Edoardo Frittoli

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Esattamente mezzo secolo fa un violentissimo sisma sconvolgeva la Sicilia occidentale tra le province di Trapani, Palermo ed Agrigento. La scossa più forte, alle 3 del mattino del 15 gennaio 1968, raggiunse una magnitudo di 6,4.

I centri più colpiti furono i paesi di Gibellina, Poggioreale e Montevago nella zona della valle del fiume Belice nell'entroterra trapanese. Le vittime del terremoto saranno circa 400, più di 1.000 i feriti e circa 90.000 gli sfollati dall'area più vicina all'epicentro.

Valle del Belice, Sicilia occidentale. Notte tra il 14 e il 15 gennaio 1968

Le scosse più violente erano state anticipate da altre di minore intensità poco dopo le 13,30 del giorno precedente, il 14 gennaio, alle quali le autorità e la popolazione non avevano dato eccessivo peso. Infatti le prime voci di cronaca avevano parlato soltanto di alcuni edifici lesionati e di nessuna vittima.

Poche ore più tardi però, appena dopo le 16, una scossa più violenta aveva creato danni estesi in diversi comuni del Belice, tanto che buona parte degli abitanti aveva deciso di trascorrere la notte fuori dalle case o di rifugiarsi in casolari isolati di campagna.

Il sisma fu avvertito in maniera allarmante anche a Palermo, dove i cittadini avevano intasato le strade cercando la fuga fuori dal centro abitato.

Ma le scosse del pomeriggio furono soltanto il preludio al devastante sisma che avrebbe colpito durante le prime ore del 15 gennaio con una serie di violente scosse a partire dalle ore 2:34.

La devastazione giunse mezz'ora più tardi con la scossa più forte dell'intero sciame sismico. Alle 3:01 i centri abitati di Montevago, Gibellina e Poggioreale furono letteralmente cancellati dalle carte geografiche.

Le vecchie case e gli edifici religiosi completamente costruiti in tufo non opposero alcuna resistenza alla violenza delle scosse, disintegrandosi in pochi secondi e trasformandosi in cumuli di macerie, che divennero la tomba di centinaia di cittadini.

I crolli furono ulteriormente aggravati dai numerosi incendi che divamparono a causa del contatto tra le travi dei tetti in legno e le molte stufe accese nel freddo del mese di gennaio.

L'alba del giorno dopo

Ai primi e poco organizzati soccorritori che già nelle immediate circostanze del sisma tentarono con i pochi mezzi a disposizione di portare soccorso ai centri maggiormente colpiti, si presentò uno scenario apocalittico, oltre al fatto che le strade di accesso ed i ponti erano stati inghiottiti dalla terra sconvolta dal terremoto.

Sotto le macerie, migliaia di persone erano ancora in vita nella lunghissima attesa di essere riportate alla luce dai Vigili del Fuoco.

Alle prime luci dell'alba a Montevago la conta dei morti aveva già superato le 200 vittime accertate.

La macchina dei soccorsi evidenziò sin da subito i gravi limiti dovuti ad un'organizzazione approssimativa, tanto che negli interventi svolti senza pensare a misure di sicurezza perirono 10 soccorritori sepolti da crolli successivi durante le 16 scosse più lievi che colpirono la zona il 15 gennaio.

Anche gli ospedali più prossimi al Belice furono lesionati dagli effetti del terremoto, rendendo ancora più difficile lo smistamento dei feriti e l'afflusso degli aiuti che iniziavano ad arrivare da tutta Italia per mezzo della Croce Rossa.

Il Presidente dell Repubblica Giuseppe Saragat e il ministro dell'Interno Emilio Taviani si recarono sui luoghi della tragedia atterrando all'aeroporto militare di Trapani-Birgi dove toccarono il suolo anche gli aerei da trasporto C-119 dell'Aeronautica Militare con a bordo uomini e strumenti di soccorso.

Le difficilissime operazioni continuarono nei giorni successivi rese ancora più difficili dal fango cresciuto per la pioggia e dall'impraticabilità di molte strade cancellate dal terremoto oltre che rallentate dalle oltre 345 scosse dello sciame sismico che si sviluppò tra il gennaio ed il settembre del 1968.

La ricostruzione: arte ed appalti

Il calvario dei terremotati del Belice non finì con il placarsi dell'attività sismica. I tre paesi rasi al suolo nella notte del 15 gennaio non saranno mai riedificati nei loro antichi siti originari e la ricostruzione sarà un'ulteriore piaga nel fianco della Sicilia occidentale ferita dal sisma.

Alla metà degli anni '70 infatti, decine di migliaia di sinistrati vivevano ancora in baracche provvisorie prive di servizi essenziali.

Le baracche furono inoltre costruite con materiali cancerogeni come l'Eternit, facendo crescere sensibilmente l'incidenza dei tumori tra i sopravvissuti.

Nonostante gli stanziamenti a favore della ricostruzione nei 30 anni successivi al sisma sarà solo nel 2006 che le ultime baracche saranno smantellate, mentre la ricostruzione dei centri cancellati dal terremoto sarà oggetto di dure polemiche.

Gibellina Nuova, sarà ricostruita a circa 20 km a valle dei ruderi dell'antico abitato quale città-modello, alla cui progettazione furono coinvolti artisti come Alberto Burri e Pietro Consagra. Successivamente aderirono alla città-museo anche Arnaldo Pomodoro, Mario Schifano, Mimmo Paladino, Andrea Cascella, Leonardo Sciascia.

L'intento sperimentale sarà tuttavia offuscato dalle questioni legate alla ricostruzione avvenuta su terreni di proprietà di famiglie mafiose e dalla mancata attenzione alla situazione infrastrutturale e dei servizi.

Si preferì infatti dare la precedenza alla costruzione dell'autostrada Palermo-Mazara del Vallo piuttosto che implementare la rete stradale locale o ricostruire linee ferroviarie un tempo molto frequentate come la Castelvetrano-San Carlo Burgio, dismesse già alla fine degli anni '50.

Le grandi opere la fecero da padrone, prendendo la precedenza sull'emergenza abitativa che dieci anni dopo il sisma era ancora una triste realtà. Le inchieste giudiziarie relative alla ricostruzione, si sono tutte concluse con le assoluzioni del 1990.

Oggi, a 50 anni dal terremoto, le rovine dei paesi rasi al suolo rimangono a testimoniare il dolore di una ferita al cuore della Sicilia, solo parzialmente cicatrizzata dal tempo.

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