Carmelo Abbate

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È la sera di sabato 6 febbraio. Siamo a Napoli, piazza Bellini, un rettangolo del centro storico attorniato da palazzi che ospitano sedi universitarie, accademia delle belle arti, conservatorio, museo archeologico.

Sono circa le nove. Una decina di giovani africani ciondola nella parte bassa dello slargo, tra via San Sebastiano e Port'Alba. Sembrano ragazzi come i tanti che compongono il variopinto popolo della movida, ma in realtà sono spacciatori di droga.

Sono accorti, svelti e ben organizzati. Tengono poche bustine in tasca, ma hanno a disposizione un servizio di rifornimento continuo, oltre a vedette appostate nei punti nevralgici pronte a lanciare l'allarme al primo movimento sospetto.

Andiamo a sederci vicino a loro sui gradini del negozio di strumenti musicali che ha abbassato la saracinesca. Siamo in due. Teniamo una bottiglia di birra in mano, felpa con un cappuccio sulla testa, e una sigaretta incastrata sopra l'orecchio. Ma non basta. Reagiscono con diffidenza, si allontanano.

Poi qualcuno si avvicina, ti annusa, chiede un euro, un sorso di birra, prende la tua sigaretta e poco alla volta la tua presenza viene assorbita. Anche perché nel frattempo la piazza si è riempita fino a traboccare di corpi: giovani dei centri sociali, ultras della curva del Napoli, esponenti della sinistra più estrema, universitari fuori sede, ragazzi dell'arcigay.

Da ultimo sono arrivati loro, gli spacciatori africani. Il sistema di vendita è molto attento. Arriva un cliente, breve scambio di gesti più che di parole, uno dei pusher si stacca dal gruppo e rimane solo con l'acquirente, i due si incamminano nel vicolo come fossero amici che fanno due chiacchiere, le spalle si avvicinano, prima passano di mano i soldi poi la bustina. Avviene tutto in pochi secondi.

Non siamo i soli a tenerli d'occhio. Mimetizzati tra la folla ci sono dei poliziotti di un corpo speciale creato e diretto dal dirigente Michele Spina: pochi uomini scelti per i quali vige il divieto assoluto di rivelare perfino il nome del reparto.

Sono le tre di notte quando hanno acquisito tutte le prove ed entrano in azione: bloccano due africani che vengono caricati sulle volanti, portati in questura e poi direttamente in carcere a Poggioreale.

Il primo degli arrestati ha 20 grammi di hashish e 90 euro in tasca, dichiara di chiamarsi Dampha Lamin e di essere nato in Gambia il 5 marzo 1194. Gli agenti prendono le impronte digitali e le immettono nella banca dati del ministero dell'interno.

L'uomo risulta fotosegnalato per la prima volta in Italia il 17 settembre 2014 alla questura di Siracusa, ma con un nome diverso: Sharif Lamin. Il 4 dicembre successivo ha chiesto asilo politico alla questura di Caserta, gli è stato riconosciuto lo status di rifugiato ed è stato accolto all'interno della Casa cooperativa per la salute di Teano.

Nella notte di sabato 30 gennaio è stato arrestato per spaccio di droga proprio nello stesso posto, sempre in piazza Bellini a Napoli. Martedì 2 febbraio è stato scarcerato, è tornato nella struttura di accoglienza e poi di nuovo nello stesso identico punto a spacciare droga. Mentre questo articolo va in stampa probabilmente Lamin avrà già lasciato il carcere e sarà libero di tornare alla sua occupazione.

Il secondo fermato è stato trovato con 3 grammi di marijuana e 50 euro nei pantaloni. Dice di chiamarsi Keta Mudu e di essere nato in Gambia il primo settembre 1994. Le impronte raccontano il suo percorso in Italia: è stato fotosegnalato il 26 giugno 2015 a Lampedusa con il nome Kella Modou e una data di nascita anche questa diversa. il 5 luglio ha fatto richiesta di asilo politico al commissariato di Giugliano, nel napoletano, ed è stato accolto nella cooperativa Crescere Insieme di Calvizzano.

Nel gennaio di quest'anno è stato denunciato per danneggiamento della stessa struttura e interruzione di pubblico servizio. Anche lui in queste ore sarà tornato in libertà.

Che ci piaccia o meno, la verità è questa e non può essere taciuta: lo stato italiano mantiene anche gli spacciatori di droga come Mudu e Lamani, pagando 35 euro al giorno alle strutture che li ospitano. Di questi soldi, 2 euro e mezzo finiscono direttamente nelle tasche degli extracomunitari. Paga Pantalone.

Ma non finisce qui. Perché i due fermati di sabato notte non sono casi isolati. Negli ultimi 6 mesi la polizia ha arrestato 51 africani provenienti dal Gambia, Senegal, Tanzania, Gabon, Nigeria, Guinea. Tutti bloccati in piazza Bellini a Napoli.

Di questi, 41 godevano dello status di rifugiato politico e richiedente asilo. Sembrerà assurdo ma è così: li accogliamo, li ospitamo in centri, case e alberghi a nostre spese, e loro nel tempo libero spacciano droga sorretti dalla prepotenza e dal privilegio dell'impunità.

I numeri che ci arrivano da Napoli, ovvero 80 per cento di rifugiati sul totale degli arrestati per spaccio di droga, ci sbattono in faccia un fenomeno delinquenziale sul quale stanno cercando di far luce le nostre forze di polizia, che su questo aspetto tengono le bocche cucite.

Ma non ci vuole un comunicato del ministero dell'interno per capire che i richiedenti asilo sono entrati a tutti gli effetti nella catena criminale che gestisce il traffico di stupefacenti nel napoletano.

Proviamo a spiegare il meccanismo. Le figure professionali della vendita al dettaglio in piazza sono la vedetta, il pusher, il contasoldi, che passa durante la serata a raccogliere gli incassi, e il capopiazza, che comanda le operazioni sul posto.

La criminalità organizzata ha applicato a questo sistema lo schema del caporalato sperimentato con successo nell'agricoltura: raccoglie mano d'opera nei centri di accoglienza, pescando tra chi fa già uso di droghe leggere, e la impiega in tutti i ruoli, escluso quello del capopiazza.

Rispetto al giovane italiano, il rifugiato presenta diversi vantaggi di natura criminale: costa meno, non ha aspirazioni di carriera all'interno del clan, quindi non fa rumore in giro per mettersi in mostra. Se viene arrestato non parla, anche perché non conosce neppure il capopiazza, e non devi sostenere spese legali: basta un avvocato d'ufficio.

Il richiedente asilo è diventato l'unico ingrediente affidabile nella maionese impazzita napoletana. Gli arresti eccellenti degli ultimi mesi hanno creato un vuoto di potere che ha fatto emergere giovani delinquenti, arroganti, armati fino ai denti, ma privi di una adeguata struttura criminale. Risultato: sparatorie in strada a colpi di kalashnikov, proiettili vaganti, morti ammazzati. Al punto che il ministro dell'interno Angelino Alfano preannuncia l'arrivo dell'esercito.

Alle estremità di piazza Bellini c'erano due volanti della polizia con i lampeggianti accesi. In nostri cari e costosi profughi hanno trafficato tutta la sera come se nulla fosse. E hanno continuato pure dopo gli arresti.

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