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Corea del Nord: la partita perfetta del dittatore Kim Jong-un

Corea del Nord: la partita perfetta del dittatore Kim Jong-un
KOREA SUMMIT PRESS POOL/AFP/Getty Images

Se manterrà gli impegni che sta prendendo, si dimostrerà un lucido stratega. Presto vedremo che cosa vuole in cambio

Fino all’annuncio dell’accordo di pace con Seul, in Occidente le dichiarazioni e i gesti del leader nordcoreano erano stati bollati come irrazionali e potenzialmente distruttivi, se non addirittura suicidi. Nulla di più sbagliato. Quello che sfuggiva a molti analisti di politica estera era la propensione di Kim Jong-un, propria della mentalità asiatica, a guardare al quadro globale come a una scacchiera di equilibri, secondo un approccio assai diverso da quello occidentale.

La via d’uscita dalla morsa Cina e Corea del Sud

In realtà il suo è un gioco a ritmo lento, iniziato da anni e basato su una valutazione accurata dei punti forti propri e dell’avversario: l’obiettivo principale è indurre l’antagonista a commettere errori e ad accompagnarne la caduta con il minimo sforzo, facendogli perdere credibilità. Una strategia analoga a quella di alcuni sport orientali, come il judo, dove si sfrutta la forza dell’avversario per metterlo al tappeto.

Kim è tutt’altro che folle e impulsivo: stretto tra il colosso cinese e la Corea del Sud, decima economia del mondo, alleata degli Usa, ha cercato una via d’uscita. Nella dinamica della regione, il nodo principale è rappresentato da una Cina incombente e sempre più assertiva nei confronti di Giappone, Filippine e Indonesia, che è giunta a ignorare perfino le sentenze della Corte internazionale di giustizia sulle sue controversie territoriali.

La strategia di tenere a distanza Pechino

Il problema di Kim Jong-un è quello di tenere a distanza non solo Washington, ma anche Pechino, e riaffermare la propria indipendenza. Le sue provocazioni nei confronti della Corea del Sud, del Giappone e degli stessi Stati Uniti hanno finito per mettere in imbarazzo la Cina, costretta a votare in Consiglio di sicurezza le sanzioni contro Pyongyang. Il parziale allineamento di Pechino all’Occidente ha dato più margine d’azione a Kim. Per questo, Pechino ha perso un pretesto per tenere a bada il Giappone “militarista”, ora più libero d’incrementare il proprio arsenale. Ma non può nemmeno più usare la carta del controllo sulla Corea del Nord e l’aggressività del suo regime come contropartita per costringere gli Usa a stare alla larga dal Sud-Est asiatico.

Con tale strategia, Kim è riuscito a diventare l’interlocutore diretto di Donald Trump, elevando la sua posizione nei confronti di Seul, rispetto a cui può far valere una reale indipendenza persino da Pechino. E può così rivendicare i valori di patriottismo e autonomia incarnati nel principio della “juche” (l’ideologia ufficiale della Corea del Nord), in contrapposizione alla dipendenza militare di Seul da Washington.

Siamo solo alle prime battute. I risultati del recente vertice sono modesti (riunificazioni di famiglie, incontri sportivi e culturali), ma il presidente Moon Jae-in può vantarsi di aver gettato le basi del prossimo incontro tra Trump e Kim, anche se egli ne rimarrà estraneo. È evidente che il copione dei prossimi sviluppi sarà scritto soprattutto da Kim, che mantiene invariata la formidabile macchina bellica del quarto esercito al mondo, sì da modulare tempi e portata delle misure da adottare. Non c’è alcun dubbio che per rinunciare, come annunciato, alle armi nucleari e missilistiche, pretenderà garanzie diplomatiche tali da assicurare la sopravvivenza del regime.

(Articolo pubblicato sul n° 20 di Panorama in edicola dal 3 maggio 2018 con il titolo “La partita perfetta del dittatore”)


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