Il caos delle adozioni internazionali
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Il caos delle adozioni internazionali
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Il caos delle adozioni internazionali

Viaggio nella giungla che devono attraversare ogni anno migliaia di coppie italiane, in un mondo senza regole e pieno di voraci predatori

L’adozione internazionale per il governo italiano è cosa seria. Una coppia che vuole prendersi cura di un bambino straniero deve lasciare che zelanti funzionari statali mettano becco su analisi del sangue, conto in banca e metri quadrati del salotto di casa. Solo dopo aver superato gli esami, il Tribunale per i minorenni rilascia il benestare. Da quel momento, liberi tutti. Marito e moglie vengono abbandonati nella giungla alla mercè di affaristi, faccendieri, mascalzoni. Mentre le nostre istituzioni se ne lavano le mani, anche quando ci sono elementi concreti su potenziali truffe ai danni di coppie prosciugate nell’animo e nel portafogli.      

Potrà sembrare crudo, ma questo è il quadro di un fenomeno che nel 2013 ha interessato 2.825 bambini di 56 paesi, adottati da 2.291 famiglie residenti in Italia, le quali, mediamente, hanno dovuto pazientare 4 anni e sborsare 25 mila euro. Per ogni coppia che adotta, però, ce ne sono due che si arrendono strada facendo, senza recuperare i soldi immessi in un giro d’affari di oltre 160 milioni di euro. Con non pochi scandali, a cominciare dalle 26 coppie bloccate in Congo a natale e rientrate senza bambini, e il caso Kirghizistan, un ministro e la referente dell’ente italiano in galera per truffa ai danni di 30 famiglie. 

Le autorità italiane e l’ente autorizzato che ha assistito gli aspiranti genitori adottivi avevano coscienza dei pericoli? Hanno fatto il possibile per evitarli? Sono le domande cui darà risposta una inchiesta della Procura di Savona, che indaga su ruolo e responsabilità dell’Airone, l’associazione italiana che ha gestito le pratiche, e la Commissione adozioni internazionali (Cai) che è l’organo governativo, presieduto dal presidente del consiglio Matteo Renzi, chiamato a vigilare. Nell’attesa dei riscontri giudiziari, emergono comunque forti anomalie in questa storia come in tutto il circuito.

Partiamo dall’inizio. I genitori candidati, sposati da tre anni, presentano «dichiarazione di disponibilità» al Tribunale per i minorenni, e una serie di documenti, dalla sana e robusta costituzione fino a busta paga e fedina penale. Carabinieri e Asl verificano sul campo, anche a casa, che la coppia abbia «capacità di educare, istruire e mantenere il figlio adottivo»

Alessia ci racconta la sua esperienza, chiede l’anonimato, perché dopo tante vicissitudini e soldi spesi teme di restare con un pugno di mosche in mano. «Abbiamo presentato i documenti, siamo andati in commissariato, sono venuti i poliziotti e gli assistenti sociali a casa, abbiamo fatto gli incontri alla Asl, poi siamo andati dal giudice, che ci ha rispedito dagli psicologi, infine, dopo due anni, il tribunale ci ha rilasciato il decreto di idoneità». Anche Laura e il marito, tra le vittime in Kirghizistan, si sono sottoposti allo screening: «Esame tossicologico, alcol, droga, fedina penale, livello sociale, devi avere una vita cristallina». Il tribunale per i minorenni valuta ed emette il decreto di idoneità all’adozione. Nel caso di Laura sono passati 13 mesi, per Alessia quasi 20.

