Cronaca

Parla Graziano Stacchio: "Ho sparato perché sono un uomo normale"

Protagonista del caso più emblematico di legittima difesa avvenuto in Italia, il benzinaio di Ponte di Nanto si confessa a distanza di tre anni

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Carmelo Caruso

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Il 3 febbraio 2015, a Ponte di Nanto, provincia di Vicenza, un commando di cinque uomini assalta la gioielleria di Roberto Zancan. A pochi metri, Graziano Stacchio, proprietario di un distributore di benzina, interviene. Prende il fucile, legalmente denunciato, e minaccia i rapinatori che rispondono sparando. Il proiettile di Stacchio colpisce all'arteria femorale uno dei banditi, Albano Cassol, che morirà. Il benzinaio viene indagato per eccesso di legittima difesa e il suo caso divide l'Italia. Coccolato dalla Lega, inseguito dalle televisioni, diventa personaggio suo malgrado. Tre anni dopo vive ancora a Ponte di Nanto e lavora sempre nel suo distributore. Dice: "Giù le mani dal mio cognome. Non voglio essere un esempio di violenza".

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Graziano Stacchio - Vicenza, 4 febbraio 2015

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Immagino che le abbiano chiesto di candidarsi. «Immagina bene». Ha accettato? «No, e le dico di più. Non ci ho mai pensato. Non ho mai voluto».
Perché? «Mi sarebbe sembrato come speculare sulla disgrazia che mi è caduta addosso. Avrei ottenuto consenso ma sarebbe stato un gesto disonesto, una scorrettezza in una vita che ho cercato di condurre onestamente». E però si è lasciato strumentalizzare e in alcuni momenti anche esibire.
«Non c’è dubbio. Sia da destra che da sinistra».
Anche la sinistra? «Mi hanno cercato chiedendomi di mettere la firma su una proposta di legge che avrebbe reso possibile l’uso della pistola elettrica e dello spray urticante. Sono gli stessi strumenti che successivamente il governo, a guida centrosinistra, ha messo fuorilegge ritenendoli mezzi di tortura. È vero. Ho lasciato che mi utilizzassero ma era necessario per raccontare un’Italia insicura, un’Italia spaventata che non è tuttavia un’Italia assassina».

E dunque chiedo a Graziano Stacchio, anzi, «al benzinaio Stacchio», a quante trasmissioni televisive abbia partecipato da quel 3 febbraio 2015, quando con il suo fucile da caccia, qui a Ponte di Nanto vicino Vicenza, uccise per difendersi, e per difendere, Albano Cassol, un giostraio che insieme ad altri 4 complici tentò di svaligiare la gioielleria di Roberto Zancan proprio a pochi metri da questo distributore di idrocarburi. «Prima di risponderle devo dire innanzitutto che la gioielleria oggi non c’è più».
Hanno scelto di trasferirsi? «Sono stati costretti a chiudere. Si trattava della terza rapina subita. Nessuna compagnia assicurativa era più disposta a stipulare una polizza. Zancan è stato abbandonato dallo Stato. Non solo. Ci ha rimesso molto denaro se non fosse che quel pomeriggio avrebbe potuto rimetterci la vita».

La perdette invece Cassol, colpito da un un proiettile sparato dal fucile di Stacchio; il proiettile gli recise l’arteria femorale provocandone la morte. Stacchio venne indagato per eccesso di legittima difesa. È stato naturalmente archiviato. Ci è voluto del tempo.

Per quanti mesi è stato indagato?

18 mesi. Ci sono state anche le spese legali che ammontavano a quasi 50 mila euro ma che ho avuto la fortuna di non pagare.

Chi lo ha fatto al suo posto?

La Confcommercio e l’Assopetroli di cui faccio parte sin da quando è stato costruito questo distributore.

Quando?

Dal 1956. Lo costruì mio padre. Dopo me ne sono preso cura io e oggi c’è mio figlio Enrico a occuparsene. Ho 69 anni e sono andato in pensione nel 2012. Un distributore è un luogo straordinario per osservare un paese e registrare gli stravolgimenti. Il Canale di Suez, la crisi dei consumi... Da questo distributore ho visto transitare la Giardinetta e forse un giorno, se avrò fortuna, vedrò l’auto elettrica. Non mi spaventa. Ci inventeremo qualcosa ma resisteremo anche a questa novità. Grazie a un’auto ho conosciuto pure mia moglie. Stava prendendo lezioni di guida quando mi venne presentata da un amico.

