La banalità del male
La banalità del male
Cronaca

La banalità del male

Alcuni fatti di cronaca raccontano di come la violenza sulle donne sia ancora una problematica presente e drammatica

«Non vi è dubbio alcuno sulla base dell'inequivocabile costruzione dei fatti, che la ragazza si sia trovata di fronte a un pericolo imminente e attuale per la sua vita, per quella della madre e della nonna. Un pericolo derivante dall'escalation violenta della vittima, iniziata all'interno dell'appartamento e proseguita dopo aver interrotto la fuga delle donne e averle affrontate e aggredite».

E' quanto scrive il Giudice per le Indagini Preliminari di Tivoli archiviando l'inchiesta, aperta d'ufficio come atto dovuto, a carico di una ragazza di Monterotondo, a nord di Roma, accusata di aver ucciso il padre con una fatale coltellata, sferrata per difendere se stessa, la madre e la nonna dalle violenze inaudite di un papà violento che, quella sera, ubriaco, si stava accanendo contro di loro, come avvenuto più e più volte in precedenza, fin da quando era bambina.

«L'uomo per anni ha imposto il terrore negli animi di tutte le figure femminili della sua famiglia; deve necessariamente concludersi che la reazione esercitata dalla figlia - sia nella forma della minaccia o comunque nella forma dell'aggressione volontaria a mezzo di colpo sferrato all'orecchio - sia stata del tutto proporzionata all'offesa, dovendosi assolutamente escludere l'ipotesi di un eccesso colposo».

Deborah non è una giustiziera, anzi, la sua reazione è stato un estremo gesto di salvezza per le sue donne, madre e nonna, e di sopravvivenza, con connotazioni di struggente amore anche per quel padre, stretto fra le braccia mentre si spegneva, ripetendo - pare - frasi come "papà ti voglio bene, non morire, scusami".

Se un giorno dovessero illustrare agli studenti di giurisprudenza il concetto di 'legittima difesa', potrebbero narrare la storia di Deborah.

E se un giorno dovessero raccontare una delle migliaia/milioni di casi in cui la vittima non ce l'ha fatta, basterebbe aprire le cronache di qualsiasi quotidiano.

Oggi stesso leggo la vicenda della piccola Romina, 13 anni, brutalmente decapitata da un padre in un contesto rurale dell'Iran, insofferente alla sua relazione con un ragazzo più grande.

Sempre oggi rimbalza la notizia della conferma in appello della condanna all'ergastolo del tramviere di Milano che due anni fa ha ucciso la giovane Jessica, 19 anni, con 85 coltellate, solo perché rifiutato dalla ragazza: in giudizio l'assassino aveva provato ogni carta possibile, dalla perizia psichiatrica alla goffa richiesta di scuse.

"Se mi fate uscire e mi fate ritornare a una vita normale, lavorerò e risarcirò il danno", espressione che è l'emblema della totale mancanza di comprensione dell'immensità del male perpetrato e delle conseguenze che ne seguono.

Come può aver pensato che, spegnendo una giovane vita in quel modo, un qualsiasi Giudice potesse permettergli di ricominciare una 'vita normale'?

Ecco la banalità del male, quella descritta in un celebre saggio di Hannah Arendt quando narrò le vicende del processo, intentato a Gerusalemme, del gerarca nazista Adolf Eichmann, rapito in Argentina dalle Forze Speciali e condotto in Israele dove, al termine di un regolare processo, fu condannato a morte.

Banalità del male che si ritrova nel profilo di Eichmann, così come tracciato dall'autrice del saggio: "Non era stupido: era semplicemente senza idee (una cosa molto diversa dalla stupidità), e tale mancanza di idee ne faceva un individuo predisposto a divenire uno dei più grandi criminali di quel periodo".

Nelle vicende di violenze familiari, gli aguzzini difficilmente si rendono conto del male e della sofferenza inflitta, e quando compiono il gesto definitivo solo raramente metabolizzano la sofferenza inflitta, innescando al proprio interno meccanismi di autodifesa e giustificazione che li portano a non accettare la pena comminata e, in alcuni casi, tornati liberi, a reiterarla, come avvenuto per il caso del mostro del Circeo, Angelo Izzo.

Deborah, la giovane romana prosciolta da ogni accusa, ha evitato il teatrino del finto pentimento del padre violento, le sue eventuali lacrime da coccodrillo nell'ipotesi da 'sliding door' in cui, dopo aver ucciso (perché questo sarebbe stato l'epilogo di quella sera, se non fosse stato fermato), fosse stato arrestato, così ingrossando le fila di migliaia di padri/mariti/fidanzati assassini che, a posteriori, invocano un impossibile perdono ed un ritorno alla vita 'normale', ultimo insulto alla memoria delle loro vittime che non hanno nemmeno più una vita.

Info: https://www.danielamissaglia.com/

Per richieste: segreteria@danielamissaglia.com

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