Come costruire la scuola di domani
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Come costruire la scuola di domani
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Come costruire la scuola di domani

I nostri partiti non pensano alla scuola del terzo millennio e così non ne parlano davvero, se non per promettere in campagna elettorale. Eppure è necessario provare a suggerire come si potrebbero mettere testa e cuore (e investimenti) per la scuola di domani. Ecco qualche proposta da cui partire, sperando che non sia troppo tardi

Di scuola si sente parlare quando c’è da mettere una pezza a strutture fatiscenti, quando c’è da rammendare il buco delle cattedre vacanti, quando c’è di mezzo qualche scandalo. In campagna elettorale invece la scuola è terreno di promesse, anche se dall’analisi dei programmi, in questa estate anche quelle si sono ridotte a qualche adeguamento salariale e poco altro.

E così, mentre sta per chiudersi il primo quarto di secolo del nuovo millennio, la scuola funziona ancora come nel secolo scorso, quando era stata modellata sulla società del secolo scorso, sui bisogni del secolo scorso, sui modi del secolo scorso. Quel che emerge è la totale mancanza di progettualità della classe politica in ambito scolastico: non ci sono idee né visioni per la costruzione di un sistema scolastico che sia adeguato al terzo millennio, preferendo protrarre un modello che ha ormai 100 anni e che, un lifting dopo l’altro, risulta sfibrato, poco motivante, talvolta poco comprensibile, certamente poco entusiasmante per chi la scuola la frequenta, ma anche per chi la scuola la fa e la sceglie come professione.

Ripensare la scuola non vuol dire mettere schermi un po’ dappertutto, sdoganare il più possibile l’uso di internet e abbassare ogni anno di più il livello delle richieste, ma significa avere contezza del fatto che la scuola fa parte del mondo in cui è immersa e di cui è parte attiva, e che anzi proprio la scuola dovrebbe essere avamposto di investimenti e progetti per dar vita ad alternative migliori per favorire la comprensione dell’uomo e del mondo, per riflettere e rilanciare il rapporto tra gli esseri umani e il pianeta, per nuove idee in ambito sociale, civile, economico, intellettuale e concreto.

E così, cercando di superare per una volta le emergenze che attanagliano la scuola e senza soffermarsi – e inchiodarsi – sull’impegno economico che servirebbe per attuare le riforme necessarie, è utile provare a restare sul piano delle idee e pensare a una scuola nuova per il secolo in corso.

La prima parola chiave per rinnovare la scuola è lungimiranza. Se si vuole garantire davvero un ruolo fondamentale all’istruzione, occorre ripensarla e analizzarla dalle fondamenta, e per fare ciò serve tempo. Trattandosi di un comparto enorme e complesso da ogni punto di vista, economico, sociale, strutturale, culturale, del lavoro, è necessario avere una visione almeno decennale, e non emergenziale o anche solo annuale sulla scuola, come spesso ci viene proposto.

In quest’azione politica lungimirante, in primo luogo occorre dedicarsi alle persone. Non è possibile che il livello dei docenti nella scuola italiana sia così disomogeneo e, si badi bene, non da una regione all’altra o da città a campagna, ma addirittura da una sezione all’altra dello stesso istituto. Non è possibile che uno studente inizi la prima primaria o la prima superiore avendo la prospettiva di incappare in un docente che potrebbe demotivarlo per qualità dell’insegnamento, mancanza di motivazione, incapacità relazionali, metodi inefficaci e mai messi in discussione. La scuola non può essere un "gratta e vinci" e gli studenti di domani dovranno essere messi nelle condizioni di incontrare docenti preparati, coinvolgenti e coinvolti, aggiornati e sereni dal punto di vista professionale.

È poi fattuale incontrare pochi maestri eccezionali, così come tra le centinaia di migliaia di docenti è altrettanto fisiologico incontrare anche qualche insegnante mediocre, ma un livello medio così disomogeneo come quello che presenta la nostra scuola deve essere messo in discussione e il modello che lo ha reso possibile completamente rivisto.

In secondo luogo, gli ambienti. Per essere educati alla bellezza, occorre frequentare scuole belle. Era così in altri momenti della storia, ma non è più così ora. Al di là delle emergenze, i soldi nella scuola non possono essere sempre destinati ai rattoppi e alle messe in sicurezza. Una politica per la scuola deve ripensare anche le strutture dal punto di vista estetico, presentando aule confortevoli e accoglienti, da rispettare e da conservare da parte di chi le utilizza per le generazioni future. Sarebbe un insegnamento potentissimo di educazione civica per la conservazione e la tutela di ciò che è pubblico: oggi un banco, domani un parco, un monumento, un servizio, le istituzioni. La scuola dovrebbe essere un lusso per tutti, esattamente l’opposto di ciò che è ora.

In terza battuta, il modello scolastico e la proposta didattica. Se occorrerà rivedere i cicli scolastici, anche questi fermi al secolo scorso, bisognerà farlo pensando alla scuola come a un unico organismo.

Ridurre di un anno il ciclo di studi significa avere il coraggio di ripensare tutto ciò che riguarda la scuola: i confini dell’anno scolastico, la durata dei cicli dall’infanzia all’ultimo anno delle superiori, il tema dei lavoratori del settore e dei loro stipendi, gli ambienti necessari a eventuali nuovi modelli didattici.

E poi ancora, nello specifico, l’insegnamento delle materie scientifiche mediando teoria e laboratorio in modo massiccio e non estemporaneo, l’inglese con l’immersione linguistica necessaria per potersi esprimere – nel senso più alto del termine – in una lingua che non sia quella materna, il patrimonio umanistico da non considerare un passatempo culturale ma un bene essenziale da coltivare e trasmettere per essere una società più profonda e consapevole, l’attenzione all’educazione fisica, garantendo docenti, ambienti e strutture di prim’ordine, per la cura del corpo umano e per i valori che lo sport può insegnare.

Niente di tutto questo è semplice, ma purtroppo niente di tutto questo è in incubazione nelle stanze di chi governa o si candida a farlo. E invece sarebbe davvero il caso che accadesse, con coraggio, lungimiranza, attenzione alle persone e agli ambienti, alla proposta culturale. Al domani dell’Italia e dei futuri cittadini del mondo.

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