I fatti, che si parli di impresa, di ricerca o di letteratura, indicano chiaramente la non relazione tra successo e titolo di studio, ma la politica scolastica italiana, dominata per decenni dalla sinistra, si è intestardita in senso opposto. Con risultati più che modesti, come ammise anche l’editorialista del Corriere della Sera Antonio Polito in un articolo che fece discutere e dal titolo Giovani, laureati e disoccupati: la verità sul lavoro che nessuno dice.
Così scriveva: «A un certo punto si è creduto nell’economia della conoscenza, quella in cui solo chi avesse avuto un alto livello di educazione poteva sperare di diventare così flessibile da adattarsi ai cambiamenti continui indotti dall’innovazione del mercato del lavoro. I partiti di sinistra, tradizionalmente concentrati sull’uguaglianza di reddito, ci credettero così tanto che lo sostituirono con l’uguaglianza delle opportunità: il compito dello Stato doveva essere di offrire a tutti una istruzione di alto livello, poi il mercato avrebbe scelto quelli bravi. Come noto, così non andò».
Diplomifici, laureifici e disoccupazione
E, come noto, prese forma il mostro dei diplomifici e laureifici che hanno sfornato negli anni una quantità industriale di disoccupati, molti dei quali semianalfabeti nonostante un pezzo di carta dal valore legale in mano.
Oggi pare che qualche cosa stia cambiando. Secondo gli ultimi dati forniti dal ministero dell’Istruzione, i licei restano la prima scelta delle famiglie con il 55,88 per cento delle preferenze (55,99 per cento lo scorso anno), gli istituti tecnici si attestano al 30,84 per cento (31,32 per cento nel 2025/2026), crescono gli istituti professionali, che passano dal 12,69 per cento al 13,28 per cento.
In questo scenario si inserisce il consolidamento della nuova filiera quadriennale, che registra un incremento netto e trasversale, con un’accelerazione particolarmente marcata nel Mezzogiorno.
La crescita dei percorsi 4+2
Il dato più significativo riguarda proprio il percorso 4+2: 10.532 iscritti contro i 5.449 dello scorso anno.
Un numero che porta a oltre 20 mila gli studenti complessivamente coinvolti nei percorsi quadriennali, con successiva specializzazione, attivati negli ultimi due anni.
Insomma, c’è qualche sintomo che i giovani si stiano indirizzando con maggiore realismo verso una scuola che li prepari e li inserisca nel mondo del lavoro invece che inseguire le ambizioni sociali della famiglia.
Passione, talento e lavoro
Più di un secolo fa il filosofo Benedetto Croce già ammoniva i ragazzi: «Dovete trovare le vostre passioni, il vostro lavoro occuperà gran parte del vostro tempo, l’unico modo per essere soddisfatti sarà di fare il lavoro che vi piace, amare il vostro lavoro qualunque sia. Quindi non dovete vivere la vita di qualcun altro, rimanere intrappolati nei dogmi di altre persone, seguite solo il vostro cuore e la vostra intuizione».
Più di recente i nuovi visionari hanno ripetuto e applicato lo stesso concetto: Steve Jobs e Elon Musk hanno spiegato più volte che non hanno mai assunto in base a pezzi di carta rilasciati da scuole e università ma in base alla passione e alla voglia di fare dei candidati.
Del resto Enzo Ferrari ed Ernesto Colnago, pionieri dello sviluppo di auto e biciclette come nessun altro al mondo, non erano laureati: il primo non finì le scuole superiori, il secondo le elementari.
Vuoi vedere che la ricetta Valditara di formare e non indottrinare tanto criticata dalle sinistre è quella che curerà i giovani dal virus dell’apatia e della frustrazione?
