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La verità sulle armi negli Usa, che non è sempre e solo colpa dei repubblicani

La strage di ieri impone riflessioni serie e non le solite retoriche tra l'altro smentite dai fatti

È un bilancio mostruoso quello della sparatoria verificatasi in una scuola elementare di Uvalde, in Texas, dove un diciottenne ha ucciso 19 bambini e due persone adulte. “Come nazione, dobbiamo chiederci, quando in nome di Dio contrasteremo la lobby delle armi?”, ha dichiarato Joe Biden. “Sono stanco di questo. Dobbiamo agire. E non ditemi che non possiamo avere un impatto su questa carneficina”, ha proseguito. “È ora di trasformare questo dolore in azione”, ha continuato. “Dobbiamo chiarire a ogni funzionario eletto in questo Paese: è tempo di agire”. L’accorato appello del presidente americano è indubbiamente comprensibile. Però va anche detto che, nonostante le promesse fatte in campagna elettorale, non è che la sua amministrazione finora abbia fatto granché su questo tema. Ma andiamo con ordine.

Ai tempi dell'amministrazione Trump, accadeva talvolta che alcuni esponenti democratici indicassero l’allora presidente repubblicano come il mandante morale delle sparatorie di massa che si verificavano. Nell’agosto del 2019, il candidato presidenziale dem Beto O’ Rourke disse per esempio che la strage di El Paso era almeno in parte dovuta alla retorica di Trump. “Il presidente Trump ha molto a che fare con quanto è accaduto a El Paso”, affermò. Eppure il tragico fenomeno delle sparatorie di massa non si è arrestato dopo l’uscita di scena dell'allora inquilino della Casa Bianca. Secondo Mother Jones, da quando Biden è entrato in carica si sono verificate nove sparatorie di massa per un totale di 76 vittime: questo escludendo casi di sparatorie più limitate. Guardando invece specificamente agli istituti scolastici, secondo Cnn, nel solo 2022 hanno già avuto luogo almeno 30 sparatorie. Questi dati drammatici indicano come il problema ha una natura strutturale e che non può essere quindi semplicisticamente ricondotto alla retorica di questo o quel presidente.

C’è poi un altro fattore da tenere in considerazione. Una certa vulgata tende a proporre distinzioni politicamente manichee, in base a cui sarebbero esclusivamente i repubblicani ad opporsi al controllo delle armi per biechi interessi nutriti con la lobby delle armi. Anche qui va fatta un po’ di chiarezza. Che la maggioranza dei repubblicani sia generalmente restia a introdurre restrizioni al possesso o all’acquisto di armi, è senz’altro vero. Tuttavia queste posizioni sono presenti anche tra i democratici: è per esempio il caso del senatore Joe Manchin che, l’anno scorso, si schierò contro un disegno di legge introdotto dall’Asinello, da lui considerato troppo restrittivo.

E comunque non è vero che i repubblicani si sono rifiutati di affrontare il problema tout court. A dicembre 2018, Donald Trump impose a livello nazionale un divieto dei bump stocks: dispositivi usati per far sparare le armi semiautomatiche come mitragliatrici, che furono alla base della sanguinosa strage di Las Vegas del 2017. Barack Obama, che pure si pronunciò spesso a favore di una stretta sulle armi, all’atto pratico si è in realtà comportato ben diversamente. Durante il suo primo mandato, firmò una legge che consentiva alle persone di portare armi nei parchi nazionali (ribaltando una limitazione che risaliva a Ronald Reagan) e un’altra che aboliva il divieto di portare armi sui treni. Infine, secondo il sito Politifact, la sua amministrazione ha di fatto approvato la vendita dei bump stocks. Infine i provvedimenti restrittivi introdotti da Obama avvennero tramite l'uso di azioni esecutive (che legalmente hanno un valore assai meno vincolante degli ordini esecutivi).

Venendo a Biden, non è che finora l’attuale presidente si sia granché mosso. E questo è un rimprovero mossogli dagli stessi democratici. All’inizio dello scorso aprile, Politico pubblicò un articolo che evidenziava la frustrazione di vari settori dell’asinello rispetto all’immobilismo della Casa Bianca sul tema. “È passato un anno da quando Biden ha tenuto il suo primo discorso alla Casa Bianca sulla prevenzione della violenza armata, annunciando quella che è considerata la sua azione esecutiva più significativa fino ad oggi sulle armi [...]. Ma un anno dopo, il regolamento ATF da lui presentato, che imporrebbe controlli in background e nuovi requisiti per la vendita online di ‘pistole fantasma’ - armi da fuoco non rintracciabili prive di numeri di serie e costruite con kit online - non è stato finalizzato’, scriveva la testata. È anche in questo senso che il senatore dem, Chris Murphy, ha di recente inviato una lettera al presidente per chiedere un’accelerazione. Alla fine, il nuovo regolamento è stato reso noto lo scorso 11 aprile: più di un anno dopo il suo primo annuncio. Contestualmente è stato nominato Steve Dettelbach come nuovo capo del Bureau of Alcohol, Tobacco, Firearms and Explosives: in passato la scelta di Biden era ricaduta su David Chipman, la cui nomina era stata tuttavia bloccata al Senato lo scorso settembre. Perché attendere così a lungo per proporre un sostituto?

Il problema delle sparatorie di massa è tanto tragico quanto complesso. Per questo, andrebbero evitate politicizzazioni e banalizzazioni.

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