Bouteflika è morto ma non si può dire
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Bouteflika è morto ma non si può dire
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Bouteflika è morto ma non si può dire

Voci attendibili ma non confermate da Tunisia e Francia sostengono che il presidente sarebbe già deceduto. Capo dell’Algeria dal 1999, fu artefice della “pacificazione nazionale” e di una ripresa economica

Oltre un mese è passato da quando il presidente algerino Abdelaziz Bouteflika è stato colto da  un malore, il 27 aprile, e ricoverato d’urgenza in Francia. Da quel momento, il silenzio dei media algerini e non solo sullo stato di salute del presidente è stato quasi totale e non ha permesso di far filtrare alcuna indiscrezione sulle sue reali condizioni.

Eppure, dopo voci insistenti sul suo repentino peggioramento, il 2 giugno sono “scappati” un paio di tweet: “Abdelaziz Bouteflika ci ha appena lasciato. RIP” e “La morte di Abdelaziz Bouteflika, i parenti del politico confermano” che hanno gettato nella confusione il mondo politico internazionale. Ma questa fonte si era rivelata inattendibile. Eppure, la notizia continua ad essere sussurrata nei corridoi dell’ospedale militare di Val-de-Grâce (da cui peraltro sarebbe poi stato trasferito in altra struttura sconosciuta) e, soprattutto, agita i sonni dei poteri forti in quel di Algeri.

Per tale motivo, voci attendibili - ma non confermate - affermano che il presidente è spirato ma l’annuncio della morte avvenuta non può essere ancora diffusa, in ragione del timore che l’Algeria, senza un leader in carica, venga travolta dall’impasse politica o contagiata dalle derive estremiste religiose. Una prudenza comprensibile, visto il momento non certo rassicurante che vive tutto il Nord Africa.

 

Infatti, non solo l’Algeria negli ultimi tempi è stata oggetto di attentati di stampo terroristico-islamista, ma i suoi confini sono tutt’altro che sicuri: in Mali, nonostante i successi dei francesi, si combatte ancora e i jihadisti potrebbero anche essersi infiltrati nel Paese; mentre la Libia è a un passo dallo spezzarsi e vive un caos di non facile soluzione.

 

Le élite politiche, militari  e islamiste, proprio in ragione della pacificazione nazionale promossa dallo stesso Bouteflika - quella "Carta per la pace e la riconciliazione nazionale” che fu approvata per referendum il 29 settembre 2005 e che segnò uno dei maggiori successi del presidente - sapranno mantenere ancora un equilibrio praticamente nell’unico Paese del Nord Africa che sembrava ancora immune alla febbre islamica e che segna una ripresa economica?

 

Biografia del presidente
Abdelaziz Bouteflika è nato il 2 marzo 1937 a Oujda, in Marocco, dove era emigrato il padre, originario dell’algerina Tlemcen (le città distano solo 76 km l’una dall’altra) e dove all’epoca si riunivano i rifugiati algerini che lottavano per l’indipendenza della’Algeria dalla Francia.

 

Il giovane Abdelaziz si unì non ancora ventenne - volontariamente o meno è questione dibattuta - all’Esercito di Liberazione Nazionale (ALN, Armée de Libération Nationale) che lottava per l’indipendenza. Indipendenza che l’Algeria ottenne solo dopo aspri combattimenti (tra cui la nota “Battaglia di Algeri”) e dopo il ritorno di Charles De Gaulle in Francia, che accompagnò gli Accordi di Evian.

 

Proclamata la Repubblica indipendente d’Algeria il 3 luglio del 1962, “Si Abdelkader” - questo il nome di battaglia di Bouteflika durante la guerra d’indipendenza - divenne prima deputato di Tlemcen alla Costituente, quindi  Ministro della Gioventù e dello Sport nel neonato governo, guidato da Ahmed Ben Bella. Da qui iniziò una rapida carriera istituzionale: già l'anno successivo, venne nominato ministro degli Affari esteri, occupando tale posizione fino alla morte del presidente Boumedienne, di cui egli era considerato braccio destro.  

 

Cresciuto all’ombra di Houari Boumedienne, che “regnò” sulla neonata Repubblica d’Algeria ininterrottamente dal 1965 fino alla dipartita nel 1978, Bouteflika sperava di salire il gradino più alto già nel 1979. Ma l’esercito gli preferì Chadli Bendjedid, che aveva fatto carriera nei ranghi delle forze armate e aveva militato nell’esercito francese. Bendjedid, l’uomo del compromesso, comandò il Paese fino al 1992, mentre Bouteflika si andò eclissando dalla scena politica fino a che, nel 1983, espatriò e viaggiò a lungo tra Emirati Arabi Uniti, Francia e Svizzera.

 

Dopo sei anni all'estero, nel 1989 tornò in Algeria per unirsi al Comitato Centrale del Fronte di Liberazione Nazionale. Furono tra gli anni più difficili per l’Algeria, che conobbe il multipartitismo, il terrorismo interno e rivolgimenti politico-militari, che portarono prima alla sfiducia dello stesso presidente Bendjedid - sostituito da Mohamed Boudiaf nel 1992, assassinato dopo meno di sei mesi per mano della sua guardia del corpo - e poi al sopravanzare dal generale Liamine Zeroual (presidente dal 1994 all’aprile del 1999) al posto di Bouteflika, che pare si fosse rifiutato di compromettersi nell’assassinio ordito da frange dell’esercito.

 

Bouteflika vinse infine le elezioni presidenziali del 1999, stavolta con il sostegno dell'esercito. Il suo merito principale fu quello di porre fine al decennio di sangue 1991-2000, quando la guerra tra il Fronte islamico della salvezza (FIS), il Gruppo islamico armato (GIA) e l’esercito, fece 200mila morti. Fu rieletto nel 2004 e poi nel 2009, grazie alla modifica dell'articolo 74 della Costituzione che contemplava l'abolizione del limite di due mandati presidenziali consecutivi. È rimasto in carica fino ad oggi.

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