assalto campidoglio washington
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Dietro l'assalto al Campidoglio gli errori di Trump ed una crisi sociale profonda

Non è tutta e solo colpa dell'ormai ex presidente Usa. Quel che resta è un paese dilaniato come mai prima d'ora

Le scene che si sono viste ieri al Campidoglio resteranno nella storia. Nel corso di una manifestazione di protesta, alcuni sostenitori di Donald Trump sono entrati nell'edificio, costringendo i parlamentari – riuniti per certificare la vittoria elettorale di Joe Biden – all'evacuazione. Il sindaco di Washington ha decretato un coprifuoco, mentre è stato richiesto l'intervento della guardia nazionale. Nelle ore più concitate, sia Trump che Biden hanno pronunciato dei brevi discorsi, nel tentativo di spingere i facinorosi a ritirarsi. Secondo Nbc News, una donna sarebbe rimasta uccisa. L'irruzione si è verificata al culmine delle aspre polemiche politiche, sorte all'indomani delle contestatissime elezioni presidenziali dello scorso 3 novembre. E, guardando all'accaduto più in generale, tutto ciò è il segno evidente di un quadro complessivo incattivito. In attesa di capire come si evolverà la situazione, è possibile al momento esprimere qualche considerazione.



Sul piano politico immediato, quanto accaduto ieri sancisce probabilmente il definitivo divorzio tra Trump e il Partito Repubblicano. I segnali erano già nell'aria. Tuttavia, se l'establishment dell'elefantino non ha mai amato l'attuale presidente americano, è anche vero che svariati parlamentari repubblicani si erano detti pronti a sostenerlo durante la seduta per la certificazione della vittoria di Biden, impegnandosi a contestare formalmente alcuni dei voti espressi dai grandi elettori lo scorso 14 dicembre. L'evento di ieri rischia adesso di allontanare Trump anche dai parlamentari a lui fedeli: non a caso, alcuni di costoro – si pensi solo al senatore del Texas Ted Cruz – hanno preso fermamente le distanze da quanto avvenuto. Qui si aprono quindi scenari nebulosi. Perché sul futuro politico del presidente uscente si scorgono non pochi interrogativi. Fonderà un nuovo partito (seguendo l'esempio di Teddy Roosevelt nel 1912)? Si ricandiderà tra quattro anni? Resterà realmente in politica? Quale impatto avrà l'irruzione nel Campidoglio sulle sue scelte future? Al momento, non è dato sapere granché. E, di certo, l'evento di ieri aggiunge ulteriore incertezza a una situazione già di per sé ingarbugliata.

Passando invece al piano storico e generale, è chiaro che l'irruzione nel Campidoglio costituisca il sintomo di una crisi acuta. Tuttavia, sé le responsabilità di Trump per quanto accaduto sono evidenti e oggettive, sarebbe riduttivo ricondurre semplicisticamente il tutto a un presidente autocratico che punterebbe a una sorta di golpe. Il profondo discredito in cui sono piombate le istituzioni statunitensi non nasce con il trumpismo, ma ha radici lontane. Radici che affondano nella crisi della globalizzazione. La "teologia politica" americana ha difatti iniziato a subire, negli ultimi vent'anni, colpi sempre più duri. Dalla guerra in Iraq del 2003 alla Grande Recessione del 2008, per arrivare alla pandemia esplosa lo scorso anno. Come del resto in altri Paesi, anche gli Stati Uniti hanno conosciuto un divario sempre più ampio tra ricchi e poveri, tra ceti popolari ed élites: un divario che si è non a caso andato a ripercuotere proprio sull'assetto istituzionale, generando una progressiva polarizzazione politica. E' in questo brodo di coltura che sono emerse e si sono progressivamente imposte figure politiche che, pur nella rispettiva diversità, hanno condiviso il comune tratto di una ribellione al sistema: Donald Trump, Bernie Sanders o il Barack Obama del 2008 (tanto per intenderci).

Ed è quindi in questo clima avvelenato che si è inserita la delegittimazione che il presidente uscente ha scagliato contro la vittoria elettorale del suo avversario, Joe Biden. Una delegittimazione che, come molti critici ravvisano, ha significativamente contribuito ad incattivire gli animi. Ciononostante va anche ricordato che – se vogliamo parlare di responsabilità personali (oltre che di fenomeni storici) – Trump non sia l'unico ad avere delle colpe. Perché lui stesso è stato per quattro anni delegittimato dai democratici, che lo accusavano di aver vinto le elezioni del 2016 grazie a un (mai provato) complotto russo. Quegli stessi democratici che, in quattro anni, hanno spesso piegato le istituzioni ai propri fini politici (si pensi all'impeachment, al caso del giudice Brett Kavanaugh o all'accondiscendenza nei confronti di proteste non sempre pacifiche).

Trump ha senza dubbio commesso degli errori immani. Non ultimo quello di aver aizzato la folla di ieri: un errore, questo, che getterà un'ombra su una presidenza che, se si guarda ai risultati concreti, è stata meno peggio di come spesso viene descritta. E proprio il presidente uscente è rimasto in un certo senso, ieri, politicamente vittima di sé stesso. Tuttavia sarebbe un grave sbaglio incolpare esclusivamente lui della crisi generale in cui gli Stati Uniti sono caduti. Le radici si rivelano profonde. E, nell'intero spettro politico americano, le responsabilità sono diffuse. Perché è troppo facile ragionare in modo manicheo, dividendo semplicisticamente il mondo in buoni e cattivi.

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