Ecco perché Bonaiuti lascia Forza Italia e Berlusconi
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Ecco perché Bonaiuti lascia Forza Italia e Berlusconi
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Ecco perché Bonaiuti lascia Forza Italia e Berlusconi

L'ex portavoce ha annunciato il passaggio al Nuovo Centrodestra di Alfano. Per una semplice questione di potere

Il potere. Solo questo spiega i travasi della politica (e quelli di bile). Il potere perduto, che spinge a fare i bagagli e spiccare il volo (della quaglia) verso altri lidi. A cercare nuovi spazi e perpetuare le garanzie.

Il fatto che Paolo Bonaiuti, “Paolino”, abbia deciso di lasciare Berlusconi convolando a nozze col “traditore” Alfano (“Angelino”) e col Nuovo Centrodestra, in fondo ha una spiegazione semplice, perfino comprensibile. Bonaiuti aveva perso la costanza della contiguità. Berlusconi non era più per lui il leader della porta accanto, che nulla faceva o diceva senza interpellarlo. Non era più neanche il vicino di pianerottolo a Palazzo Grazioli. A Paolino bastava un percorso interno, attraversare una stanza e un corridoio, per presentarsi al Cavaliere in qualsiasi momento. Una telefonata in segreteria, un minuto, e lui era lì. Pochi metri tra il suo studio e quello di Berlusconi.

In mezzo lo stanzone del Mattinale, quello che una volta era il think tank agile di Forza Italia, al quale collaboravano giornalisti di fama, penne liberali, cattoliche, socialiste. Cicchitto, Brunetta, Alfano, Bondi. Anche ex direttori e direttori di giornali e televisioni. Una cerchia di analisti che ogni giorno fornivano al leader le cartucce della comunicazione politica, che ne interpretavano, spesso anticipandoli, gli umori. Ma quello strumento non era più da tempo nelle mani di Paolino. Così come la contiguità si era sfilacciata, la stanza era diventata anticamera, l’invito auto-invito, la forma non più sostanza, il consiglio senza peso, le persone vicine diventate lontane (e quelle lontane, vicine).

Bonaiuti, che dal Cavaliere aveva avuto fama, poltrone e potere, non ha retto alla perdita di autorevolezza interna. Alla perdita delle stanze a Grazioli e del Mattinale, passato di mano. Con Berlusconi aveva fatto la “traversata del deserto”, ma da tempo non c’era più quella consuetudine dell’affetto (c’è mai, in verità, affetto in politica e nei luoghi del Potere?). Certo, adesso la spiegazione ufficiale è il progetto politico. Quell’essere “moderato” di Bonaiuti che in effetti si è manifestato in tutte le occasioni come un amore (una vocazione) per la mediazione, più democristiana che socialista. Quante volte sui quotidiani è apparso quel ruolo di “mediatore” tra Berlusconi e quanti di volta in volta avevano col Capo attriti, diversità di vedute, dissapori? Da Fini a Tremonti. Stavolta, Paolino ha mediato tra se stesso e il Cavaliere. Ma senza crederci. 

Insomma, c’era una volta un cerchio magico composto da Bonaiuti e pochi altri. Il cerchio degli onnipresenti. Quel cerchio si è scassato, rimpiazzato da altre figure. Quel potere si è sfarinato, destrutturato, è andato smarrito. E Bonaiuti, invece di ritirarsi a vita privata mantenendo il seggio al Senato, ha scelto di trasmigrare verso Alfano. Travasi da fine dell’Impero? Chissà.

Berlusconi ha dimostrato di essere sempre più forte, più sorprendente, più vitale di quanti mano a mano decidevano di abbandonarlo per (legittimi) calcoli personali. Sempre con l’ambizione di ottenere di più e galleggiare meglio e più a lungo. A Bonaiuti va riconosciuto di essere un uomo di cultura, e in politica non ce n’è molti. Un lettore di Dante. Un fiorentino doc. Ma non è l’umanità, non è la cultura, non è l’affetto tradito, non è neppure la politica a fornire la chiave per capire il suo salto da qua a là. Qualcuno dice che ora farà “lo stratega di Alfano”. Ma Alfano non ha bisogno di strateghi, tanto meno di strategie. Per quelle ha già Cicchitto, Quagliariello e Sacconi. Almeno fino alle Europee di maggio. A quel punto, ci vorranno ben altri strateghi che il buon Paolino per immaginare un futuro per il (nuovo) centrodestra.

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