Che cosa nasconde la crisi italo-libica sulle navi da guerra
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Che cosa nasconde la crisi italo-libica sulle navi da guerra
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Che cosa nasconde la crisi italo-libica sulle navi da guerra

Il sospetto del nostro governo è che, dietro le accuse di Tobruk all'Italia, vi sia il tentativo di far saltare il piano di pace delle Nazioni Unite

La dura condanna che il governo di Tobruk ha espresso nei confronti della presunta violazione delle acque territoriali libiche da parte di tre navi da guerra italiane nei pressi delle coste di Bengasi, a Daryana, lascia aperte molte domande. Perché l'Italia continua a negare? E quanto è seria la minaccia, quando il governo internazionalmente riconosciuto afferma che «non esiterà a ricorrere a tutti i mezzi che gli consentano di proteggere le sue frontiere e la sua sovranità territoriale»? Che cosa rischiamo, come Paese, se la tensione diplomatico-militare dovesse crescere ulteriormente? 

Il no libico al governo di unità nazionale

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«La notizia diffusa stamane da fonti libiche (...) è falsa. Tutte le navi militari italiane presenti nel Mediterraneo operano in acque internazionali rispettando i limiti stabiliti dai trattati». La secca smentita con cui il ministero della Difesa italiana ha negato di aver violato gli accordi internazionali ratificati dall'Onu non è bastata a Tobruk, sede del governo riconosciuto dalla comunità internazionale, che ha ribadito quanto già dichiarato: «La violazione è stata tracciata, e verificata anche dai nostri caccia», levatisi in volo nella serata di sabato per «monitorare i movimenti delle tre navi» fino a quando, «dopo aver ricevuto un avvertimento, non sono tornate nelle acque internazionali». Per Roma le accuse partite da Tobruk «sono un nuovo tentativo per far saltare l’intesa sul nuovo governo da parte di chi non la vuole». Un modo per dire che il governo libico non sta collaborando al piano, mediato dall’inviato speciale dell’Onu, Bernardino Leon, per la costituzione di un governo di unità nazionale con il governo islamista di Tripoli. L'alta tensione sarebbe, per Roma, insomma un modo da parte di Tobruk, che controlla l'area orientale del Paese, per alzare la posta ed evitare un piano di pace che costringerebbe il parlamento e il governo di Tobruk a condividere il potere con Tripoli.

Il timore libico di un intervento straniero

L'inviato speciale Onu in Libia, Bernardino Leon GETTY IMAGES

C'è un altro riferimento che potrebbe spiegare il motivo dell'escalation verbale da parte delle autorità libiche.  Il 26 settembre scorso, il presidente del «Parlamento» di Tripoli (il Gnc), non riconosciuto internazionalmente,  ha accusato le «forze speciali italiane» di aver ucciso - senza nessun mandato - Salah Al-Maskhout, il presunto capo di una milizia di Zuwara considerato vicino allo stesso Sahmain e indicato dai media libici come il boss degli scafisti nella città portuale dalla quale partono i barconi carichi di disperati diretti in Italia.  La mai sopita rabbia anti-italiana - con la devastazione cimitero cattolico italiano di Tripoli Hammangi, dove riposano i resti di circa 8000 italiani - sarebbe da questo punto di vista, sia per Tobruk che per Tripoli, una straordinaria arma propagandistica per soffiare sul fuoco del risentimento nazionalista. Lo stesso generale Khalifa Haftar, uomo forte di Tobruk, sostiene che  la nascita di un governo di unità sostenuto dall'Onu porterà «ad un intervento militare straniero» e a una totale perdita della sovranità. Una tesi che raccoglie trasversalemente consensi. E che sarebbe all'origine delle accuse all'Italia - forse false - per la violazione delle acque territoriali libiche.

Confusione Onu

Gasdotto libico MAHMUD TURKIA/AFP/Getty Images

C'è grande confusione strategica dalle parti dell'Onu. A cominciare dalla successione a Bernardino Leon alla guida di Unsmil: sarà il tedesco Martin Kobler, che ha guidato la Monusco, la missione di peacekeeping nella travagliata e insanguinata Repubblica democratica del Congo? Oppure il mandato di Leon potrebbe essere esteso oltre la scadenza del 6 novembre? Le incertezze strategiche della comunità internazionale, le forti divisione tra i Paesi europei, la questione della suddivisione di oneri e onori di un eventuale stabilizzazione libica, sono tutti fattori che giocano a favore di chi, in Libia, non vuole un intervento straniero.

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