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Charlie Hebdo, chi sono e dove si trovano i cani sciolti italiani

Erano 53 i foreign fighter, gli immigrati partiti per andare a combattere la guerra dell'Isis, 15 sarebbero morti, per tutti gli altri è caccia all'uomo

L’elenco è preciso e dettagliato, con tanto di nomi, cognomi, rapporti di parentela e foto segnaletiche. Sono 53 i cosiddetti foreign fighter italiani, ovvero gli immigrati musulmani che sono partiti dalle nostre città nel corso degli ultimi mesi per sposare la causa dello stato islamico e andare a combattere nei campi in Siria e Iraq.

Italiani di seconda generazione
Hanno una età compresa fra i trenta e quarant’anni, alcuni sono italiani di seconda generazione, molti hanno un permesso di soggiorno. Per circa 15 di loro il viaggio in Medio Oriente potrebbe essere stato di sola andata: risultano morti in battaglia, anche se i corpi non sono mai stati ritrovati, come Giuliano Delnevo, il giovane partito da Genova per andare a combattere contro il regime di Assad.

Sugli altri 38 che risultano in vita, dopo la carneficina di Parigi dentro e fuori la redazione del settimanale satirico Charlie Hebdo, si sono rafforzate le attenzioni delle nostre strutture di intelligence e delle forze di polizia che condividono le informazioni all’interno del Comitato di analisi strategica antiterrorismo (Casa).

Charlie Hebdo, la strage


Il controllo di aeroporti, porti, stazioni, frontiere
Nessuno di loro, in questo momento, si dovrebbe trovare fisicamente in Italia. Alla prima segnalazione sono pronte a scattare le contromisure. Lo stato di allerta è massimo. Aeroporti, porti, stazioni, frontiere: la vigilanza viene effettuata in collaborazione con i servizi di intelligence stranieri.

Per segnalare ogni passaggio dei sospetti da un paese all’altro. Soprattutto in Turchia, che viene considerata la nuova porta di ingresso verso l’Europa. Nel frattempo, il ministro dell’Interno Angelino Alfano si prepara a portare in consiglio dei ministri un provvedimento che punta a all’inasprimento delle norme contro il terrorismo internazionale. La legislazione italiana al momento punisce soltanto chi recluta soldati nel nostro territorio da impiegare nella guerra dell’isis. L’obiettivo del titolare del Viminale è quello di estendere la punibilità anche al singolo soggetto che va a combattere in medio oriente. Oltre ad allargare le misure di prevenzione, quelle previste per i mafiosi, nei confronti di coloro che sfoggiano posizioni particolarmente radicali.

Il pericolo dell'emulazione
Ma non sono soltanto i foreign figter a turbare il sonno delle nostre forze di prevenzione. Dopo il clamore mediatico mondiale provocato dall’11 settembre parigino, si temono i tentativi di emulazione di stranieri che vivono nelle nostre città e che potrebbero essere richiamati dalle campane fondamentaliste suonate a festa in questi giorni. Da qui la scelta delle nostre forze di polizia di allentare la protezione della legge sulla privacy per consentire l’accesso a dati sensibili e la registrazione di utenti che navigano in siti internet a rischio.

Certo non è facile arginare quelli che gli esperti dell’antiterrorismo chiamano in gergo lone wolf, cani sciolti, perché stanno alla larga da centri di aggregazione, moschee e tutti quei luoghi in cui è più facile finire sotto il monitor delle forze di polizia. Appaiono improvvisamente dal nulla sul palcoscenico del crimine e rischiano di essere molto pericolosi, come il libico Mohamed Game, che nel 2009 tentò l’assalto allla caserma dei carabinieri Santa Barbara di Milano.

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