L’amministrazione Trump rafforza la sponda con Damasco. Lunedì, il Dipartimento di Stato americano ha ufficialmente tolto la Siria dalla lista degli Stati sponsor del terrorismo: un elenco in cui il Paese mediorientale era stato inserito nel lontano 1979. “Queste azioni sono state intraprese in riconoscimento delle iniziative positive e degli ulteriori impegni assunti dal governo siriano sotto la presidenza di Ahmed al-Sharaa per prendere completamente le distanze dagli atti di terrorismo internazionale”, ha dichiarato il segretario di Stato americano, Marco Rubio, in una nota. “Per troppo tempo, questa designazione è stata un altro muro che separava il popolo siriano dagli investimenti, dalle iniziative e dalle opportunità necessarie per ricostruire la propria nazione. Oggi, un altro muro crolla”, ha affermato, dal canto suo, l’inviato americano in Siria, nonché ambasciatore in Turchia, Tom Barrack. Come sottolineato da The Hill, questa svolta consente al governo di Damasco di ottenere la revoca delle sanzioni e il reintegro nel sistema finanziario internazionale.
È dal maggio dell’anno scorso che Donald Trump ha avviato una distensione con la Siria. Una linea, quella del presidente americano, che rientra in una più ampia strategia di avvicinamento ad Ankara. Non dimentichiamo infatti che l’attuale regime di Damasco è graniticamente spalleggiato dalla Turchia. Il punto è che il progressivo disgelo promosso dalla Casa Bianca nei confronti di al-Sharaa ha preoccupato (e continua a preoccupare) non poco il governo israeliano. Gli apparati di sicurezza dello Stato ebraico considerano infatti sempre più Ankara come uno dei propri principali rivali a livello regionale. È quindi in questo quadro che, la settimana scorsa, Gerusalemme aveva effettuato un raid contro una base situata nella provincia siriana di Idlib, sostenendo che Damasco avesse acconsentito alle truppe turche di schierarsi in loco. Parliamo di un raid che aveva significativamente irritato Washington.
La sponda con la Turchia e i timori di sicurezza di Israele
Del resto, Trump sta da tempo cercando di favorire una distensione tra Israele e la Siria, proprio per evitare che possa innescarsi un nuovo conflitto regionale. Poche settimane fa, gli Stati Uniti hanno mediato un accordo in virtù di cui l’Aiea ritirerà del materiale nucleare stoccato in un sito siriano: un’intesa raggiunta soprattutto per tranquillizzare il governo di Gerusalemme. Inoltre, domenica, il ministro degli Esteri siriano, Asaad al-Shaibani, ha avuto dei colloqui con il direttore del Mossad, Roman Gofman. Tra gli argomenti che i due hanno trattato figurava quello di un eventuale patto di sicurezza tra Damasco e lo Stato ebraico. Un patto che Washington auspica notevolmente.
Il piano diplomatico: Accordi di Abramo e il taglio al greggio di Mosca
Da una parte, Trump vorrebbe che la Siria aderisse, un giorno, agli Accordi di Abramo; dall’altra, punta a disinnescare il più possibile le crescenti tensioni tra Gerusalemme e Ankara. Non solo. Secondo Reuters, nei negoziati con gli Stati Uniti, Damasco avrebbe accettato di ridurre drasticamente le proprie importazioni di petrolio russo. Questo significa che la Casa Bianca, evidentemente d’accordo con la Turchia, punta a ridurre l’influenza regionale di Mosca: un’influenza che aveva già subito un duro colpo a seguito della caduta di Bashar al Assad nel 2024.
