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Kiev avanza e punta a Kherson, che Mosca non può perdere

Il Generale Maurizio Boni analizza i motivi e le conseguenze dell'avanzata ucraina in Donbass

La riconquista ucraina di Izyum, che ha consegnato nelle mani di Kiev il distretto amministrativo di Kharkiv, ha posto fine, almeno sino al prossimo anno, alla prospettiva che la Russia possa conseguire l’obiettivo di completare la conquista del Donbass e, ancora meno, a perseguire ambizioni velleitarie nel settore meridionale oltre Kherson minacciando Odessa. Quali sono i motivi di questa ulteriore débâcle dell’esercito della Federazione russa e quali sono le conseguenze sull’andamento generale del conflitto?

Le ragioni vanno ricercate nel confronto dei disegni operativi dei due contendenti. La priorità strategica di Kiev è di impedire ai russi di impiegare forze tratte dai settori settentrionale e meridionale per concludere la partita del Donbass conquistando il settore amministrativo di Donetsk. Con il contrattacco sferrato a Kherson alla fine del mese di luglio hanno costretto gli invasori a distogliere forze dal settore orientale e nordorientale per rinforzare le difese a sud. Così facendo, i russi hanno creato le premesse per il disastro della riconquista ucraina dell’intero distretto di Kharkiv due mesi più tardi.

Per Kiev riprendere Kherson è di fondamentale importanza per riprendere il controllo di una regione economicamente vitale ma, soprattutto, per sbarrare il passo a un’avanzata russa verso Mykolaiv la conquista della quale da parte di Mosca aprirebbe l’itinerario terrestre verso Odessa. Perdere Kherson, d'altra parte, sarebbe disastroso per la Russia, per le ragioni opposte a quelle di Kiev: non sarebbe loro possibile completare il controllo del Mar Nero e verrebbe cancellata una delle vittorie più inequivocabili dei russi (Kherson fu la prima grande città a cadere nelle mani degli invasori durante la prima fase del conflitto) facendo perdere loro la faccia.

Con i russi in difficoltà a sud l’esercito di Kiev ha travolto le deboli difese di Mosca nel settore di Kharkiv dove la città capoluogo assieme a Kupiansk e Izyum erano state trasformate dalle forze di occupazione in importanti snodi logistici data la prossimità con l’altrettanto importante hub logistico di Belgorod a poche decine di chilometri di distanza in territorio russo. Aver sguarnito quel settore del fronte ha consentito agli ucraini di conseguire due obiettivi operativi importantissimi: neutralizzare il sostegno logistico russo in tutte le sue articolazioni del settore nordorientale, e minacciare il fianco destro delle unità russe impegnate nelle azioni offensive nel Donetsk costringendole, di fatto, ripiegare per non essere circondate. Una regìa della controffensiva di grande livello, sicuramente di matrice tricolore, statunitense, inglese e ucraina, assistita dalla sofisticatissima tecnologia occidentale che permette un monitoraggio e controllo di tutti i settori del fronte in tempo reale. Le forze di Kiev hanno colpito quando hanno avuto la certezza che i russi avevano distratto una quantità critica di forze dal fulcro dell’offensiva.

Ora Mosca deve impedire che le azioni offensive ucraine proseguano da Izyum verso sud est e che Kiev raggiunga il Mar Nero oltre Kherson a sud. Il problema è che non dispone di risorse sufficienti per organizzare nuove linee difensive a nord est e contrattaccare nel Donetsk, avendo concentrato gran parte delle sue risorse operative a Kherson. Nel corso della ritirata da Kharkiv i russi hanno abbandonato centinaia di veicoli corazzati di ogni genere, ora in mano ucraina, e lasciato indietro centinaia di prigionieri riducendo ulteriormente la disponibilità di risorse da immettere in combattimento. Putin si trova ora di fronte a un dilemma spazio-temporale ricorrente negli eserciti che subiscono l’iniziativa dell’avversario: dove gravitare con le (poche) unità di riserva ancora disponibili tenuto conto nel tempo concesso dall’iniziativa dell’attaccante sia nell’Ucraina orientale, che meridionale. Difendere il Donbass o Kherson?

Ma c’è un altro dilemma, forse più drammatico, che credo stia animando le discussioni in atto sia al Cremlino che al Ministero della Difesa di Mosca. Sconfiggere la Russia sul piano militare costituisce l’obiettivo politico strategico principale di Kiev, e non essendo questo risultato ammissibile da parte di Mosca, è verosimile che qualora le valutazioni, o le percezioni, relative all’andamento generale del conflitto e ai suoi possibili sviluppi indicassero ai decisori russi che la situazione è fuori controllo, rimarrebbero due soli modi per evitare la disfatta. Il ricorso, nell’ordine, all’impiego di armi chimiche e/o di ordigni nucleari tattici. Le prime, sono armi, appunto, della disperazione che sono state utilizzate su larga scala solamente in poche circostanze nel corso della storia militare proprio per impedire la disfatta totale. Dell’impiego dei secondi si può solo affermare che è previsto dalla dottrina militare russa a partire dai tempi della guerra fredda ad oggi. Nessuna nazione al mondo, a occidente come a oriente, saprebbe come gestire gli esiti di una tragica eventualità come questa. Un ulteriore banco di prova del cinismo russo che ci auguriamo vivamente non venga mai e per nessuna ragione realizzato.

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