politico importantissimo che può far sì che dal caos possa emergere l’ordine. Dalla mia esperienza in questi mesi nei paesi del Sahel parlando con i leader così come con la società civile e la popolazione in genere, appare chiaro che nessuno vuole il caos, ma pochi sanno cosa sia l’ordine. Per questo l’Ue insiste sul bisogno di governance, perché è da questo che può avere origine il futuro».


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