C'è donna e donna
Kellie Chauvin (twitter, Ansa)
C'è donna e donna
Cronaca

C'è donna e donna

La cronaca ci riporta storie di donne che hanno preso le distanze dai mariti (colpevoli di reati spregevoli) ed altre che invece hanno deciso di restare

Che cos'hanno in comune Kellie Chauvin e Georgina Rose Chapman?

Oltre all'avvenenza, queste due bellissime donne hanno condiviso la rovinosa caduta (e prima le gesta di "forza" o ricchezza) dei loro mariti e hanno reagito nel medesimo modo: lasciandoli in modo subitaneo e fragoroso, dopo dieci anni di relazione, così a prenderne pubblicamente le distanze e provare a salvare almeno se stesse, i figli, la reputazione.

La prima, ex Miss Minnesota 2018, vedova e con alle spalle una piccola macchia giudiziaria per aver tentato di pagare la spesa con un assegno in bianco, nata nel Laos e vissuta in un campo di rifugiati, è la moglie dell'agente di polizia che è assurto a simbolo del male in un'America scossa dai conflitti inter-etnici, innescati dalla morte dell'afroamericano George Floyd, soffocato da Derek Chauvin che, durante un'operazione di fermo, gli ha premuto per nove lunghi minuti il ginocchio sul collo. Nonostante le premesse di voler tutelare la sua privacy, si presume che i tabloid si scateneranno per avere esclusive e particolari della sua vita matrimoniale.

La seconda, di una bellezza sconvolgente, era sposata con il più potente produttore di Hollywood, Harvey Weinstein, travolto dallo scandalo delle molestie sessuali e dal ciclone "MeToo", anch'egli divenuto emblema di quanto di più spregevole possa connotare il rapporto fra denaro, influenza e ricatto.

Kellie Chauvin, che aveva definito il marito "assassino in mondovisione" un 'tenerone' nella vita privata, oggi si dice 'devastata' ed ha affidato ad uno studio legale le pratiche per divorziare, comunicandolo urbi et orbi per tracciare una netta linea di demarcazione che preservi lei ed i figli - nati dalla precedente relazione - dall'ondata di indignazione di un'America nera che si è rivoltata in ogni città e la sta mettendo a ferro e fuoco.

Georgina Chapman, che aveva a sua volta definito il marito "brillante e sensibile" nella vita privata, giurando di non avere mai sospettato dei comportamenti viscidi e maniacali del consorte, si era mossa con le medesime modalità, con annunci pubblici che si sospetta celassero la duplice finalità di tutelare la prole ma, anche, il brand d'abbigliamento di cui era creatrice e testimonial.

Due donne, insomma, che, quando il 'carro' ha preso fuoco, sono state leste a scendervi immediatamente e promuovere mediaticamente questa loro scelta.

Hanno fatto bene? Nel loro caso certamente sì benché appaia stucchevole, oltre che poco credibile, il ruolo di vergini imbiancate ignare della natura dei loro consorti, violento il primo, molestatore seriale il secondo, emersa ai loro occhi solo a cose fatte… figuriamoci.

Troppo facile direi, tanto più se si considera un altro genere di donne che, all'esatto contrario, hanno difeso e si sono immolate per i loro mariti, scegliendo – all'opposto – di ardere insieme al 'carro'.

Mi viene in mente Camille Olivia Cosby, storica ed unica moglie, fin dalla giovanissima età, dell'attore della serie TV cult "I Robinson" Bill Cosby, accusato e condannato per un numero pazzesco di episodi di violenza sessuale, tanto da finire in un carcere di massima sicurezza in cui si trova tutt'ora: Camille non solo non ha lasciato il marito, ma si è battuta anche mediaticamente per difenderlo e riabilitarlo, rifiutandosi ostinatamente di credere ad alcuno degli innumerevoli episodi di stupro e molestie recepiti nei plurimi verdetti di colpevolezza.

Anche in Italia vi sono casi di donne che hanno deciso di seguire i loro mariti nella polvere, sacrificandosi per loro: parliamo di Maria Teresa - moglie di Salvatore Ciancio, potente consigliere regionale del PSI campano, arrestato nel 1993 durante il ciclone Tangentopoli – che per non abbandonare il marito in quei momenti cruciali, rinunciò addirittura a curarsi da una grave patologia cardiaca, morendo sotto i ferri.

Parliamo anche di Adriana Del Vecchio, che nonostante il supplizio mediatico e giudiziario del consorte Bruno Contrada, ex numero uno del SISDE, gli rimase sempre vicino, fino alla fine dei suoi giorni, difendendolo e quasi gridando sotto le luci delle telecamere, per denunziare l'accanimento verso il suo 'Bruno', lasciandolo solo quando la malattia l'ha chiamata in cielo.

Insomma, esempi opposti di donne che hanno reagito in modo antitetico, censurabile o condivisibile a seconda dei casi, al precetto canonico di fedeltà e vicinanza scolpito dalle parole "finchè morte non ci separi".

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