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Proteste oromo ad Addis Abeba. Nel riquadro, miliziani dell'Ola (Getty Images).
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Dal Mondo

Etiopia: nasce l'alleanza multietnica contro il governo di Addis Abeba

Mentre scatena arresti di massa dei tigrini, fra cui 17 sacerdoti salesiani, il premier Abiy Ahmed è abbandonato anche dalla sua etnia, gli oromo.

«Ad Addis Abeba la polizia etiope, accompagnata da funzionari eritrei, ha appena arrestato mio zio». «Un amico mi ha scritto che gli hanno portato via la cugina». «Un mio ex collega si sta nascondendo con la famiglia a casa di un oromo: era stato denunciato dai vicini di casa in quanto tigrino». «A un mio conoscente hanno arrestato il padre malato di diabete. Per non essere arrestato a sua volta, manda la fidanzata (non tigrina) a cercarlo nelle stazioni di polizia».

Mentre a Washington gli oppositori del primo ministro Abiy Ahmed il 5 novembre si sono alleati contro di lui, in Italia le telefonate con i Giovani tigrini sono un elenco di nefandezze compiute nella capitale etiope contro civili innocenti che un po' ricorda le persecuzioni degli ebrei nella Germania nazista degli anni Trenta.

I tigrini residenti nella capitale etiope sono nel mirino dei governativi da un anno, cioè da quando è scoppiato il conflitto fra la regione del Nord e il governo centrale, il 4 novembre 2020. Tanto che Amnesty International lo scorso 16 luglio denunciava: «I tigrini di Addis Abeba sono stati arbitrariamente arrestati e detenuti senza un giusto processo in quella che sembra una detenzione a sfondo etnico».

Ma dopo la caduta di Dessie, città-chiave tra Addis Abeba e il Tigray, nella capitale etiope si è scatenata una sistematica caccia al tigrino. È la polizia che va a cercarli, casa per casa. A renderlo noto è il New York Times, con un articolo del 4 novembre intitolato «La repressione dilaga nella capitale dell'Etiopia mentre la guerra si avvicina». Il quotidiano statunitense racconta come «le forze governative» vadano «di porta in porta nella capitale etiope, radunando i tigrini, membri dello stesso gruppo etnico dei ribelli» che si stanno avvicinando.

E non risparmiano nessuno, neanche i preti. Secondo quanto risulta a Panorama, sono stati arrestati anche padri salesiani tigrini dell'Istituto Don Bosco di Addis Abeba. La notizia è stata confermata il 7 novembre da un tweet della Irob Anina Civil Society, un'associazione no profit certificata in Canada che rappresenta la minoranza Irob all'interno del Tigray. «Il 5 novembre 2021 le forze di sicurezza del regime hanno arrestato i padri salesiani, i fratelli e i dipendenti del Don Bosco» denuncia il tweet.

Oggi la notizia è stata riconfermata anche dall'agenzia Fides, che ha indicato il numero dei sacerdoti arrestati: 17. «Domenica 7 novembre 2021 c'è stata una grande manifestazione ad Addis Abeba dei sostenitori del Primo ministro Abiy, mentre si registrano molti arresti tra i tigrini nella città» scrive l'agenzia di stampa della Santa sede. «Forze governative sono entrate nel compound dei Salesiani e hanno arrestato lavoratori e 17 sacerdoti di etnia tigrina, tra cui il superiore provinciale. Questo fatto non è confermato sui mass media, ma è riferito da più fonti cattoliche sul campo, molto preoccupate per la sorte degli arrestati e per la divisone etnica che viene fatta all'interno del mondo cattolico, che potrebbe aprire scenari molto preoccupanti per la Chiesa locale».

È proprio per mettere fine a questi arbitri che a Washington è stata stipulata l'alleanza politico-militare fra nove organizzazioni che rappresentano altrettanti gruppi etnici etiopi: tigrini, oromo, afar, agaw, benishangul, gambella, kimant, sidama e somali. Il Fronte unito delle forze federali e confederali etiopi ha l'obiettivo di deporre (con i negoziati o con la forza) il governo guidato da Abiy per poi formarne uno transitorio.

