mafia
(Ansa)
mafia
Cronaca

La Spina: «L’omertà in Sicilia è figlia della paura, non un sistema»

All’indomani della cattura del latitante Matteo Messina Denaro hanno fattoscalpore le dichiarazioni omertose di suoi concittadini, mentre il trapanese appare come il vertice di una sorta di triangolo d’oro delle logge massoniche.

Dopo l’arresto del boss Matteo Messina Denaro le piccole comunità trapanesi di Campobello di Mazara e di Castelvetrano sono al centro della scena mediatica: a favore di telecamere, il tradizionale clichè dell’omertà ci ha restituito il fastidio nell’ascoltare le risposte degli intervistati, come di chi si è spinto nel sottolineare l’errore dello Stato ad aver arrestato, quel latitante, dopo 30 anni.

Un costume omertoso diffuso soprattutto tra gli strati più popolari e meno socialmente evoluti della popolazione, al quale si associa, su ben altro versante, la complicità di quella che in questi giorni viene candidamente definita “borghesia mafiosa”. Un clichè tra omertà e potere massonico.

Ne abbiamo parlato con il professor Antonio La Spina, uno tra i massimi esperti mondiali del fenomeno mafioso, per riflettere sull’esistenza di un“mondo di mezzo” in salsa sicula. Professore, da qualche giorno l’antico profilo del siciliano omertoso è stato tirato fuori dagli armadi della memoria.

«L’omertà, come sentimento e comportamento, non è certo sparita dal costume siciliano e meridionale in genere. Se Cosa Nostra, purtroppo, ancora esiste, è proprio grazie a comportamenti di questo genere: il potenziale intimidatorio che è in grado di dispiegare rappresenta l’arma più pericolosa di quest’organizzazione perennemente puntata contro lo Stato e i suoi cittadini. E dalla paura nasce l’omertà, non dimentichiamolo».

L’omertà figlia della paura, allora.

«Non c’è da meravigliarsi, la paura è un sentimento umano che guida il comportamento delle persone a Campobello di Mazara e a Castelvetrano come in qualunque altra parte del mondo. E se non ci fosse la paura, le mafie non sarebbero tali, non c’è da meravigliarsi. Aspettiamo il giorno in cui la paura come sentimento potrà sparire: e d’incanto le organizzazioni mafiose si scioglieranno».

C’è dell’altro, allora?

«Certo, la connivenza, e qui il discorso si fa molto interessante, in quanto non si tratta di un sentimento, ma di un comportamento umano frutto anche della possibilità di trarne dei benefici, dei profitti economicamente valutabili. Consiste nel proteggere, nel prestare il proprio supporto, la propria disponibilità: una reciprocità nello scambio dei vantaggi. E da questo profilo il comportamento umano si indirizza verso quello più specificamente “mafioso”».Comportamento mafioso duplice…«Certo: da un lato i mafiosi propriamente detti registrano vantaggi nel circondarsi di persone che pur non essendo intrane e all’organizzazione criminale sono pronte ad aiutarli, e dall’altro quest’ultimi che, in ogni caso, ne traggono benefici spesso economici. Come se le loro prestazioni venissero pagate. Qui la paura c’entra poco, il denaro, molto…».

Insomma, paura e vantaggi economici sono il terreno fertile della mafia?

«Esattamente le due logiche sottostanti la nascita ed il mantenimento in vita di ogni fenomeno mafioso».

Professore, molti concittadini di Messina Denaro hanno dimostrato indifferenza all’arresto del boss!

«Per paura, ovviamente, perché non credo proprio che tutti gli intervistati avessero avuto dei benefici economici dal loro illustre concittadino. E la paura, come sentimento umano, va ben al di là della più spesso invocata “tara antropologia” dei siciliani (come dei calabresi e dei campani…): in questi giorni, gli stessi media hanno utilizzato il termine “omertà” dandone una collocazione solo geografica, senza alcun chiarimento tecnico…».

Omertà popolare o sistema consolidato?

«A seconda delle situazioni. L’omertà non può essere più estesa a tutto il popolosiciliano, sia chiaro, perché ormai gran parte della popolazione è letteralmentecresciuta avendo come punti di riferimento chi ha combattuto la mafia. Invocare poil’omertà come sistema consolidato è un azzardo…».Perché?«Perché dal punto di vista antropologico, come sappiamo, la mafia non spiega i suoieffetti su tutta la società, ma su alcuni soggetti, cioè quelli più sensibili al contattocon chi potrà loro apportare benefici economici e professionali. Nella politica e nellasanità, ad esempio, non sarà difficile rinvenire chi sarà più sensibile ad essere attrattonell’ottica mafiosa, ben sapendo di poterne guadagnare in ricchezza o in carriere.Comunque più che di sistema parlerei di rete…».

