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Cronaca

Gli embrioni e l'inno alla vita

La Rubrica - Lessico Familiare

C'è qualcosa di profondamente innovativo nella decisione del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere che ha sancito il diritto assoluto della donna di utilizzare gli embrioni creati con il coniuge, e poi congelati, anche successivamente alla separazione e nonostante la contrarietà del marito.

Chi ha voluto vedere 'il marcio' in questa pronuncia ha sostenuto che così stando le cose la procreazione sia diventata una prerogativa tutta e solo femminile e che gli uomini, anche separati o divorziati, potranno ritrovarsi padri contro il proprio volere. Ma dove sta lo scandalo?

Si obietterà che da quando Dio plasmò la donna da una costola dell'uomo è l'altra metà del cielo a scandire le scelte del concepimento. Come l'acqua dalle cime delle montagne scende a valle così è la donna a governare il ciclo della vita, non solo nella fase della gestazione, ma anche della scelta. E' lei e solo lei che può decidere - salvo i casi di violenza, ma questa è un'altra storia - se e quando rimanere incinta ed è sempre lei a poter determinare in autonomia se interrompere la gravidanza, già prima della legge sull'aborto. Si pensi solo che testimonianze di rudimentali tecniche abortive sono state ricostruite dagli storici nelle primissime civiltà della Cina sotto Shennong, risalenti a quasi tremila anni avanti Cristo, per poi approdare all'epoca dell'Impero Romano.

Se è dunque la donna che, da sempre, tiene in mano il filo della vita, perché mai questa sentenza crea così scompiglio?Leggervi significati reconditi e sociologici che esautorino l'uomo dalla decisione di essere padre significa non aver minimamente compreso un meccanismo semplicissimo: il consenso è richiesto al momento della fecondazione, dopo è irrevocabile. La stessa L. 40/2004 tutela non già il futuro padre o la futura madre ma l'embrione. Il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere dà semplicemente attuazione a tale principio, ritenendo prioritario il diritto dell'embrione a vivere.

Dunque siamo al cospetto di un bilanciamento di interessi: quello dell'embrione a nascere, descritto dalla sentenza in commento come 'prevalente', e quello di tutela alla procreazione, anch'esso più meritevole del diritto all'autodeterminazione di colui che, dopo aver prestato il consenso alla fecondazione, poi sceglie di revocarlo. Siamo al cospetto, in definitiva, di un inno alla vita. Magari ora una parte di coloro che si scagliano contro la decisione dei giudici campani sono i medesimi che sostengono i movimenti per la vita, che hanno rivendicato il diritto di Eluana Englaro a vivere portando bottiglie d'acqua sul sagrato del Duomo di Milano, che inorridiscono davanti alla pillola RU486 e strizzano l'occhio ai manifesti anti-aborto che, per un certo periodo, hanno invaso le nostre città.

E' la solita ipocrisia che gli anglosassoni descrivono con l'acronimo NIMBY: not in my backyard ossia quando le cose non riguardano se stessi la parola ha libero sfogo. Una solidarietà di genere tutta maschile che vale però solo in una direzione: se è la donna a voler interrompere la vita allora l'uomo si sente esautorato e protesta, se invece decide di donarla, allora non va più bene. Sarebbe il caso di chiedersi a cosa pensavano quando hanno prestato il proprio contributo fattivo alla fecondazione e dato il consenso alla conservazione degli embrioni.

Credevano fossero come un succo d'arancia da frigorifero che, quando si vuole, si può buttare via?In un mondo, quello occidentale, che sta desertificandosi ed è destinato all'estinzione genealogica è davvero il caso di rispettare la vita, ma rispettarla davvero, ragionando fuori dagli schemi, senza 'tirare in ballo' complottismi eugenetici o solidarietà maschili, ma attribuendo alla vita sempre e solo quella priorità che merita. Tutto a posto? Direi di no. Direi che manca un pezzo. Perché se è vero che siamo in presenza di un "inno alla vita" in un'epoca che consente la fecondazione assistita eterologa, direi che qualora la madre negasse il consenso ad utilizzare gli embrioni, dovrebbe esserci il diritto dell'ex marito a farlo, qualora lo desiderasse, ricorrendo a ogni modalità lecita e consentita per portare a termine il progetto di vita pregresso, magari con la sua nuova compagna.

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