La strategia del Fronte unito è stata spiegata da Berhane Gebrekristos, leader del Tplf ed ex ambasciatore dell'Etiopia negli Stati Uniti. «Stiamo cercando di porre fine alla terribile situazione in Etiopia, che è stata creata solamente dall'amministrazione di Abiy Ahmed» ha detto. «Il mondo, gli Stati Uniti, l'Unione Europea, le Nazioni Unite, gli africani, i Paesi del corno d'Africa e l'IGAD (organizzazione del Corno d'Africa, ndr) hanno tutti cercato di convincere il primo ministro Abiy ad accettare un percorso di pace. Sapete tutti che l'ambasciatore Usa Jeffrey Feltman si è recato in Etiopia molte volte. Tutti i suoi appelli sono stati respinti. Il regime di Abiy sta perseguendo la via della guerra. A tal fine, noi, nel Fronte Unito, stiamo cercando di avere un cambiamento in Etiopia. In modo che il Paese possa stabilizzarsi».

L'ambasciatore Gebrekristos ha poi aggiunto: «Ci rimane una sola opzione: cambiare la situazione. Altrimenti ci massacreranno tutti. C'è un genocidio in corso in Etiopia. Quindi dobbiamo fermarlo. Non abbiamo opzioni. Il mondo dice spesso "Mai più ai genocidi". Che cosa è successo al "mai più"? Siamo nel 21° secolo, il genocidio deve essere fermato. Quindi siamo costretti ad agire. Ma, agendo, la nostra unica intenzione è quella di raggiungere la pace».

La nuova alleanza ha in sostanza allargato ad altri gruppi etnici un accordo pre-esistente tra il Tplf e l'Oromo Liberation Army (Ola), guarda caso il gruppo etnico di cui fa parte il primo ministro etiope. Il 2 novembre Abiy Ahmed ha dichiarato lo stato di emergenza proprio in seguito all'avanzata su Addis Abeba delle forze oromo e di quelle tigrine, che ora si sono ricongiunte a Kemise, a 320 chilometri dalla capitale. Commento dei Giovani tigrini, che chiedono l'anonimato per tutelare i loro parenti in Etiopia: «Il fatto che la sua stessa gente abbia voltato le spalle ad Abiy la dice lunga sull'operato del premio Nobel per la pace del 2019. Più che Nobel per la pace, si meriterebbe il Nobel per il genocidio».

Certo è che il premier etiope non è un campione di pacifismo. Il 31 ottobre Abiy ha scritto un post su Facebook, rimosso tre giorni dopo dal social media che ora si chiama Meta, in cui invitava la popolazione di Addis Abeba a imbracciare «ogni tipo di arma» e a «seppellire il terrorista Tplf».

Altrettanto certo è che, a un anno dallo scoppio del conflitto che ha provocato migliaia di morti e oltre due milioni di sfollati, l'Etiopia è finita nel baratro. Come ha scritto a Panorama il professor Mulugeta Gebregziabher in un messaggio in occasione del primo anniversario dello scoppio del conflitto, «la sofferenza del popolo del Tigray continua ancor oggi con un assedio completo che sta uccidendo la gente per fame e per mancanza di servizi sanitari di base. Il corridoio umanitario è bloccato intenzionalmente. La guerra di genocidio continua».

La vigilia dell'anniversario, il 3 novembre, è uscito il rapporto Onu sulle violazioni dei diritti umani in Tigray. Il Joint Investigation Team ha descritto una serie di violazioni e abusi: omicidi illegali, esecuzioni extragiudiziali, torture, violenze sessuali e di genere, violazioni contro i rifugiati e sfollamento forzato di civili. E chi sono i responsabili? «La gravità delle violazioni e degli abusi che abbiamo documentato sottolineano la necessità di ritenere gli autori di tutte le parti responsabili» ha commentato Michelle Bachelet, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani.

