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I problemi dell'influenza cinese sulla Grecia

Mercoledì scorso, i dipendenti del gigante cinese Cosco hanno indetto uno sciopero duro al porto del Pireo. Atene per ora prosegue a rafforzare i legami con Pechino. Ma crescono i timori

La sempre più profonda penetrazione cinese in Grecia comincia a produrre delle serie turbolenze. Lo scorso 27 ottobre, i dipendenti del gigante cinese Cosco hanno indetto uno sciopero di 24 ore, dopo che un lavoratore quarantacinquenne è rimasto ucciso in un incidente verificatosi in un molo per container del porto del Pireo. Secondo quanto riferito dalla testata Euractiv, "i lavoratori portuali arrabbiati e l'opposizione si lamentano da tempo delle dure condizioni di lavoro che causano affaticamento a lungo termine e malattie professionali dei dipendenti". "Il subappalto e i rapporti di lavoro precari consentono ai datori di lavoro di ricattare i dipendenti e, con il timore del licenziamento, di imporre condizioni miserabili", ha dichiarato il partito di sinistra Syriza in un comunicato. Di condizioni di lavoro pessime hanno parlato anche i sindacati. Più nel dettaglio, l'opposizione sta accusando il governo di centrodestra, guidato dal partito Nuova Democrazia, di aver introdotto delle norme a tutela di Cosco per far ricadere le responsabilità sugli appaltatori.

Ricordiamo che il gigante navale cinese ha acquisito il 51% del Pireo nel 2016: una quota che, appena martedì scorso, è salita al 67% (e questo nonostante l'accordo di cinque anni fa subordinasse l'aumento della quota alla realizzazione di investimenti che i cinesi non hanno tuttavia completato). L'influenza di Pechino sulla Grecia è progressivamente aumentata a seguito della crisi economica in cui Atene piombò a partire dal 2009. In questi anni, tale influenza si è consolidata, innescando delle preoccupazioni sia in Europa che negli Stati Uniti. Il caso greco è infatti innanzitutto un esempio di dove può spingersi l'imperialismo economico del Dragone. In secondo luogo, si scorge anche un problema di sicurezza: non dimentichiamo infatti che Atene faccia parte dell'Alleanza Atlantica. Quella stessa Alleanza Atlantica che, appena lo scorso giugno, ha per la prima volta messo ufficialmente nel mirino le mire politiche e militari della Repubblica popolare. Un ulteriore fronte caldo è quello delle Olimpiadi invernali previste a Pechino per il prossimo anno: se il Parlamento europeo – in ragione della violazione dei diritti umani – ha approvato alcuni mesi fa una risoluzione non vincolante per esortare i leader europei a non partecipare alla cerimonia di apertura, il premier greco, Kyriakos Mitsotakis, ha già accettato l'invito a prendervi parte.

In tutto questo, mercoledì scorso il ministro degli Esteri cinese Wang Yi, si è recato in visita ad Atene per rafforzare la cooperazione economica tra i due Paesi. "Attendiamo con impazienza nuovi progetti di investimento nel più grande porto del Mediterraneo, uno dei più grandi al mondo", ha detto il ministro degli Esteri greco, Nikos Dendias, a seguito dell'incontro. Secondo l'Associated Press, "Wang ha descritto il coinvolgimento della Cina nel Pireo come un progetto 'emblematico' della Belt and Road Initiative e un modello per una cooperazione reciprocamente vantaggiosa". Insomma, nonostante le turbolenze interne e internazionali, Pechino e Atene restano al momento fortemente legate. Il Dragone vuole d'altronde fare leva sulla Grecia per conseguire vari obiettivi: avere una porta d'influenza sull'Unione europea e sulla Nato, oltre che – in secondo luogo – rafforzare la propria proiezione verso i Balcani.

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