Donald Trump ha ribadito di auspicare una soluzione venezuelana per l’Iran. Lunedì sera, durante una conferenza stampa, il presidente americano ha invocato per Teheran un cambio di regime «interno». «In Venezuela, abbiamo una donna, Delcy, che è stata presidente del Paese, molto rispettata, molto… sta facendo un ottimo lavoro. E, sapete, non c’è stata alcuna interruzione. Abbiamo avuto, come ricorderete, l’Iraq, dove tutti sono stati licenziati. I militari sono stati mandati via, la polizia è stata mandata via, i politici sono stati mandati via. Non c’era nessuno. E sapete in cosa si sono trasformati? Nell’Isis. E non lo vogliamo. Non lo vogliamo. Quindi vorrei vedere le persone che sono dentro». Alcune ore prima della conferenza stampa, il presidente americano si era confrontato telefonicamente sull’Iran con Vladimir Putin: non è escluso che, visti gli storici legami del presidente russo con il regime khomeinista, l’inquilino della Casa Bianca voglia fare, almeno in parte, affidamento su di lui per trovare un interlocutore interno.
Del resto, già la settimana scorsa, Trump aveva chiaramente lasciato intendere di preferire una soluzione venezuelana anziché un regime change classico. Parlando con la Cnn, aveva aperto alla possibilità che il futuro assetto politico-istituzionale dell’Iran non fosse democratico. Inoltre, sabato, aveva fatto marcia indietro rispetto all’ipotesi di un’offensiva di terra condotta dai curdi. «Non voglio che i curdi entrino in Iran. Sono disposti ad entrare, ma ho detto loro che non voglio che entrino. La guerra è già abbastanza complicata così com’è. Non vogliamo vedere i curdi farsi male o uccidere», aveva affermato, prendendo implicitamente le distanze da Benjamin Netanyahu che, di contro, dell’opzione curda è un fautore.
È d’altronde su questo punto che, la settimana scorsa, sono emersi degli attriti sotterranei tra il presidente americano e il premier israeliano. Netanyahu, almeno inizialmente, auspicava un cambio di regime in piena regola a Teheran. Trump, dal canto suo, predilige la soluzione venezuelana per varie ragioni. Innanzitutto, ciò gli consentirebbe di evitare un costoso impegno di nation building. In secondo luogo, il presidente americano vuole, sì, un Iran indebolito, ma, dall’altra parte non può permettersi un’instabilità regionale prolungata: un simile scenario metterebbe infatti a repentaglio la possibilità di rilanciare gli Accordi di Abramo. Infine, Trump vuole un interlocutore stabile a Teheran per prendere eventualmente il controllo del greggio iraniano: un’ipotesi che, parlando lunedì con Nbc News, non ha affatto escluso. È anche alla luce di questo fattore che, nel fine settimana, Washington aveva espresso irritazione per gli attacchi israeliani alle infrastrutture petrolifere della Repubblica islamica.
Come che sia, lunedì, alcune ore prima della conferenza stampa di Trump, un funzionario israeliano era sembrato fare marcia indietro sullo scenario di un regime change classico in Iran. «Non vediamo nessuno che possa sostituire il regime. Non sono sicuro che sia nel nostro interesse combattere finché il regime non sarà rovesciato. Nessuno vuole una storia infinita», aveva dichiarato al Washington Post. Lo stesso Netanyahu, sempre lunedì, pur ribadendo di auspicare un cambio di regime, ha precisato che questa eventualità dipende dal popolo iraniano. «La nostra aspirazione è quella di indurre il popolo iraniano a liberarsi dal giogo della tirannia», ha detto. «In ultima analisi», ha aggiunto, «dipende da loro».
Insomma, almeno apparentemente, Israele sembrerebbe iniziare ad allinearsi a Trump sulla soluzione venezuelana. Il che potrebbe essere anche un modo per disinnescare le tensioni registratesi tra Washington e Gerusalemme per gli attacchi israeliani alle infrastrutture petrolifere iraniane. Non dimentichiamo d’altronde che, in origine, gli inviati statunitensi, Steve Witkoff e Jared Kushner, avrebbero dovuto recarsi oggi nello Stato ebraico per tenere dei colloqui di alto libello sulla crisi in corso. Un viaggio, il loro, che tuttavia è stato improvvisamente annullato lunedì, alcune ore prima della conferenza stampa di Trump.
Va da sé che la soluzione venezuelana dovrà, in caso, affrontare uno scoglio rilevante: la designazione a Guida suprema iraniana del figlio di Ali Khamenei, Mojtaba. Si tratta, notoriamente, di una figura invisa tanto agli israeliani quanto allo stesso Trump, che difatti si è lamentato della sua nomina.
