Italiani convertiti al terrorismo? Pochi ma resta l'allarme
ANSA/LUCA ZENNARO
Italiani convertiti al terrorismo? Pochi ma resta l'allarme
News

Italiani convertiti al terrorismo? Pochi ma resta l'allarme

Parla Nicola Piacente, procuratore aggiunto a Genova e presidente del Comitato di esperti antiterrorismo del Consiglio d’Europa

Oggi da procuratore aggiunto di Genova, e ancora prima da sostituto a Milano, Nicola Piacente ha indagato a lungo sul terrorismo islamico e sulle sue filiere italiane. Da qualche mese, insieme con il sostituto Silvio Franz, conduce l’indagine su Giuliano "Ibrahim" Delnevo, il giovane genovese convertito alla Jihad e morto in Siria nel giugno 2013, combattendo con i ribelli contro l’esercito di Bashar al Assad.

Finora, in Italia, Delnevo è l’unico esempio conclamato di "conversione" attiva di un cittadino italiano. La procura continua a scavare sui suoi ignoti reclutatori, probabilmente gli stessi che pare abbiano trascinato alla guerra santa islamica anche Andrea "Umar" Lazzaro, un altro giovane genovese espatriato, forse sotto le nere bandiere jahdiste, e verosimilmente oggi in Iraq.

In Italia, ma anche in Europa, Piacente a 53 anni è uno dei grandi esperti della materia: da un anno esatto è presidente del Codexter, il Comitato di esperti antiterrorismo del Consiglio d’Europa a Strasburgo. Anche dopo l’attacco terroristico organizzato a Ottawa da un cittadino canadese conquistato alla guerra santa islamica, però, il magistrato non pare incline all’allarmismo: "Rispetto ad altri paesi europei" dice Piacente "i convertiti jahdisti italiani non sono molti. In Francia, Gran Bretagna, Germania, sono centinaia. Da noi, in agosto, il ministro dell’Interno Angelino Alfano ha calcolato che il numero sia più limitato, 48. Le sue fonti sono forze di polizia e servizi segreti: sono sicuramente molto più aggiornati di quanto possano esserlo le singole procure".

A Milano, nel 2007, lei aveva condotto l’operazione "Rinascita", che in Liguria aveva portato a numerosi arresti. I giornali avevano scritto che c’erano anche italiani: convertiti della prima ora?
Rinascita è stata l’ultima operazione su un network terroristico classico: l’organizzazione provvedeva a fornire documenti falsi per l’ingresso di clandestini, da reclutare alla Jihad per poi essere spediti in Iraq o in Afghanistan. Ma tra loro non c’erano italiani: erano tunisini, algerini, marocchini, una decina in tutto. Furono indagati per 270 bis (il reato di associazione per delinquere con finalità di terrorismo internazionale, ndr), e sicuramente condannati in secondo grado. Non ho avuto notizie di nuovi giudizi d’appello: sono quasi sicuro siano arrivati in Cassazione.

In quel caso nessun italiano, allora. Ma c’era pericolo?
Nelle intercettazioni ascoltammo un reclutatore che insegnava a un interlocutore di lingua araba, convinto alla Jihad, come mantenere la calma in una situazione di elevatissimo stress. I due fingevano di essere in un’auto imbottita di tritolo, pronta a esplodere. Non in Italia, però: quei volontari erano destinati alla guerra santa in Oriente.

A livello sovranazionale la magistratura ha strumenti per contrastare questo tipo di crimini?
Le legislazioni sono diverse da paese a paese. In Italia possiamo agire contro chi ha accettato volontariamente di essere reclutato e addestrato al terrorismo; in altri ordinamenti europei questo non è possibile. E questo non aiuta.

Quanto è difficile indagare su questo tipo di reati?
L’indottrinamento dei reclutatori oggi è più sommerso di qualche anno fa. Non avviene più tanto nei luoghi di culto, ma per contatto diretto e attraverso Internet.

Vuol dire che chi viene "contattato" e indotto alla Jihad oggi si auto-indottrina online?
Sì. E questo rende più difficili le nostre indagini. Una cosa è seguire le tracce di presunti terroristi che usano telefoni, un’altra è intrecciare i profili di quanti spontaneamente e autonomamente si connettono a siti internet dei quali non sappiamo chi è il gestore.

Non potete agire giudiziariamente contro gli indottrinatori via Internet?
Possiamo oscurare i siti, ma le rogatorie internazionali per arrivare ai nomi di chi li crea e li gestisce sono lunghe e difficili.

Esiste un coordinamento nazionale delle indagini sul terrorismo islamico?
No. Ed è un peccato. Vedrei favorevolmente una procura nazionale, come quella antimafia. Senza poteri d’indagine, ma di coordinamento. Aiuterebbe parecchio. Va detto, comunque, che quando anni fa proliferavano le indagini sui documenti falsi per chi andava a combattere la Jihad all’estero le procure collaboravano molto tra di loro, del tutto spontaneamente.

In definitiva: i "convertiti" italiani che rientrassero in Italia potrebbero essere pericolosi?
La preoccupazione esiste. Ma i casi italiani, lo ripeto, sono pochi. E le dinamiche che portano a compiere attentati sono misteriose. In Gran Bretagna, in Belgio e in Olanda, per esempio, le politiche dell’integrazione sono molto più avanzate che in Italia, anche per motivi storici. Da questo punto di vista, quindi, l’Italia potrebbe sembrare più a rischio. Eppure in quei paesi si sono verificati attentati: come con le bombe nella metropolitana di Londra, nel luglio 2005; come con la strage dei quattro uccisi nella sparatoria al museo ebraico di Bruxelles lo scorso maggio; e come con l’omicidio dimostrativo del regista Theo Van Gogh, ad Amsterdam nel 2004. Da noi, invece...

C’è stato un caso: nell’ottobre 2009, a Milano, con l’esplosione alla caserma Santa Barbara
Ma l’attentatore, Mohamed Game, era libico di nascita: non un «convertito». Ferì un caporale di guardia e con l’esplosivo fece del male soprattutto a se stesso. Era un attentatore solitario. Non era nemmeno un disadattato: era un piccolo imprenditore, al massimo aveva qualche guaio economico. Per fortuna non ha avuto imitatori, finora.



Ti potrebbe piacere anche

I più letti