Tutti egualmente responsabili, dunque? A onor del vero, non è proprio così. Nessuno mette in dubbio che atrocità possano essere state commese da entrambe le parti. Però è stata la stessa Bachelet ad ammettere che «mentre la maggior parte delle violazioni documentate tra novembre 2020 e giugno 2021 sembrano essere state commesse dalle forze etiopi ed eritree, da allora abbiamo visto un numero crescente di accuse di abusi dei diritti umani da parte delle forze tigrine, così come le continue violazioni segnalate dall'Endf (l'esercito etiope, ndr) e dalla Forza di difesa eritrea».

In realtà non si può neanche parlare di «rapporto indipendente». Per sua stessa ammissione, l'Onu ha condotto le indagini assieme alla Commissione etiope per i diritti umani di Daniel Bekele, direttamente nominato da Abiy Ahmed. Vale a dire assieme a una delle due parti in conflitto.

Ma non è tutto. Come scrive l'agenzia Associated press, «l'indagine, una rara collaborazione tra l'ufficio per i diritti umani delle Nazioni Unite e la Commissione etiope per i diritti umani creata dal governo, è stata ostacolata dalle intimidazioni e dalle restrizioni delle autorità e non ha visitato alcune delle località più colpite dalla guerra». Interrogati dall'agenzia di stampa statunintese, i funzionari Onu hanno spiegato che «la collaborazione era necessaria per la sua squadra per ottenere l'accesso a una regione turbolenta in cui le autorità etiopi avevano ampiamente impedito di entrare ai giornalisti, ai gruppi per i diritti umani e ad altri osservatori».

Come in una pièce del teatro dell'assurdo, l'Onu ha dunque ammesso di aver collaborato con gli uomini di Abiy nella speranza di avere accesso a località dove poi non è riuscito a entrare: oltre al danno la beffa. «Gli investigatori non sono stati in grado di visitare tutti i luoghi chiave» ha scritto il Guardian, «compreso il sito di un presunto massacro ad Axum nel novembre 2020 da parte delle truppe eritree che combattono a fianco del governo etiope». Il quotidiano londinese ha poi sottolineato che «l'Etiopia ha espulso sette alti funzionari delle Nazioni Unite il mese scorso, compreso il funzionario per i diritti umani Sonny Onyegbula, che stava lavorando al rapporto. Addis Abeba ha accusato i funzionari di "ingerenza negli affari interni"».

Pesantissimo il giudizio dell'ong Human Rights Watch. «Il rapporto non dà assolutamente un'immagine completa della devastazione vissuta dai civili in Tigray» ha denunciato Laetitia Bader, direttore del desk Corno d'Africa. «Fa scarsa menzione degli abusi commessi dalle forze regionali amhara e dalle milizie contro i tigrini nel Tigray occidentale. Documenta la brutale violenza sessuale da parte di tutte le parti in guerra, ma non riconosce la portata degli abusi, compresa la schiavitù sessuale, da parte delle forze etiopi, eritree e amhara contro le donne e le ragazze del Tigray. E sorvola sulla deliberata ed estesa distruzione, sul saccheggio delle infrastrutture sanitarie e sull'intimidazione e l'uccisione degli operatori umanitari». L'operatrice umanitaria conclude in modo lapidario: «Il rapporto congiunto sottolinea la necessità di ulteriori indagini». Anche per capire, in modo incontrovertibile, le responsabilità dei singoli attori.

Sulla tragedia in corso in Etiopia, l'unica voce veramente al di sopra delle parti resta quella di Papa Francesco. Domenica 7 novembre, al termine dell'Angelus, il Pontefice ha rivolto un appello accorato al mondo. «Seguo con preoccupazione le notizie che giungono dalla regione del Corno d'Africa, in particolare dall'Etiopia. Invito tutti alla preghiera per quelle popolazioni così duramente provate» ha detto il Pontefice «e rinnovo il mio appello affinché prevalgano la concordia fraterna e la via pacifica del dialogo».

Un appello che, secondo l'agenzia Fides della Santa Sede, ha avuto effetti anche in Italia: «Fonti locali, che richiedono l'anonimato, hanno riferito all'Agenzia Fides che "la preoccupazione è forte, e che l'intervento di Papa Francesco è stato determinante per smuovere un po' le acque anche in Italia"».

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