Cronaca

Berlusconi indagato per la trattativa Stato-Mafia. Così parlò Piero Vigna

Ecco cosa diceva il magistrato che per primo si occupò delle indagini anche sulle stragi del'93: "Berlusconi non ha nulla a che fare con tutto questo"

piero luigi vigna

Giorgio Sturlese Tosi

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Venticinque anni dopo la procura di Firenze torna a indagare Silvio Berlusconi per la presunta trattativa Stato-Mafia e le stragi mafiose del 1993. La notizia è rimbalzata come se fosse una novità, ma in realtà il procedimento risale a due anni fa ed era già noto. Nel 2017 l’iscrizione nel registro degli indagati era stata disposta in seguito alla
trasmissione, da Palermo a Firenze, delle intercettazioni in carcere del boss di Brancaccio, Giuseppe Graviano. Si trattò di un “atto dovuto” per effettuare le verifiche del caso. Gli accertamenti, evidentemente non si sono ancora conclusi. I legali di Silvio Berlusconi, Franco Coppi e Nicolò Ghedini, si dicono “certi che come già nelle precedenti occasioni tale ipotesi non potrà che risolversi in un’archiviazione. Così è stato a Palermo, a Caltanissetta e nel passato anche proprio a Firenze”.

Proprio la procura di Firenze, infatti, indagò per la prima volta Berlusconi nell’ambito dell’inchiesta sulle stragi mafiose. Erano i primi anni ’90. Ad aprire - e a chiudere - il fascicolo fu il magistrato Piero Luigi Vigna, che indagò e fece condannare mandanti e autori degli attentati mafiosi di Firenze, Milano e Roma. Le sue inchieste fruttarono alcuni ergastoli a Totò Riina e ai capi di Cosa Nostra. Vigna, scomparso nel 2012 e già procuratore nazionale antimafia, fu dunque il primo a raccogliere le dichiarazioni dei presunti collaboratori di giustizia e a voler approfondire la posizione del leader di Forza Italia. Arrivando a chiederne l’archiviazione. Nel libro In difesa della giustizia (Rizzoli, 2011), frutto di un’intervista durata mesi, Vigna si sofferma a lungo su quella indagine ed elenca i motivi per i quali ritenne senza ombra di dubbio che Berlusconi, con le stragi mafiose e la presunta trattativa, non c’entrasse affatto.
Ecco come Vigna ha ricordato quella prima indagine e le sue conclusioni.

“Alcuni collaboratori di giustizia avevano reso delle dichiarazioni, piuttosto generiche per la verità, dalle quali emergeva il loro nome come presunti referenti politici della mafia. Con Gabriele Chelazzi (magistrato antimafia scomparso nel 2003, ndr.) quindi iscrivemmo Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri nel registro degli indagati con i nomi Autore Uno e Autore Due, così da mantenere una assoluta riservatezza sull’indagine.  

In seguito, però, ne chiedemmo noi stessi l’archiviazione, perché non si arrivò a una concretezza di elementi che potesse giustificare una richiesta di rinvio a giudizio e di quella iscrizione si seppe soltanto quando, anni dopo, un’analoga richiesta di archiviazione, formulata dalla procura di Caltanissetta, vi fece riferimento. Del resto, in questi anni, mi sono fatto l’idea che Berlusconi, con le stragi, non c’entri proprio nulla. Pur non condividendo vari provvedimenti adottati durante il governo Berlusconi, devo però riconoscere che l’esecutivo ha promosso numerosi e importanti azioni a contrasto della mafia. A cominciare dalla legge che ha reso definitivo il trattamento di carcere duro, il cosiddetto 41 bis, che è stato non solo mantenuto ma addirittura aggravato, entrando stabilmente nell’ordinamento con una legge e non più con decreti di volta in volta prorogati, fino alla legge sui collaboratori di giustizia, che nel 2001 è stata resa più stringente, prevedendo che gli aspiranti collaboratori debbano anche indicare i propri beni e quelli del clan perché vengano sequestrati. Come pure è innegabile che molti importanti latitanti siano stati arrestati. E a chi dice che il merito va riconosciuto ai magistrati e alle forze dell’ordine, ricordo che è altrettanto vero che un ministro dell’Interno può, se vuole, dettare obiettivi diversi e in un certo senso anche incanalare le indagini dei corpi di polizia. Ma questi obiettivi diversi, distraenti rispetto alla lotta alla mafia, non ci sono stati.

Chi sospetta che Forza Italia abbia sottoscritto un accordo con i Corleonesi, deve anche leggere con obiettività le dichiarazioni di Gaspare Spatuzza. Che ha raccontato che il 24 marzo 1994, in un bar di via Veneto, a Roma, Giuseppe Graviano, capomandamento di Brancaccio, gli disse: “Abbiamo l’Italia in mano”. Tre giorni dopo i due fratelli Graviano furono arrestati a Milano, al ristorante Gigi il cacciatore, dopo una complessa indagine e giorni di pedinamento e collaborazione tra i militari di Palermo e i colleghi milanesi. Insomma, bisogna essere oggettivi. Non si può negare che ci sia stata una vera e propria aggressione a Cosa Nostra. E non va neppure trascurata l’ipotesi che, da alcuni capi mafiosi, possa esserci stata una sorta di millanteria. Nulla di più facile che i mandanti abbiano raccontato di essere solo gli esecutori di un progetto superiore per avere in cambio una contropartita, ma che queste coperture in realtà non ci fossero affatto. (…). Di tutte le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia in cui viene riferito l’appoggio del nuovo partito di Forza Italia o di alcuni dei suoi esponenti, mai viene circostanziato un episodio, un incontro, un accordo con questi presunti referenti. (…).

Ma se anche volessimo ritenere che Berlusconi abbia promesso protezione ai mafiosi in cambio di qualcosa, è evidente che lo stesso Berlusconi non ha rispettato gli accordi. Chi tradisce la mafia però la paga cara. Quanto meno sarebbero state attivate una serie di misure per colpire lui e il suo partito, magari anche con dichiarazioni da parte dei collaboratori di giustizia. A oggi, di tutte le indicazioni fornite, non ce n’è stata una che possa essere definita provata ed incontrovertibile. Ad oggi queste teorie complottiste non sono ancora state provate. Come del resto è accaduto per molte altre inchieste su mandanti, cospirazioni, “grandi vecchi” e trame internazionali. In Italia si suppone sempre che ci sia un secondo livello dietro ai più gravi delitti. Credo che dipenda dal fatto che, per il comune sentire, la gravità di certi fatti è ritenuta incompatibile con la personalità dei soggetti che li hanno compiuti. L’opinione pubblica fa fatica a credere che le stragi di mafia del ’93 siano opera di uomini dall’aspetto rozzo e ignorante come Riina, Provenzano e Brusca. Sembra più plausibile che questi siano stati gli esecutori pilotati da menti superiori. Questo principio, a cui Giovanni Falcone non credeva, e cioè la ricerca di un secondo livello, ha indotto alcuni magistrati, me compreso, a ricercare un’entità superiore che abbia pianificato le stragi per il proprio tornaconto. (…). Ma per provare in un’aula di giustizia un ipotetico secondo livello bisogna dimostrare che questi mandanti abbiano istigato a commettere un reato o che almeno abbiano promesso aiuto o protezione dopo che questo sia stato commesso. Se non lo si riesce a dimostrare, i mandanti, per la giustizia, semplicemente non esistono”.

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