Tutti gli uomini del Presidente (Berlusconi)
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Tutti gli uomini del Presidente (Berlusconi)

Nel 20° aniversario della sua discesa in politica aneddoti e ricordi di amici e collaboratori - Videomessaggio, 1994 - Fotostoria - Le frasi - La politica estera

Tutti gli uomini del presidente, del popolo, a metà del 1993 cominciarono a riunirsi ogni lunedì al Jolly hotel di Milano 2. Lo chiamavano (qualcuno lo fa ancora oggi) rigorosamente «dottore», ma lui presidente del popolo lo era già da allora.

L’imperativo categorico impartito da Silvio Berlusconi ai magnifici 27 (tutti dirigenti di Publitalia più qualche esterno di vaglia) fu: «In politica dovete parlare un linguaggio semplice, in un paese dove la maggioranza ha la seconda media, quanti possono capire le convergenze parallele o altre astrusità che i politici usano solo per capirsi tra loro?».

Così, come racconta Giovanbattista Caligiuri, uno dei 27 uomini azzurri, ex presidente della Regione Calabria, ex senatore, amico personale di Berlusconi, sempre vicino a lui nella buona e nella cattiva sorte, nacque 20 anni fa Forza Italia. Ricorda: «Ci riunivamo clandestinamente, per dire. Oltre a noi di Publitalia, venivano Giuliano Urbani e Gianni Baget Bozzo. Ognuno di noi aveva il compito di radicare il partito nel territorio, regione per regione».

Marcello dell’Utri, amministratore delegato di Publitalia, era ovviamente dopo «il dottore», il dominus, ma c’erano anche Gianfranco Micciché, Giancarlo Galan, Antonio Martusciello, l’ex sondaggista del Cav Gianni Pilo. Altro che partito di plastica, già da allora Berlusconi pensava a come insediare il suo movimento in tutta Italia. La rivoluzione azzurra era dietro l’angolo. Ma la vecchia classe politica non lo capì.

Caligiuri riferisce a Panorama.it un aneddoto gustoso: «Un lunedì Berlusconi venne e ci disse: “Mino Martinazzoli (ultimo segretario della Dc ndr) non ha davvero capito di che si tratta”. Perché? Chiedemmo. E “il dottore”:  “Mi ha detto che se voglio lui può offrirmi un seggio al Senato!». Risata generale. Ci furono poi reazioni stizzite e un po’ volgari, come quella di Ciriaco De Mita: «Quello se scende in campo, si va a rompere il muso». Siamo nel 2014 il Cav è sempre sulla scena, per quanto riguarda De Mita agli italiani verrebbe da ripetere la sprezzante espressione di Bettino Craxi: «De Mita, chi?», anticipatrice del «Fassina, chi?» di Matteo Renzi.

Dalle riunioni «clandestine» del ’93, anticipatrici dalla discesa in campo del 26 gennaio 1994 con il famoso videomessaggio agli italiani, che mandò a quarte quarantotto tutti i vecchi schemi della comunicazione politica, allo storico ingresso del Cav sabato 18 gennaio 2014 nella tana del lupo Pd, per l’accordo con Renzi sulle riforme: il segreto delle sette o nove vite (copyright Giuliano Ferrara) di Berlusconi, tante volte caduto e altrettante risorto, non si può capire se non si torna all’origine.

Lì stanno tutti segreti del «sole in tasca». Del «sole che lui irradia e che lo rende ancora oggi più nuovo dello stesso Renzi», dice Stefania Prestigiacomo, entrata in parlamento con Forza Italia a 27 anni, uno in meno dei 28 che aveva Giorgio Napolitano quando fu eletto deputato. Racconta, la giovane speaker bionda e bellissima del congresso di Assago nel 1998: «Quando entrai a Montecitorio, quel parlamento era incanutito e brizzolato, Berlusconi portò un raggio di sole e tante donne: io sono stata per due volte ministro e tante altre dopo di me si sono succedute al governo…».

Per capire che i vent’anni dalla discesa in campo del Cav non si possono sfregiare come «una storia criminale», come dice Raffaele Fitto, che diventò nel 2000 in Puglia il più giovane presidente di Regione, bisogna sempre risalire alla storia di un uomo che nel Febbraio del ’94 a Roma, alla prima assemblea azzurra, disse. «Siamo matti tra i matti, sulla scia dell’ Elogio della Follia». È il ricordo di Giorgio Lainati, deputato azzurro e vicepresidente della commissione parlamentare di Vigilanza Rai, ma soprattutto primo capoufficio stampa di Forza Italia.

Domenica 26 gennaio Fitto ricorderà il ventennale azzurro con una grande manifestazione a Bari. Osserva il deputato di Fi, leader dei lealisti antialfaniani, fautori della nascita della seconda Forza Italia, dopo la scissione con Angelino Alfano: «Allora Berlusconi impedì che una sinistra illiberale si affermasse dopo l’eliminazione dei partiti moderati della Prima Repubblica. Oggi il suo incontro con Renzi riapre il percorso che deve riportarci a sfidare la sinistra per il governo del Paese». 

Per dire chi è veramente Berlusconi, dipinto in questi vent’anni come il male assoluto dalla sinistra ancora intrappolata nel tunnel del giustizialismo, per non dire di certa magistratura che gli sta da una vita alle costole, ci sono tanti aneddoti sconosciuti ai più.