Anche lei è di Nanto?

Di una frazione qui vicina. Longara. Ci siamo sposati e abbiamo avuto un matrimonio felice. Due figli, sette nipoti. La Chiesa e il volontariato. Sono stato donatore di sangue fino a quando, per età, ho dovuto smettere. Alpino. Ho perfino ricevuto una medaglia al valore per avere salvato una donna che stava rischiando di annegare. Poi è arrivata la pensione. Vede, la vita è continuata nel bene e nel male. Ti alzi e guardi il cielo la mattina. Scambi qualche battuta con i guidatori. A me, e posso dire anche ai miei figli, è sempre bastato. È un piccolo mondo che ci siamo costruiti e che quel pomeriggio abbiamo visto sconvolto. In queste valli si dice Tasi e tira. E a forza di Tasi e tira c’è questo pezzo di Veneto, quello mio o quello di Zancan che ha cominciato da un piccolo laboratorio casalingo fino ad aprire una fabbrica di oreficeria con 60 dipendenti. Siamo montanari e come tutti i montanari abbiamo imparato a dover fare da soli.

Anche a difendervi. E infatti ogni volta si teme che possiate perdere la testa, che l’ira dei buoni sia sempre più pericolosa del male dei cattivi

Ho il porto d’armi da quando avevo 16 anni. Ma ciò non significa che ami le armi. Anche quel fucile, che poi è diventato “il fucile di Stacchio”, l’ho sempre utilizzato per la caccia. Mai avrei pensato di doverlo imbracciare per difendermi dalla ferocia che ho visto quel giorno. Ricordo le maschere di carnevale che i rapinatori tenevano sul volto, i loro mitra, la fila delle auto, i clacson che suonavano. Sembrava un inferno.

Ma quel pomeriggio ha preferito il fucile anziché nascondersi e aspettare

Non l’ho fatto per uccidere. E non è stato neppure coraggio. Nessuno spiega mai che il coraggio è sempre una conseguenza della paura. Mi ha chiesto perché non sono rimasto in casa. Ebbene, l’ho fatto. In ben altre due occasioni. Come ho detto, era la terza rapina che subiva quella gioielleria. A lavorarci sono, anzi, erano, due donne. Una, decise di licenziarsi dopo la prima rapina, l’altra, Jenny, rimase. Voleva sposarsi e raccoglieva il denaro per il matrimonio. Non posso dimenticare, dopo la seconda rapina, i pugni di quella ragazza.

Contro di lei?

Contro di me. Una volta uscita, corse contro di me e cominciò a battere i suoi pugni sul mio petto. Piangeva. Singhiozzando mi ripeteva: “Perché non hai fatto nulla? Perché non sei intervenuto?”. Il ricordo di un’omissione può essere doloroso quanto quello della crudeltà che non si è riusciti a fermare. Avevo visto i rapinatori e avevo atteso che tutto si completasse. Non sono intervenuto. Ho fatto come avrebbero fatto tutti e non avevo pensato a quella ragazza che, dietro a un vetro blindato, pregava affinché le mazze non lo infrangessero. Aspettava che i ladri si scoraggiassero o che qualcuno arrivasse. Quel pomeriggio di febbraio, ho dunque pensato a quei pugni. Così sono salito in casa e ho preso il fucile. Volevo fargli paura, farli smettere. Mi hanno sparato addosso. Gli urlavo di andarsene ma erano imperturbabili. Era la serenità di chi sa di rimanere impunito. Il ghigno di chi era sicuro di farla franca, quello che più di tutto, alla fine, mi ha sconvolto.

E invece il suo fucile ha stordito il Paese. A Ponte di Nanto sono arrivate le televisioni e a una disgrazia ne è seguita un’altra: la divisione tra chi voleva elevarla a eroe e chi incriminarla come pistolero.

