Campania, come funziona il "consenso trasversale" di Vincenzo De Luca
ANSA / UFFICIO STAMPA DE LUCA
Campania, come funziona il "consenso trasversale" di Vincenzo De Luca
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Campania, come funziona il "consenso trasversale" di Vincenzo De Luca

Il candidato del Pd alla presidenza ha arruolato De Mita, l'ex "responsabile" Bruno Cesario, Carlo Aveta, ammiratore di Mussolini. E gli altri

Solo chi non conosce Vicenzo De Luca e la Campania può stupirsi del piccolo colpo di scena realizzato dall’incompatibile candidato del PD alla guida della regione Campania (incompatibile perché per effetto della Legge Severino, in quanto condannato, se eletto dovrebbe dimettersi).
Arruolare Ciriaco De Mita (sì, proprio lui, quello dei “ragionamendi”, non un omonimo discendente) nonostante gli 89 anni d’età e i decenni di scontri furiosi fra i due, fa parte della politica del Sindaco di Salerno.

“Suffragium non olet”, potrebbe essere lo slogan del candidato PD, non nuovo d’altronde a raccogliere un consenso che – con elegante eufemismo – si definisce trasversale.

Ha illustri precedenti. l’Imperatore Vespasiano istituì una tassa sulle benemerite istituzioni che ancora oggi portano in suo nome, e al suo scandalizzato erede Tito, che protestava contro questo modo inelegante di rimpinguare il tesoro imperiale, fece odorare una moneta dicendogli, appunto, “pecunia non olet” (il denaro non ha cattivi odori). Quasi con le stesse parole De Luca ribatte serenamente ai suoi critici (fra i quali l’imbarazzata segretaria regionale del PD) che “per governare bisogna vincere, e per vincere occorre un ampio consenso”. Suffragium non olet, appunto.

E infatti il pragmatico De Luca (molto renziano, in questo, anche se lo stile è completamente diverso) non si limita affatto al “patriarca di Nusco”, come viene un po’ enfaticamente chiamato l’ex-Presidente del Consiglio.

Nelle sue accoglienti liste trova posto, per esempio, Bruno Cesario, noto – si fa per dire – per essere stato uno dei promotori dei c.d. “responsabili” insieme a Domenico Scilipoti e Antonio Razzi: eletti nelle file del PD e di IDV che nel 2010 appoggiarono, “per senso di responsabilità” il traballante governo Berlusconi. All’epoca furono fatti oggetto di scherno, lazzi e contumelie, ma l’alleanza con De Luca e il PD è come un nuovo battesimo, monda da ogni colpa passata e restituisce puri e redenti.

Dev’essersi redento anche, e qui siamo quasi al miracolo, Carlo Aveta, fino a ieri capugroppo in Regione de La Destra di Storace, dichiarato ammiratore di Mussolini, tanto da aver chiamato il figlio Benito e da andare ogni anno a Predappio in pellegrinaggio sulla tomba del Duce. Per la verità Aveta precisa di ammirare Mussolini, “ma solo fino al 1936”, cioè di essere favorevole alla guerra di Etiopia ma non a quella di Spagna, al delitto Matteotti ma non alla costruzione dell’EUR.

La scelta di Aveta di sostenere De Luca, frutto di “una riflessione di vita”, lo porterà a correre a fianco di un altro politico anch’egli noto per le riflessioni profonde: parliamo di Tommaso Barbato. L’ex senatore dell’UDEUR ebbe un momento di notorietà quando, in un momento di riflessione particolarmente profonda, sputò in faccia in pieno Senato al collega Cusumano, provocandogli uno svenimento. L’occasione era la caduta di Romano Prodi, che Barbato contribuì a determinare con il suo voto decisivo.

Nel grande lavacro ha fatto in tempo a passare anche Federico Conte, figlio di quel Carmelo che fu boss craxiano della zona e ministro socialista, inquisito per quasi tutti i reati previsti dal codice (mancava solo l’abigeato), ma poi sempre in qualche modo prosciolto. Dev’essere memore di queste tradizioni che il giovane Federico si candida, parole sue, per “portare il rinnovamento nella politica”, e liquida l’accusa di essere un figlio d’arte con modestia e senso della misura: “ai Kennedy – spiega - nessuno lo rinfacciava”.
Purtroppo il termine per la presentazione delle liste in Campania è scaduto, e così il creativo De Luca non ha potuto completare l’opera. Altri colpi di scena erano in arrivo.

La candidatura di Giggino ‘a purpetta è stata scartata solo per indisponibilità dell’interessato (Luigi Cesaro, esponente azzurro di Napoli, idolo del web grazie al fisico non proprio slanciato e al pessimo rapporto con le lingue straniere, con il congiuntivo ed anche con l’indicativo, pare non sia più in buoni rapporti con il Governatore Caldoro).
Tuttavia De Luca meditava di aprire le sue liste ad alcuni esponenti ben noti della politica e della società civile partenopea.

Fra loro il più significativo – all’insegna del rinnovamento - è senz’altro il comandante Achille Lauro, quello che prometteva la scarpa sinistra prima delle elezioni e la scarpa destra dopo, e che nell’impeto dei suoi trionfali comizi garantiva che “le attese di Napoli non si fermeranno sulla sogliola di Montecitorio”. Le 600.000 preferenze prese nel 1953 da ‘o Comandante forse saranno un po’ stagionate, ma sufficienti a passare sopra alla sua Fede Monarchica. E poi si sa, fra la tradizione comunista di Napoli e Casa Savoia i rapporti sono stretti, come parrebbe testimoniare (già nell’aspetto fisico) l’ex Capo dello Stato Giorgio Napolitano.

Lauro era venerato dai Napoletani, come De Luca dai salernitani. I due sembravano davvero fatti per intendersi. Peccato.

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