Partito di tasse e di manette
ANSA/ANGELO CARCONI
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Partito di tasse e di manette

L'accanimento contro Berlusconi ecco dove e come ricorda quanto avvenuto con Bettino Craxi

Ha ragione Paolo Guzzanti su «Il Giornale». Gli insulti a Silvio Berlusconi, che viene messo ancora una volta al bando solo per aver detto una frase forte, paradossale, ma che rende efficacemente l’idea della persecuzione alla quale è sottoposto lui e la sua famiglia, hanno radici nel lontano 1976. Dalle ingiurie del Pci e della sinistra estrema contro Bettino Craxi.

Perché reo di aver portato al potere la sinistra anticomunista e di aver dominato un decennio di politica italiana, negli anni ’80, facendo ballare la Dc e il Pci, pur con il suo magro 12 per cento. Ma, come dice Gianni De Michelis nel libro «Il crollo del Psi» (Marsilio editore): «Bettino era dotato di una intelligenza politica laser, che travolgeva e stupiva ogni volta anche i più stretti e fedeli collaboratori (lo stesso ex potente e autorevole ministro degli Esteri compreso ndr)». Denunciò Stefania Craxi a chi scrive poche ore dopo la morte del padre tra le sue braccia (Hammamet, cinque della sera del 19 gennaio 2000): «Papà è stato ammazzato da un odio devastante». Disse suo fratello Bobo, tra le lacrime che scorrevano come una fontana, il giorno dopo nella Chiesa cristiana di Tunisi: «Caro papà, caro Monsieur le President, come tutti qui ti chiamavano, in segno di rispetto, tu te ne vai, vittima di una campagna d’odio senza precedenti!». Peccato, Bobo, poi prese altra strada, accompagnandosi con quella sinistra i cui esponenti suo padre, negli ultimi giorni di calvario all’Hopital Militare di Tunisi definì lucidamente: «I miei assassini».

Chi scrive, da ex inviata speciale dell’«Unità», inviata speciale, in quei mesi tra il finire del 1999 e il 2000, in Tunisia per seguire il «Caso C», lo sa per certo. Il mio allora direttore (ultimo direttore in quel giornale dove non lavoro più dal 2000) Peppino Caldarola, uomo di sinistra ma intelligente, di vaste letture, dalemiano ma capace anche di riattaccare la cornetta del telefono al medesimo Massimo D’Alema, allora premier, su mia sollecitazione e soprattutto dietro mie informazioni esclusive sul grave stato di salute dello statista socialista, mi diede il via per un’intervista a Craxi. Rompendo un tabù, anzi abbattendo in quel giornale il muro di Bettino. Inviai le domande concordate con Caldarola, dove ad un certo punto mettemmo la parola «tecnicamente latitante» per i Pm (era l’unica forma di mediazione per far passare quell’intervista e non esere cacciati il giorno dopo). Craxi lesse, si rigirò sul suo letto d’ospedale e davanti a Bobo e al direttore di  «Critica sociale» ( la rivista fondata da Turati) Stefano Carluccio urlò: «Io non dò interviste al giornale dei miei assassini, anche se lei (la sottoscritta ndr) è una brava e coraggiosa donna». Aggiunse Stefania: «E Caldarola è una persona intellettualmente onesta».

L’intervista non ci fu. Nonostante arditamente «Peppino» e la sottoscritta inviarono domande, dalle quali scomparì la parola «latitante».  Ma ci fu un editoriale di «Peppino» che coraggiosamente diceva: fate tornare in Italia quell’uomo per essere curato e senza essere piantonato». D’Alema fu informato a Palazzo Chigi da «Peppino» a editoriale fatto, ma non ancora pubblicato. E dette il là con un sostanziale silenzio. Da Botteghe Oscure l’allora leader dei Ds, Walter Veltroni, non approvò. Ma non licenziò, forse per miracolo, Caldarola e la sottoscritta. Pochi mesi dopo, «L’Unità» venne chiusa, perché certamente gravata da ingenti debiti. Ma è un fatto che Caldarola non rientrò più come la sottoscritta e per nostra esclusiva volontà. Ognuno ovviamente per ragioni diverse e non solo per il caso Craxi, ma accomunati dal no al tunnell giustizialista.

Questo forse fu l’ultimo piccolo tentativo (fatto più da due giornalisti che da D’Alema) di una sinistra riformista, antigiustizialista, di uscire dal tunnell nel quale si è cacciata con il fallimento del Pd, Matteo Renzi o non Matteo Renzi. Forse questo fu l’ultimo piccolo concreto tentativo di salvare la sinistra dal cancro dell’odio nei confronti dei suoi avversari. Quello per «Bettino»  fu tale che il portavoce di Enrico Berlinguer, Antonio Tatò lo definì: «Un bandito, un avventuriero». L’epiteto più gentile quando Craxi era premier fu «il ciccione, il ladro, il cinghialone». Ci fu poi «il foruncolone», di cui secondo Antonio Di Pietro Craxi era malato (sic!). Era talmente un «foruncolone» che gli tagliarono, a causa del diabete, in una clinica tunisina alcune dita dei piedi.  Il suo calvario non solo lo ha portato alla tomba del cimitero cristiano di Hammamet, ma ha messo a serio repentaglio l’Italia. Craxi in Tunisia era protettissimo dalla polizia di Ben Alì. E per muoversi ogni volta doveva viaggiare accompagnato da una sorta di discreto corteo di auto.

Mi sono sempre chiesta: se un commando di un’altra nazionalità un bel giorno lo avesse rapito, allora sì che l’Italia sarebbe stata messa a rischio, essendo stato Craxi negli anni a Palazzo Chigi depositario di tutti i rapporti dei nostri servizi segreti. Doveva andare a S. Vittore? Aveva 59 anni quando scattò la campagna d’odio per via giudiziaria contro di lui. E in quegli anni in carcere ci si suicidava sotto i colpi di «Mani pulite».  Prima di andare a Hammamet, Craxi passò per Parigi, dove, ricordò, «mi si aprì una ferita che mi spaccò il piede». Aveva un carico di condanne di oltre 20 anni. Ci sarebbe ancora da vergognarsi di essere italiani per la sorte che toccò a lui, proprio allo statista che l’Italia la fece entrare nel G7. E c’è purtroppo ancora da vergognarsi di essere italiani per la sorte che sta toccando al tre volte tre presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Vittima anche lui di una campagna d’odio senza precedenti. E senza che il Colle anche questa volta intervenga a difesa, neppure dalle ingiurie, di un leader che ha rappresentato l’Italia nel mondo, ha presieduto un G7 e un G8. Comparse una volta un manifesto del Pd che lo sfotteva per i capelli ripiantati. La nuca era ben messa in evidenza. Immagine inquietante. «Ma il Pd ormai è il Ptm». Cioè? Spiega un parlamentare che di centrodestra non è e Berlusconi non lo ha mai votato: «Partito di tasse e di manette». 

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