andrea agnelli juventus dimissioni inchiesta bilancio plusvalenze stipendi
Ansa
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Calcio

Il tramonto dell'era Agnelli

Il passo indietro dalla Juventus chiude un periodo di vittorie, anche fuori dal campo, e scelte sbagliate. Così l'ex potente del calcio italiano si è bruciato in 4.576 giorni - LA NOTTE DELL'ADDIO ALLA JUVENTUS DI AGNELLI

L'indicazione di Gianluca Ferrero come presidente, lui commercialista e revisore di conti - figura tecnica che più tecnica non si può - chiude il cerchio della notte più drammatica della storia recente della Juventus, quella che ha scritto la parola fine all'era di Andrea Agnelli che del club bianconero resterà il presidente più vincente ma anche quello che ha concluso nel peggiore modo possibile la sua parabola. Un uomo dei conti e di fiducia della proprietà per mettere mano nell'intreccio dei bilanci della società, finiti sotto il tiro della Procura di Torino e della Consob, non certificati da Deloitte e oggetto di un ultimo scontro dentro il board: non tutti hanno condiviso la linea di difesa ad oltranza dettata dal presidente Agnelli. Divergenze significative che hanno portato a una frattura non sanabile.

La Juventus volta pagina e si prepara a mesi in trincea. Ferrero presidente e Maurizio Scanavino (altro uomo Exor nominato direttore generale) le figure scelte per traghettarla fuori dalla bufera che non è ancora passata e che è destinata a lasciare tracce, se non dal punto di vista sportivo, dove tutto è da verificare, da quello delle strategie societarie. L'era Andrea Agnelli si chiude dopo 4.576 giorni e con otto mesi d'anticipo rispetto a una scadenza che nella Famiglia era ed è attesa con grande trasporto, quella del centenario alla guida del club più vincente d'Italia. Nessuno avrebbe immaginato che ci si arrivasse in mano a contabili chiamati a riparare una situazione precipitata in questo autunno che in casa Elkann è quello delle decisioni forti: dimissionario Andrea, messo alla porta dalla Ferrari Mattia Binotto, considerato il responsabile del mancato ritorno alla vittoria del Cavallino rampante.

Andrea Agnelli è stato un ottimo presidente, lucido nelle scelte manageriali e visionario nel disegnare la parabola della Juventus che faticava a uscire dalle secche post Calciopoli. Nel giorno del suo passo indietro sono tanti, troppi, a non riconoscere la grandezza del decennio, misurabile non solo con i successi di campo ma anche con la crescita globale e costante dell'azienda bianconera. E' merito di Andrea Agnelli se la Juventus è rimasta a lungo agganciata al treno di un calcio europeo sempre meno a dimensione italiana, "ultimo vagone" ha spesso ripetuto negli anni in cui cercava la strada per fare l'ultimo salto. E' merito di Andrea Agnelli se dopo lo tsunami di Calciopoli la Juventus è tornata a essere il centro di gravità del pallone italiano e si è ritagliata un posto in prima fila in quello continentale: board dell'Uefa e presidenza dell'ECA.

Siccome, però, la regola in casa Juventus è che nessuno mai è più grande e importante della Juventus stessa, che viene prima e sopra di tutto, anche Andrea Agnelli non poteva sfuggire al destino perché tanto grandi sono stati i suoi meriti, quando centrale è il suo ruolo nel declino delle ultime stagioni. Ecco perché il passo indietro era inevitabile. Agnelli è stato un ottimo presidente, ma è stato anche il presidente del pasticcio della Superlega, degli allenatori cambiati e sbagliati in sequenza, dei dirigenti promossi e bruciati, degli oltre 600 milioni di rosso in bilancio dal 2017 al 2022 che hanno costretto la proprietà Exor a mettere mano a due maxi aumenti di capitale per sostenere l'azienda.

L'ultimo Andrea Agnelli ha bruciato il primo, ha rimesso la Juventus in un angolo anche a livello politico, ha personalizzato lo scontro con la Uefa (chissà cosa accadrà in primavera dopo la pronuncia della Corte di Giustizia europea) e ha lasciato l'impressione di non avere più in testa la rotta giusta per uscire dalla tempesta. La richiesta di arresti domiciliari da parte della Procura di Torino, respinta dal giudice, è una traccia indelebile sull'immagine sua e del club, una sorta di punto di non ritorno. La Juventus continuerà a difendersi davanti alle contestazioni dei magistrati e della Consob, ma era evidente che non potesse farlo senza un segno concreto di discontinuità.

Chi festeggia oggi per l'addio di Andrea Agnelli pecca di gratitudine e memoria. Chi si sorprende, sbaglia. Resterà sempre il dubbio su cosa sarebbe stato senza il Covid, arrivato nel momento di maggior sforzo espansivo simboleggiato dall'acquisto di Cristiano Ronaldo. Un'operazione che oggi viene indicata come il male assoluto, l'inizio della fine, ma che sarebbe onesto riconoscere non ha avuto modo di svilupparsi come immaginata perché la pandemia ha congelato il mondo, non solo quello del calcio. Di sicuro il tradizionale equilibrio sabaudo ha cominciato a venir meno in quei mesi, ma alzi la mano chi aveva previsto il cataclisma. Nessuno. Nemmeno Andrea Agnelli. Questa, però, è l'unica colpa che nemmeno i nemici che oggi festeggiano possono addebitargli.

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