Si passa alla fase operativa. La coppia ha un panorama di 66 enti autorizzati dal governo. Ne deve scegliere uno, entro un anno, pena decadenza del decreto del tribunale. Ogni operatore ha i suoi costi, indicati in un tariffario più o meno chiaro. Al momento dell’iscrizione si paga una cifra fissa, che chiamiamo «quota iscrizione Italia» e si aggira sui 3.500 euro. Ricominciano gli esami. «L’ente ci ha rifatto gli stessi corsi della Asl, addirittura con lo stesso materiale informativo» sostiene Alessia. «La psicologa ha messo in dubbio la nostra capacità genitoriale, alla faccia del decreto del tribunale, e ci ha proposto altri 5 incontri a 150 euro l’uno. Mancavano tre mesi alla scadenza del termine, per fortuna abbiamo trovato un altro ente». Nuova quota iscrizione, in totale 7.500 euro, non detraibili, e siamo ancora ai blocchi di partenza. 

Andiamo avanti. Prendiamo un altro caso: Marco e Lucia. Si rivolgono a un ente, il costo ufficiale per l’adozione in Ucraina è 7.700 euro. Versano i primi 4 mila, poi altri 6 mila, e fanno 10 mila, ma l’adozione non va a buon fine. Virano sulla Polonia, dove il costo tabellare è 6.900 euro, più una maggiorazione del 20 per cento nel caso di adozione di due fratelli. Alla fine tornano a casa con due bambini, ma il conto è oltre ogni aspettativa: 14.200 euro, tra quello speso per l’Ucraina e la Polonia. Più la quota d’iscrizione si arriva a 17.700 euro, più tre viaggi andata e ritorno per la Polonia, soggiorni in albergo. Totale: oltre 25 mila euro. 

Ma non tutti hanno la fortuna di Marco e Lucia, molti vivono sospesi. Alessia, per esempio. «Noi abbiamo scelto uno stato africano» racconta, «l’attesa è cieca, senza ragguagli. Dopo tanto tempo ci hanno comunicato l’abbinamento e chiesto 5 mila euro per avviare le pratiche legali». Sommati ai precedenti 7.500, fanno 12.500 euro. Passa un anno: Alessia e il marito ricevono la bella notizia, festeggiano con gli amici e partono per l’Africa. Dove scoprono che il bambino ha gravi malformazioni. La decisione di rinunciare è sofferta. Ora sono di nuovo in attesa, dopo 7 anni e circa 15 mila euro spesi. 

Ma perché è così caro adottare un bambino?  Ufficialmente per il disbrigo documenti e traduzioni. Ma in Polonia, per esempio, il costo della pratica non supera i 3.500 euro, come da tariffario dell’ordine degli avvocati. Altri 2 mila per documenti, notaio, marche da bollo, e 500 per autista e interprete. Totale: 6 mila euro. Meno della metà di quanto spesso viene richiesto. 

Quando la coppia, psicologicamente provata da anni di attesa, entra in contatto con il referente estero dell’ente, si ritrova in una giungla. Richieste di soldi in nero, offerte di uteri in affitto, ricatti, minacce. L’anello debole è proprio il referente estero, che viene scelto dall’ente autorizzato. Ma chi controlla che sia persona degna? La Cai, con una richiesta di informazioni all’ambasciata del paese di competenza, modulo standard, compilato e rispedito al mittente. Un passaggio burocratico, più che altro, infatti mai nessuno pare sia stato bocciato.

Ma torniamo al caso Kirghizistan. Le coppie italiane si affidano all’ente Airone. «La partenza annunciata veniva più volte rinviata» racconta Laura. «La bambina a noi assegnata risultava abbinata a una coppia americana, con tanto di foto su Internet. Noi scrivevamo alla Cai, ci dicevano che era tutto in ordine». Laura e altri nella sua stessa situazione fanno verifiche incrociate, contattano l’ambasciatore italiano in Kazakistan, competente anche per il Kirghizistan, e le autorità locali e segnalano le incongruenze. Nel frattempo, però accade qualcosa, che Laura e gli altri non conoscono e che Panorama è in grado di documentare. Nel marzo 2012, un altro ente italiano che cerca di operare in Kirghizistan, pubblica un comunicato di poche righe sul proprio sito internet. Eccolo: «La nostra speranza di adottare in Kirghizistan si è rivelata difficile...questo signor Alexander ha continuato a chiedere denari…Dopo l’ultima richiesta, dal sapore ricattatorio, di 8.000 euro, tempo due ore per inviarli, abbiamo deciso di sospendere…Crediamo sia indecente proseguire con questo mercato dove contano solo i bonifici e le western union. Abbiamo chiesto alla commissione nostra un intervento, visto che la pratica è stata avviata con altre due associazioni, Airone e Bambini dell’Arcobaleno». 

