Il Consiglio di Stato autorizza a ficcare il naso nei conti correnti
Il Consiglio di Stato autorizza a ficcare il naso nei conti correnti
Cronaca

Il Consiglio di Stato autorizza a ficcare il naso nei conti correnti

Nelle dispute legali ormai il diritto alla privacy è svanito nel nulla. Con tutte le conseguenze del caso

Che la privacy fosse un diritto sul viale del tramonto era una sgradevole sensazione che cercavamo di ripudiare nonostante l'epoca Covid-19 avesse già dato una grande botta al reticolo di norme che riteneva sacra l'inviolabilità delle nostre vite.

Ma ora, in un sistema di controllo degno del Grande Fratello (quello di Orwell), dove il Fisco può ficcare il naso in ciascun nostro rapporto finanziario e sapere vita, morte e miracoli, ci mancava anche il Consiglio di Stato a mettersi di mezzo infilando il calcio di rigore.

Già perché l'organo di giustizia amministrativa ora sguinzaglia anche mogli o mariti autorizzandoli a curiosare nei nostri conti, anche senza il benestare di un Giudice e a prescindere dal fatto che le loro richieste possano essere solo il sintomo di una maniacale ossessione di controllo.

Non è fantascienza ma una nuova realtà nata all'indomani di una sentenza passata piuttosto sotto traccia ma dai risvolti importanti che ha cambiato radicalmente le cose, se in meglio o peggio lo lascio alla sensibilità di ognuno.

C'era un passato remoto in cui, nel corso delle separazioni e dei divorzi, chi voleva tenere nascosti certi dati patrimoniali o reddituali poteva farlo quasi impunito.

Poi i Giudici hanno affinato tecniche che implicavano ordini di esibizione stringenti, alla parte o al terzo (ad esempio la Banca, la Fiduciaria, il terzo datore di lavoro) per ovviare a questi atteggiamenti diciamo 'protezionistici' ed evasivi.

Successivamente, gli stessi Tribunali hanno elaborato formulari da compilare e corredare di documenti, da depositare prima di una causa di separazione o divorzio, minacciando persino conseguenze penali ai coniugi reticenti che osassero nascondere qualcosa in termini di redditi, patrimoni, giacenze bancarie ecc.

Capitava però sovente che una parte (marito o moglie, è indifferente) non persuasa dell'altrui trasparenza prendesse l'iniziativa di scrivere all'Agenzia delle Entrate e formulasse istanza di 'accesso agli atti': in sostanza chiedeva al Fisco di spiattellargli tutto ciò che risultava intestato all'altro coniuge.

Fino alla sentenza del Consiglio di Stato depositata lo scorso 25 settembre 2020 (la n. 19/20), l'Agenzia delle Entrate prima di decidere se accogliere o meno la richiesta, si rivolgeva alla parte contro la quale tale istanza era stata inoltrata per sondare il suo assenso: che è un po' come chiedere al condannato a morte se preferisse scendere dalla forca o gradisse un bel taglio netto con sfumatura alta.

Di fronte al rifiuto di quest'ultimo l'Agenzia delle Entrate rispondeva 'niet' alla parte istante: "spiace ma la privacy prevale e, quindi, in assenza di un ordine specifico di un Giudice non ti do nulla" (traduco nella lingua del popolo un panegirico di concetti scritti in burocratese).

E' una buona notizia?

Sì e no.

Sì se serve a incastrare il 'furbetto' che tenta di eludere la trasparenza per trarre indebiti vantaggi in giudizio.

No se si concepisce questo intervento come l'ennesima intromissione nella sfera privatissima dei cosiddetti 'fatti nostri', soprattutto laddove il ficcanaso è l'odiato "quasi" ex coniuge che oggi può radiografarci i conti magari senza nemmeno un'utilità concreta (perché magari è più ricco/a di noi ma vuole togliersi lo sfizio).

Rassegniamoci perché il futuro pensato da Orwell è adesso e si va spediti nella direzione in cui tutti noi diventeremo libri aperti, per il Fisco e non solo.

E' quel 'non solo' che suona inquietante.

Info: danielamissaglia.com

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