baby gang milano
(Ansa)
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Cronaca

L'ipocrisia nauseabonda sulle baby gang di extracomunitari

Quanto successo a Peschiera come a Milano a Capodanno ricalca lo stesso filone. Primo: evitare di dire che i tratta di figli di extracomunitari, meglio definirli !italiani di seconda generazione»

Ci risiamo. Ancora una volta, va in scena l’indignazione col freno a mano tirato. Lo sdegno col silenziatore. La rabbia, ma senza esagerare.

Cinque ragazze minorenni vengono molestate e aggredite sul treno che dal Garda le riportava a Milano. Un branco di una trentina di ragazzi, tutti di origine africana o nordafricana, sono accusati di essere gli autori delle violenze. Le ragazze sono state costrette a scendere a Desenzano, dopo aver subito palpeggiamenti e minacce. Il padre di una di loro, ha detto oggi ai giornali che “su quel treno era una bolgia, mia figlia era terrorizzata”.

Al di là dell’estrema gravità di quanto è successo, e al di là dell’inquietudine, per un raduno musicale selvaggio convocato via Tiktok, che ha messo ha soqquadro una riva del lago, il punto è uno soltanto. Sul Garda si sta consumando lo stesso spettacolo di ipocrisia verificatosi a Milano la sera di Capodanno, quando alcune ragazze vennero abusate da un’orda di ragazzini proprio davanti al Duomo. A Peschiera come a Milano, anche stavolta registriamo il silenzio imbarazzato dell’esercito femminista, pronto ad estrarre la sciabola per difendere la vocale finale di “assessora”, “sindaca” e “avvocata”, ma stranamente distratto quando nel mezzo di queste storiacce finiscono extracomunitari che allungano le mani su ragazze poco più che bambine. E pazienza se a pagare il prezzo della cronaca sono delle minorenni ancora sotto choc.

Dunque ci tocca leggere di nuovo dei sottili distinguo, di vibranti proteste condite di “ma però”. Violenza sì, ma andiamoci piano. Violenza sì, ma abbassiamo la voce. L’intellettuale Michela Marzano su Repubblica fa l’equilbrista: “E’ violenza inaccettabile – dice- ma nessuno la sfrutti per seminare odio”. Marzano, per capirci, è la stessa secondo la quale “gli stereotipi uomo-donna a scuola sono la porta d’accesso alla violenza contro le donne”. Ecco, a prescindere da queste elucubrazioni la porta d’accesso alla violenza stavolta è molto più semplice da spiegare: e coincide con la porta di un treno regionale. Eppure, il meccanismo sembra quasi automatico: se tra gli attori della violenza non ci sono soltanto italiani, tutto si fa più complesso, più fumoso. Bisogna distinguere, comprendere, evitare gli eccessi. Altrimenti è subito razzismo e fascismo, o tutte e due le cose insieme.

Poveri noi, se stiliamo una classifica delle violenze in base alla razza degli aggressori. Poveri noi, se sventoliamo il vessillo dell’integrità femminile solo quando la storia di cronaca corrisponde a certi canoni. Poveri noi, che dinanzi a piazze e treni lasciati alla legge del più forte, preferiamo voltarci dall’altra parte, a seconda della convenienza politica. Mettiamoci nei panni del padre di quella 17 enne molestata, e qualcuno si faccia un esame di coscienza. Di fronte a fatti del genere non si abbassa la voce: semmai si grida allo scandalo. Con tutto il fiato che sia ha nei polmoni.

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