È una denuncia forte, che sparisce dal sito dopo 3 giorni. Che è successo? Il presidente dell’ente riceve una raccomandata dal legale di Airone: «...la mia assistita ha ottenuto l’accreditamento verso quel paese dopo essersi sobbarcata pesantissimi oneri…tanto vi intimo in via di bonaria composizione… entro tre giorni dal ricevimento della presente diffida mi rivolgerò alla magistratura penale, anche con richiesta di misura cautelare reale»

Il giorno dopo arriva pure una telefonata dalla responsabile Cai, che ordina di togliere il comunicato: genera panico. L’uomo obbedisce, ma subito dopo parte per Roma, si fa ricevere e ripete quello che ha già scritto: «Una nostra impiegata, che sa bene il russo, ha chiamato Alexander per chiedergli informazioni a proposito della potenziale sovrapposizione di abbinamenti rispetto a quelli degli americani. L’ha sentito un po’ titubante, poi ha assicurato che i bambini non sono gli stessi, per poi concludere che se ne troveranno degli altri per noi». Queste dichiarazioni sono scritte su carta intestata «presidenza del Consiglio dei ministri» nel verbale della riunione della Cai a firma del vicepresidente Daniela Bacchetta. 

Ci dicono che l’Airone e le autorità italiane avevano coscienza del pericolo potenziale e non hanno ritenuto di intervenire. La fine di questa vicenda è nota: la truffa ai danni di circa 30 coppie e lo scoppio dello scandalo in Kirghizistan, con l’arresto del ministro dello Sviluppo sociale, Ravshan Sabirov, della referente di Airone, Venera Zakirova, e la fuga di Alexander, ancora latitante. La procura di Savona chiarirà le responsabilità della Cai e dell’Airone, che si dichiara «parte lesa» tanto che «nel processo penale che si sta svolgendo nel tribunale di Biskek siamo stati riconosciuti parti offese». Ma da ultimo anche in Kirghizistan sarebbe cambiata la posizione di Airone, che stando al sito Kg24.com, risulterebbe indagato. «Le responsabilità di Airone sono evidenti» attacca Pierfrancesco Torrisi, avvocato esperto in adozioni internazionali, che rappresenta una della coppie truffate «per aver messo le coppie nelle mani di un delinquente, e perché non hanno presentato neppure le richieste formali di adozione. Il governo kirghizo ci ha confermato che le bambine non erano adottabili perché avevano una mamma biologica. I miei clienti, ignari, stavano per andare incontro al reato di sottrazione di minori e di traffico internazionale di bambini. Una cosa gravissima. Tutto questo con l’avallo della Cai, che con evidente negligenza non ha fatto gli opportuni controlli». 

Presidente della commissione internazionali oggi è Matteo Renzi, la sua vice è Silvia Della Monica, ex magistrato e parlamentare del Pd, che è succeduta a Daniela Bacchetta e si è appena insediata. «Sono qui da troppo poco tempo per poter dare risposte a situazioni pregresse» dice a Panorama con tono gentile. «Ho trovato comunque una commissione che funziona e grande slancio da parte di coloro che ne fanno parte. Nel caso del Kirghizistan abbiamo addirittura revocato l’autorizzazione all’ente. Comunque la commissione va rilanciata, ci vogliono fondi adeguati». 

carmelo.abbate@mondadori.it

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