Cronaca

L'ex terrorista con licenza di minaccia

Enrico Galmozzi, fondatore di Prima Linea e condannato per duplice omicidio, ha minacciato su facebook Matteo Salvini. E non è la prima volta

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Simone Di Meo

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Nel Paese in cui un cinguettio social e il furto di una mela sono sufficienti per finire sotto processo, uno dei più pericolosi terroristi degli «anni di piombo» si salva da un’inchiesta per istigazione a delinquere perché la Procura ha fatto scadere i termini di indagine. È paradossale ma significativa la storia di Enrico Galmozzi, terrorista, fondatore e killer di Prima Linea, l’organizzazione eversiva di matrice marxista seconda solo alle Brigate Rosse per operatività e numero di affiliati. Condannato a 27 anni di carcere per duplice omicidio (evitò l’ergastolo perché considerato «non irriducibile») oggi vive in un Comune di 1.300 anime, in provincia di Reggio Calabria.

Nel febbraio 2018, Galmozzi pubblica su Facebook una lunga sequenza di post che evocano la lotta armata. Scrive, a proposito della nascita di Prima Linea, che «un giorno ci siamo rotti il cazzo di farci caricare e abbiamo incominciato a caricare loro... poi erano troppi, mica si poteva vincere e nemmeno mai lo abbiamo pensato, ma per un tempo, che vale tutta la vita, è stato bello». Non pago, si fa immortalare in una foto davanti a un battaglione della polizia in assetto antisommossa e aggiunge questa didascalia: «Gli stavo dicendo “baciatemi il culo”». Sotto la storica immagine di Paolo e Daddo, i due studenti armati protagonisti degli scontri con le forze dell’ordine durante la marcia antifascista all’università La Sapienza di Roma, rievoca: «2 febbraio 1977 - perché ci vuole il cuore. Il cuore, soprattutto».

E il cuore (e il coraggio) ce li mette anche Potito Perruggini, un uomo a cui Galmozzi ha segnato la vita pur non avendolo mai incontrato direttamente. Perruggini è il nipote di Giuseppe Ciotta, il brigadiere che il terrorista uccide a sangue freddo il 12 marzo 1977. Ciotta era uno degli investigatori migliori del primo pool antiterrorismo di Carlo Alberto Dalla Chiesa ed era stato l’autore del ritrovamento di alcuni importanti documenti sulle Br in Piemonte.

Nel marzo 2018, Perruggini si imbatte nel profilo social di Galmozzi e decide di denunciarlo alla polizia postale. All’esposto allega le riproduzioni delle rivendicazioni dell’ex terrorista e aggiunge pure le foto delle pistole che campeggiano sulla sua pagina personale. Galmozzi viene compiutamente identificato dagli inquirenti e iscritto a modello 21 (ovvero persone note) nel fascicolo 2768/18 per il reato previsto dall’articolo 414 del codice penale: istigazione a delinquere. La data di iscrizione di Galmozzi, nei documenti che Panorama ha potuto visionare, è però incerta: nella richiesta di archiviazione del pm al gip è indicato il 31 maggio 2018; nell’avviso alla parte offesa è riportato invece il 21 dicembre 2018. La Procura di Locri, in ogni caso, lascia scorrere i mesi senza attivare le investigazioni necessarie. Ed è proprio il pubblico ministero, cui è stato assegnato il procedimento, ad ammetterlo. Lo fa in una comunicazione al giudice delle indagini preliminari il giorno dopo la Befana del 2019. «Rilevato che, per causa della complessiva mole di lavoro che incombe sull’ufficio, non è stato possibile esperire gli accertamenti tecnici che la vicenda imporrebbe e, in particolare, un più ampio monitoraggio della messaggistica riferibile al Galmozzi nonché un ampio monitoraggio delle conversazioni dallo stesso intrattenute via filo...». Il pubblico ministero aggiunge: «Pur apparendo la vicenda da un canto meritevole e dall’altro suscettibile di approfondimento, ogni ulteriore determinazione è impedita dal tempo trascorso». A oggi, l’udienza del gip non è stata ancora fissata.

Galmozzi è salvo, e non dovrà rispondere di quanto affermato. Non che l’inchiesta lo preoccupasse più di tanto considerato che, nel luglio scorso, ha continuato a usare i social network per minacciare pubblicamente l’ex ministro dell’Interno Matteo Salvini. «Giù la testa coglione, non fare il cinema che ti va di culo: una volta invece di spedirli li consegnavamo di persona...» ha scritto l’ex terrorista a proposito della pallottola indirizzata al leader leghista in quei giorni. Quarantott’ore prima, sempre il killer di Prima Linea aveva pubblicato una foto di profilo dell’ex vicepremier al mare: «Salvini mostra i muscoli... (datemelo in mano cinque minuti)».

Nonostante la richiesta di archiviazione incombente, Perruggini non si arrende. E a Panorama spiega: «Invito Enrico Galmozzi a un incontro pubblico, anche presso il vostro giornale, per raccontare finalmente la verità. Come diceva George Orwell “in tempi di menzogna universale dire la verità è un atto rivoluzionario”. E io mi aspetto che qualcuno dei protagonisti dell’epoca faccia davvero il rivoluzionario raccogliendo il coraggio di parlare prima che sia troppo tardi. Chissà di quali terribili segreti sono depositari se ancora oggi molti terroristi continuano a essere palesemente protetti sia in Italia sia all’estero, per esempio la Francia».

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