Cronaca

Tutti i limiti del "codice Rosso"

La recente normativa contro le violenze in famiglia ha grosse carenze come dimostrano i recenti fatti di cronaca

FEMMINICIDIO

Daniela Missaglia

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Francesco Greco, capo della Procura di Milano, parlando di un recente caso culminato con l’omicidio di una donna già vittima di maltrattamenti da parte del marito, ha amaramente chiosato: “Nessuno vuole contestare il codice rosso, dico che sta diventando un problema a livello pratico, il problema è come gestirlo. Da quando è entrato in vigore il codice rosso, ci sono 30 allarmi al giorno, pari al numero di casi che vengono immediatamente segnalati in Procura dalle forze dell'ordine, e questo ci impedisce di concentrarci sui casi più gravi".

A far da sfondo a questo amaro sfogo la triste fine di Adriana Signorelli, uccisa con cinque coltellate nella notte a cavallo fra il 31 agosto ed il 1° settembre dal marito, Aurelio Galluccio, già protagonista di plurime minacce ed atti molto violenti nei suoi confronti, terrore non solo della donna ma anche di tutti i vicini della stessa, avendo tentato di dar fuoco al palazzo.

Il paradosso è che la donna aveva recentemente denunciato un'ennesima aggressione da parte dell'uomo, attivando quindi il 'Codice Rosso', procedura prevista dalla nuova legge a tutela delle vittime di maltrattamenti in famiglia, stalking e violenze sessuali.
Adriana Signorelli era stata anche sentita dalla Polizia Giudiziaria che - informando prontamente la Procura ed in attesa di provvedimenti - le aveva consigliato prudenzialmente di cambiare casa. Come se i problemi si potessero risolvere dalla ‘coda’ e non all’origine.

La riflessione che s’impone abbraccia due temi.
Da un lato quello dell’impotenza o quanto meno dei limiti degli strumenti per prevenire una vera e propria ecatombe, le violenze in famiglia, tanto che un omicidio su due, in Italia, viene commesso in tale ambito.
Dall’altro quello dell’impianto normativo, sempre più sovrabbondante che, come ha commentato il Procuratore capo, Francesco Greco, rischia di rendere più complicata la concreta tutela delle vittime.

I due temi si intrecciano e si sovrappongono con il risultato che i crimini familiari aumentano, anziché regredire ed è uno stillicidio quotidiano.
Ben vengano, dunque, leggi come il “Codice Rosso” per procedure sempre più snelle, punizioni severe, attivazioni immediate della Procura, ma il rischio è di innestare un motore da Formula Uno su un’utilitaria, credendo possa così vincere il Gran Premio di Monza.

E’ un dato di fatto che le nostre Forze dell’Ordine, di certo competenti e preparate, così come i Magistrati, siano in numero limitato ed oberati di lavoro cosicchè, giocoforza, risulta oggi impossibile selezionare i casi davvero urgenti.
Al riguardo, peraltro, mi domando da sempre perché anziché allontanare la vittima dall’abitazione, magari con i figli al seguito, non si prelevi al volo il violento mettendolo, lui si, in comunità con un serio e rigido programma di supporto psicologico.

Si potrebbe obiettare che nessuno può essere obbligato ad un trattamento sanitario.
Giusto, ma allora si stabilisca che, in caso di diniego al percorso psicologico di recupero, l’aggressore venga trattenuto nelle patrie galere o in comunità protette, per il doppio della pena, facendo lavori di pubblica utilità.

Fantascienza? No, non credo. Sarebbe molto più semplice ed economico invertire il criterio dell’allontanamento.
In questo modo, tra l’altro, si prenderebbero due piccioni con una fava: l’attuale meravigliosa costellazione di ONLUS e cooperative sociali (invito tutti i lettori ad andare a vedere le infinite ragnatele societarie delle comunità e relativi bilanci) che ricevono soldi e appannaggi pubblici milionari, potrebbero essere impiegate a tale scopo.
Con buona pace della Commissione Bilancio che benedirebbe una legge che inverta la rotta degli allontanamenti, con un considerevole risparmio di tutti noi contribuenti.

Violenti trasformati in lavoratori modello con attività non retribuita a favore della collettività, per un minimo di 8 ore ogni giorno, e rieducati all’interno di strutture protette, fatte apposta per loro.
Perché su un punto non concordo con l’autorevole pensiero del dott. Francesco Greco: il femminicidio non nasce da una “follia umana” ma è un fenomeno che cova a lungo in una mente deviata, accecata dalla rabbia e dalla possessività.

Paolo Crepet parla di feudalismo affettivo di uomini che pensano alla moglie come “roba mia” e dunque ne possono fare quello che vogliono. Uomini che prima di compiere l’atto finale non possono non aver lanciato dei segnali. Ed è dunque su quei segnali che dobbiamo agire in prevenzione.
Nel modo più adeguato e senza cadere nella trappola di leggi dal nome di una serie Netflix, di vago sapore propagandistico, ma di nessun impatto pratico se non quello di intasare anziché agevolare la soluzione dei casi gravi.

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