Caso Cucchi: omicidio preterintenzionale per i tre carabinieri

Il pm Pignatone allontana il rischio prescrizione accusando per la prima volta gli uomini dell'Arma del pestaggio che portò alla morte del ragazzo

stefano cucchi sorella ilaria processo carabinieri

Ilaria Cucchi mostra la foto del fratello Stefano dopo la sentenza della corte d'appello sul processo Stefano Cucchi, Roma, 31 ottobre 2014. – Credits: ANSA/ANGELO CARCONI

«Siamo emozionati e soddisfatti dalla conclusione di questa indagine che abbiamo atteso per anni. Le accuse di omicidio preterintenzionale, calunnia e abuso d'ufficio danno l'idea di cosa sia successo quella sera a Stefano. La famiglia Cucchi vuole ringraziare il procuratore Pignatone e a tutti gli inquirenti della procura di Roma. La verità che è emersa dalle indagini è chiara: Stefano stava bene prima dell'arresto, dopo è morto». Cucchi pesava, al momento del decesso scoperto dagli operatori sanitari tre ore dopo, solo 37 chilogrammi.

L'avvocato Fabio Anselmo, il legale di Ferrara che assiste la famiglia Cucchi sin da quando, il 22 ottobre del 2009, Stefano morì in una stanza all’interno del reparto protetto dell’ospedale Sandro Pertini di Roma, non nasconde la sua soddisfazione. A oltre sette anni dalla morte del ragazzo, fermato il 15 ottobre del 2009 a ridosso del parco degli Acquedotti a Roma perché sorpreso con 28 grammi di hashish e qualche grammo di ecstasy, la procura ha messo sotto indagine - per reati inediti quali omicidio preterintenzionale e abuso d'autorità - i tre carabinieri, Alessio Di Bernardo, Raffaele D'Alessandro, Francesco Tedesco, responsabili dell'arresto e dei primi interrogatori in caserma.

Leggi anche: LE TAPPE E IL CALVARIO DEL CASO CUCCHI


Secondo i magistrati - contrariamente da quanto sostenuto dai giudici e dai pm della prima indagine, poi annullata in cassazione - è nelle prime mosse e nei primi atti dei carabinieri, quando Cucchi fu prima fermato, poi fu portato in caserma e in seguito fu perquisita la sua abitazione, poi di nuovo portato in caserma, che va cercata la verità. È in questo lasso di tempo - quando ancora il giovane non era stato portato a Regina Coeli né era avvenuto il processo di convalida dell'arresto - che avvennero le violenze e le percosse che portarono alla morte del giovane. 

Tra le testimonianze considerate più utili c’è quella di Anna Carino, ex moglie del carabiniere Raffaele D’Alessandro, che in una telefonata avrebbe detto all’uomo: “Hai raccontato a tutti di quanto vi eravate divertiti a picchiare quel drogato di merda (…) che te ne vantavi pure… che te davi le arie”. Alla base della ricostruzione di Pignatone e Musarò ci sarebbero anche le parole di Riccardo Casamassima, all’epoca in servizio presso la stazione di Tor Sapienza. In un verbale del 30 giugno, Casamassima ha raccontato che la notte dell’arresto l’allora comandante Roberto Mandorlini disse: «È successo un casino, i ragazzi hanno massacrato di botte un arrestato».


LE ACCUSE
Il militare Tedesco dovrà rispondere anche di falso nella compilazione del verbale di arresto e calunnia insieme al maresciallo Roberto Mandolini, all'epoca dei fatti a capo della stazione Appia, dove venne eseguito l'arresto. Vincenzo Nicolardi, anche lui carabiniere, dovrà rispondere di calunnia con gli altri due, nei confronti degli agenti di polizia penitenziaria che vennero accusati nel corso del prima inchiesta, risoltasi con un'assoluzione-beffa (poi annullata dalla Cassazione) in appello di tutti gli imputati e anche dei cinque medici che lo avevano preso in custodia.

La conclusione delle indagini dell'inchiesta-bis si basa sostanzialmente sul referto medico-legale dell'ottobre 2016 che per la prima volta, tra molte contraddizioni, aveva aperto alla possibilità che Cucchi fosse stato violentemente malmenato ancor prima della convalida dell'arresto e che la causa della morte del giovane fosse da ricercare nel pestaggio subito in caserma, in quelle ore iniziali, non già - come evidenziato dall'accusa di calunnia nei confronti degli agenti penitenziari rivolta ai carabinieri coinvolti - quando il giovane era in carcere. Il senatore del Pd Luigi Manconi, presidente della Commissione diritti umani a Palazzo Madama, che ha sempre seguito la vicenda, parla di un primo passo verso l'accertamento della verità, dopo le menzogne e i depistaggi di cui si sarebbero macchiati i militari. Questa ricostruzione dei pm rende giustizia, dopo la prima inchiesta condotta maldestramente, alla versione sostenuta da sempre da Ilaria Cucchi. La donna, già durante il primo processo annullato in Cassazione, aveva sostenuto la necessità di aprire un’inchiesta sulle responsabilità dei carabinieri invece di concentrarsi solo sulla polizia penitenziaria (chiamata in causa dai Cc, ora accusati di omicidio e falso) e trascurare quella che secondo i Pm era la notte decisiva, quella tra il 15 e il 16 ottobre.




UN NUOVO PROCESSO
La novità, rispetto al primo controversoprocesso, sta nel cambio del capo di imputazione nei confronti dei tre carabinieri, che nel primo processo erano stato solo indagati per lesioni personali aggravate. Il cambio del capo di imputazione aggrava la posizione degli indagati e soprattutto fuga il rischio incombente della prescrizione. «Fu colpito dai tre carabinieri che lo avevano arrestato con schiaffi, pugni e calci», scrivono Pignatone e Musarò. Le botte, aggiungono i pm, provocarono «una rovinosa caduta con impatto al suolo in regione sacrale» che «unitamente alla condotta omissiva dei sanitari che avevano in cura Cucchi presso la struttura protetta dell'ospedale Sandro Pertini, ne determinavano la morte». Ci sono ora i presupposti per la celebrazione di un nuovo processo e per riscrivere da capo la storia del pestaggio e della morte di Stefano Cucchi, per la quale nel primo processo erano stati tutti assolti, dal personale sanitario ai carabinieri, ed erano stati indagati - sulla base di testimonianze false dell'Arma - anche alcuni agenti penitenziari che nulla c'entravano con il pestaggio.

© Riproduzione Riservata

Commenti