Ci aiuti a capire cosa è l’omertà, a questo punto…

«E’ un atteggiamento che riguarda almeno tre categorie di persone: quelle comuni (i concittadini di Campobello di Mazara e di Castelvetrano intervistati in queste ore…), e in questo caso rientriamo nel sentimento della paura. Sarà omertoso colui che non rivela quanto di cui è a conoscenza soltanto per paura. Poi abbiamo l’omertà di chi è contiguo alla mafia: in questo caso essa è dovuta a rapporti di connivenza e di mutuo beneficio, un atteggiamento di fondo di chi accetta che è meglio coprire chi potrà renderti il favore».

E la terza categoria?

«Mi riferisco all’omertà manifestata da chi fa parte dell’organizzazione mafiosa. In questo caso, l’omertà è il collante della mafia, un sistema di paura che cementa gli associati legandoli ad un destino comune. E’ la regola aurea del vincolo mafioso».Evocata, l’omertà, quasi a fenomeno popolare?«In questi giorni ed ogniqualvolta, soprattutto nel Mezzogiorno, assistiamo ad eventi legati alla criminalità organizzata. Il sentire popolare, la cinematografia, un certo atteggiamento snob diffuso negli strati più elevati della popolazione hanno contribuito a rendere l’omertà qualcosa di altro dalla sua vera essenza».

Omertà e non solo. Gira un vecchio aneddoto in Sicilia: nel 1986 Giovanni Falcone, venuto a conoscenza del contenuto di documenti rinvenuti all’esito di una perquisizione avvenuta in provincia di Trapani, riconducibili ad una loggia massonica locale, non perse tempo ad esternare la sua preoccupazione ad un ufficiale dei Carabinieri: “Attento, chi tocca questi fili muore”. La geografia massonica nel Trapanese è allarmante: ben 10 logge massoniche insistono nel territorio, due a Campobello di Mazara, dove di Messina Denaro intanto sono saltati fuori ben tre covi e una anche a Castelvetrano, il suo paese d’origine. Professore, intanto Trapani appare il vertice di una sorta di triangolo d’oro delle logge massoniche.

«Occorre distinguere: una cosa sono le logge riconosciute, quelle che svolgono la propria attività alla luce del sole. Mi preoccuperei di quelle “coperte”. Ma sappiamo che il fenomeno è composito e di difficile analisi».

In effetti il relativismo mediatico sembra fare più danni del problema…

«E’ il rischio che provoca ogni forma di generalizzazione, a Trapani come a Milano. Mi sono reso conto come si voglia per forza tirare in ballo la massoneria ogni qualvolta il velo del mistero sembra coprire la realtà circostante».

Il problema comunque esiste.

«Occorre scendere nei dettagli, attenzionare le logge deviate, investigare sui singoli referenti e accertare contiguità poco chiare. Ma è compito della magistratura, non dell’opinione pubblica».

Suona meglio la definizione “borghesia mafiosa”…

«Fa vendere copie in questi giorni. Ma non è detto che tutti i borghesi siano mafiosi. Anche in questo caso l’utilizzo di un termine non significa che in esso possiamo ricomprendere tutti i borghesi. Non possiamo cedere alla tentazione di considerare mafiosi gli imprenditori, i professionisti, gli avvocati. Tra di essi ve ne sarà pure chi ha ceduto al fascino del guadagno e della carriera pur di proteggere i mafiosi. Ma ogni generalizzazione non sarebbe tecnicamente corretta».Il dibattito è esploso…«Perché è stato arrestato un mafioso del calibro di Messina Denaro…».

Antonio La Spina, siciliano di Palermo, classe 1959, è ordinario di Sociologia del diritto, della devianza e del crimine organizzato presso la Luiss di Roma: già condirettore del master in Politiche di contrasto corruzione e criminalità organizzata, ha insegnato nelle università di Palermo, Messina, Macerata, Milano Cattolica, Lumsa e fatto ricerca, tra l’altro, presso London School of Economics and Political Science, con Niklas Luhmann. Già direttore della Scuola di giornalismo Mario Francese dell’Università di Palermo, tra i suoi interessi prevalgono quelli sulla criminalità organizzata e la corruzione pubblica cui ha dedicato volumi quali “Mafia, legalità debole e sviluppo del Mezzogiorno” (2005), “I costi dell’illegalità. Mafia ed estorsioni in Sicilia” (2008), “I costi dell’illegalità. Camorra ed estorsioni in Campania” (2010), “Il mondo di mezzo. Mafie e antimafie” (2016).

I più letti