Era da poco sceso in campo, manifestazione gigantesca a Milano, una selva di mani che cercavano di stringere quelle del Cav, Lainati incautamente, preso da eccessivo zelo professionale, gli disse: «Presidente, scusi qui c’è anche la tv argentina che vuole intervistarla… ». Ricorda sorridendo il primo capoufficio stampa di Fi: «In quella calca mi avrebbe potuto benissimo mandare a quel paese, come avrebbe fatto qualsiasi altro leader e invece mi disse gentilmente e un po’ ironicamente: scusa Giorgio, ma prima ci sono gli italiani, si vota in Italia non in Argentina». «Giorgio» la sera accese un cero, per averla scampata.

Del resto, Lainati che ebbe come direttore il dottor Gianni Letta, ai modi gentili ma fermi è abituato da sempre. Prima nello staff di Fedele Confalonieri, poi giornalista politico nel gruppo Fininvest negli anni ’80, quando le trasmissioni venivano preregistrate, Lainati  conobbe «il dott. Letta» nella veste «del giornalista scoopista e gentiluomo». Ricorda: «A “Italia domanda”  Letta spiazzò con il sorriso sulla bocca il “barbaro di Gemonio” Umberto Bossi, chiedendogli: “Scusi, ma può per favore spiegarmi perché lei parla così tanto di Roma ladrona?».

Gianni Letta non c’era nelle riunioni dei magnifici 27, ma nel magico mondo di «Silvio» c’è sempre stato, come uno dei consiglieri più potenti. Sembrava scomparso dalla scena. Ma, invece, rieccolo sabato 18 ottobre ad accompagnare l’amico di una vita nella sede del Pd, in largo del Nazareno, che dista peraltro solo trenta metri dal suo ufficio. «Ho fatto la scelta di tacere», risponde sempre a chi tenta di fargli parlare di Berlusconi o di altro.

Ma lo fa con garbo e ai cronisti assiepati  davanti a Palazzo Grazioli una volta disse sorridendo: «Datemi del tu, siamo colleghi…». Gentile, ma fermo, anche come direttore usava il pugno di velluto: «Insomma, te lo chiedeva con gentilezza, ma io sentivo sempre che bisognava portargli a casa quello che mi aveva chiesto: a me giornalista politico, toccò perfino intervistare Luciano Pavarotti, ospite in un summit europeo, io che di lirica non capisco un acca», ricorda sorridendo Lainati.

Parlare di Letta è parlare dell’uomo che siede alla destra del «padre». Proprio alla sua destra Berlusconi invitò a sedere Claudio Scajola, primo coordinatore azzurro. Racconta l’ex ministro dell’Interno e dello Sviluppo Economico, tornato in prima linea in Forza Italia: «Era una riunione dei deputati nel 1996 in un ristorante a Roma, Berlusconi lo avevo conosciuto a Imperia dove ero sindaco con la Dc e presi una valanga di voti, molti più di quelli di Forza Italia. Il presidente mi volle conoscere e mi disse: “Ma ci possiamo per favore dare del tu?”. Io gli risposi “Onorato”. E poi: “Claudio, mi organizzeresti il partito?”. Non feci passare dieci secondi e la mia risposta fu un convintissimo sì».

Scajola è il leggendario organizzatore della nave azzurra del 1999, che riportò Berlusconi nel 2001 a Palazzo Chigi. Efficiente e decisionista, fino al punto, secondo una leggenda, di imporre una sera al comandante della nave la rotta, e cioè quella che voleva il Cav. La leggenda narra che Scajola si impose così: «Qui comando io»; lui, al comandante vero della nave!

Quella stessa nave dove «Mamma Rosa era l’ultima la sera a ritirarsi in cabina. Si centellinava fino alla fine le canzoni al piano bar e poi mi intratteneva gradevolmente sul ponte, io rischiavo di cadere in terra con il mare magari a forza 7, e lei eretta e immobile…straordinaria», ricorda a Panorama.it Miti Simonetto, per anni la famosa donna immagine di Berlusconi.

Fu proprio «Miti» in quel fatidico pomeriggio del 26 gennaio di vent’anni fa  la regista delle operazioni sul set del videomessaggio. Rivela: «La calza dietro alla telecamera non c’era affatto, l’effetto patinato sul volto del presidente era solo uno speciale effetto di luci soffuse. Il cerone? Ma quale cerone, solo cipria antilucido altrimenti la luce si sarebbe offuscata. La cosa durò un pomeriggio: il presidente fece due e o tre  registrazioni, poi mi sembra che scelse la prima. Di solito ne fa una soltanto. Ma quello era un pomeriggio particolare. Berlusconi era sereno e nella stanza regnava anche un pizzico di allegria». L’abito? «Caraceni naturalmente, cravatta Marinella e profumo Antaeus di Chanel, il preferito del dottore».

Una volta nel 1993 «Miti» arrivò ad Arcore e sentì  provenire dal salone una musica che la intrigò subito. «Mi feci coraggio e entrai senza chiedere permesso : trovai Berlusconi che suonava al pianoforte un refrain molto gradevole….». Era l’inno di Forza Italia. La musica suona ancora per il due volte presidente del Consiglio, per colui che ha presieduto un G7 e un G8. Condannato in via definitiva, fatto decadere da senatore con voto elettronico, la sinistra sempre con lui deve venire a patti per fare le riforme. Impossibile farlo decadere da presidente del popolo. Di un popolo di 10 milioni di italiani. Ancora lui, vent’anni dopo.

 

   

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