Si sono serviti di me per raccontare due paesi che solo sui giornali sono in contraddizione ma che in realtà non sono divisi. Le faccio un esempio. A Ponte di Nanto, un paese di 3700 abitanti, abbiamo accolto 290 migranti. E però, ai veneti più di altri, tocca come sorte quella di passare per razzisti solo perché utilizziamo la parola razza che a noi, magari perché abbiamo studiato meno, ci viene più facile da pronunciare del termine etnia. Crede davvero che io sia razzista? E crede davvero che io dorma con il fucile sotto il letto?

Non lo credo. Per questo le chiedo nuovamente il numero delle trasmissioni e perché abbia deciso di parteciparci.

Tre volte a Quinta Colonna, una volta da Michele Santoro, un’intervista a Porta a Porta. Quelle che ricordo. Ho perso i conti. Sa la verità? Le trovo anche io “pallose” e inconcludenti. Ma non mi pento di esserci andato. È servito ad aprire un capitolo sul tema della sicurezza. A volte mi sembra che ci sia più comprensione nei confronti di chi aggredisce che attenzione verso chi viene aggredito. Chi si è trovato a subire questo tipo di violenza ne esce compromesso per sempre. La notte, per dormire, mi sono rifugiato nella fede. Pregavo fino a stancarmi. Sono cristiano. Vado ogni domenica a messa. Quella morte è stata per me anche un problema di coscienza.

Eppure, a tratti, è sembrata una contesa tra partiti anziché la sciagura occorsa a un cristiano.

Ma ha fatto discutere e parlare di una legge che risaliva ai tempi del fascismo. Sono cominciate ad arrivarmi lettere anche dall’estero. La solidarietà mi è servita a superare.

E sono comparse pure le t-shirt “Io sto con Stacchio” del sindaco di Albettone, il leghista Joe Formaggio, uno che le “spara” e per fortuna solo a parole.

Lo ha fatto perché è un amico che conosco personalmente. Mio fratello abita nel suo comune. Ma al contrario di come si pensi non sono leghista. Ho votato Dc per una vita e i partiti di centro. Trovo tuttavia sbagliato ritenere che un italiano che chieda sicurezza sia per forza un violento o un leghista.

Matteo Salvini avrebbe voluto farle un monumento. Di sicuro è uno dei suoi riferimenti.

Ma io sono libero di dire che ci sono verità nelle sue parole così come riconoscere che a volte si lascia andare e che le parole gli sfuggano. Mi piace pensare che questo sia un difetto di tutti gli umani.

Oggi, a distanza di tre anni, si dice e la sua legittima difesa è finita per diventare un invito a munirsi.

E forse questo è ciò che più mi addolora. Se potessi vorrei dire a tutti: “Giù le mani dal mio cognome”. Ho passato una vita nel volontariato e non posso sopportare che il mio cognome sia associato a un esempio di violenza.

Per alcuni è stato un gesto di eroismo.

Gli eroi sono altri. Carabinieri, chirurgi, insegnanti, volontari. Non mi ritengo né una vittima né un eroe. Ma molto di più. Normale. Vede, io sono un uomo normale ma ho sempre pensato che eroico è chiunque faccia le cose con scrupolo. La verità è che faccio parte di quella moltitudine silenziosa che non sa adeguarsi alle mostruosità di questa epoca. Corpi fatti a pezzi come a Macerata o la follia di quel ragazzo, sempre a Macerata, che a me pare solo un disadattato.

È però è proprio la pistola che ne stava facendo un giustiziere.

Sono d’accordo. Ma che c’entra il fascismo con quel disgraziato di ragazzo? Sarò un uomo semplice ma mi sembra che non dovrebbe esserci nessun dubbio che non c’entri la politica. Ho provato pena quando i partiti hanno gareggiato nel dare un colore a quella follia. E non dovrebbero esserci dubbi che si tratti di quella. Riguardo le armi, credo che in Italia non ci siano tante armi ma tanti uomini che non le conoscono. Sarei favorevole a spiegare bene ai giovani come usarle ma proprio per farne comprendere la pericolosità.

Insomma di nuovo la leva. Militare?

L’unica leva possibile è un anno di servizio civile. Credetemi. Sarebbe questo il vero fucile.

Che ne è stato della commessa?

Si è sposata. È diventata mamma.

(Questo articolo è stato pubblicato su Panorama del 15 febbraio 2018 con il titolo: "Mi sono armato perché costretto")

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