Il bivio di Angelino
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Il bivio di Angelino
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Il bivio di Angelino

Democristiano, in politica fin da giovanissimo, Alfano piaceva a Francesco Cossiga. E ha un rapporto stretto con Giorgio Napolitano. Ritratto di un leader da giovane

Poi dici le primarie. Tutti a pensare a Romano Prodi e Arturo Parisi, ai candidati dell’Unione alle regionali del 2005, e invece c’era lo zampino della Dc. Era la primavera del 1992 e ad Agrigento si doveva scegliere il segretario del movimento giovanile democristiano, i cui iscritti forse non erano proprio limpidi. E così, per portare aria fresca, due giovanotti come Angelino Alfano e Gianpiero D’Alia, oggi ministro della Pubblica amministrazione per Scelta civica, inventarono le primarie per far votare qualunque giovane si iscrivesse al partito. Il risultato: stravinse Angelino.

Alfano aveva 22 anni ed era vicino alla sinistra dc e a Gaetano Trincanato, potente politico siciliano; D’Alia 26 e apparteneva alla corrente forlaniana. Dopo più di vent’anni, Alfano rilancia il metodo delle primarie per scegliere il candidato premier del centrodestra. E lo fa mentre è alle prese con un passaggio clou della politica, della sua vita e del suo rapporto con Silvio Berlusconi, in vista di un consiglio nazionale del Pdl che potrebbe essere decisivo sia su un’eventuale scissione, paventata ormai da oltre un mese, sia sull’appoggio al governo di Enrico Letta. Da braccio destro a leader, un passaggio difficile.

Il vicepresidente del Consiglio e ministro dell’Interno, 43 anni, ha fatto tutta la gavetta di cui quelle elezioni giovanili furono appena un assaggio. Nel 1994, a 24 anni, Alfano diventa consigliere provinciale di Agrigento della neonata Forza Italia, «aiutato anche dal buon nome di mio padre Angelo» ammise con Panorama nel 2005. Nel 1996 supera l’esame da avvocato ed è eletto consigliere regionale, tanto che i giornali siciliani si divertono a titolare «Mamma, vado a fare l’onorevole»; nel 1998 apre lo studio legale con la moglie Tiziana Miceli e diventa capogruppo all’assemblea siciliana, quindi nel 2001 il salto a Montecitorio, nel 2005 coordinatore di Fi in Sicilia, nel 2008 ministro della Giustizia fino al 27 luglio 2011, quando diventa segretario del Pdl.

Dopo vent’anni di vita parallela tra Angelino e Berlusconi, è umanamente comprensibile la reciproca difficoltà per i due di ascoltare l’uno la tesi dell’altro: continuare a sostenere Letta anche quando il Cavaliere decadrà da senatore oppure andare alla conta e poi allo scontro? Alfano, si sa, si fida solo di pochissimi, tra cui la storica portavoce, Danila Subranni, e il capo della segreteria particolare all’Interno, Giovanni Antonio Macchiarola.

Si è fidato troppo, invece, della struttura del Viminale che secondo la leggenda «va avanti da sé», ma che il 31 maggio scorso gli ha fatto seriamente rischiare il posto con l’espulsione dall’Italia di Alma e Alua Shalabayeva, moglie e figlia di 6 anni del dissidente kazako Mukhtar Ablyazov. Una espulsione dai contorni rocamboleschi e misteriosi che il ministro Alfano, assediato da una mozione di sfiducia presentata dai partiti di opposizione, ha in massima parte scaricato sui vertici burocratici della polizia, in lotta per la successione allo scomparso Antonio Manganelli, sostenendo, in pieno dibattito parlamentare, che tutto era stato fatto a sua insaputa. Le larghe intese lo hanno salvato, ma su quella espulsione restano ancora ombre che solo la Procura di Roma, un giorno, riuscirà a diradare.

I suoi critici non gliela perdonano. Come non gli perdonano il suo rapporto con Antonio Ingroia, il magistrato che più di ogni altro ha incarnato la commistione tra politica e giustizia, tanto da non tracciare mai un confine tra inchieste e comizi, fra processi e comparsate in tv. Nel 2011, da ministro della Giustizia, Alfano ha fatto chiaramente capire di avere concesso a Ingroia l’«anticipato possesso» dell’incarico di procuratore aggiunto a Palermo. Un gesto certamente ispirato dalle migliori intenzioni, ma che di fatto metteva Ingroia al riparo dai ricorsi presentati al tar, contro la sua promozione, da due colleghi che dicevano di vantare, davanti al Csm, maggiori titoli e maggiore esperienza.

In tempi più recenti, ha sorpreso la decisione (analoga a quelle del presidente del Consiglio e di altri uomini politici) di non pubblicare i redditi della consorte, derivanti dall’attività civilistica e di consulenza del suo studio legale. L’8 novembre, invece, si è entusiasmato forse un po’ troppo, a giudicare dai comunicati stampa, per un disegno di legge approvato dal Consiglio dei ministri: la responsabilità dello Stato nei confronti dei cittadini quando c’è violazione del diritto comunitario da parte dei magistrati. Responsabilità civile dello Stato e non dei giudici, hanno subito precisato fonti del governo. Insomma, un intervento ineludibile visto che sull’Italia pende una procedura di infrazione. Quasi tutti invece gli riconoscono una buona gestione al ministero della Giustizia, con un’efficace azione di contrasto alla mafia d’intesa con il ministro dell’Interno Roberto Maroni, tanto da essere stato più volte oggetto di concrete minacce di morte.

Nella vita politica di Alfano («Vita di un leader da giovane», si potrebbe dire parafrasando Leonardo Sciascia) un ruolo centrale spetta a Gianfranco Miccichè, oggi sottosegretario alla Pubblica amministrazione. Dalla conquista di tutti i seggi siciliani nel 2001, il famoso 61 a 0, fino alla rottura brusca e dolorosa di una solidarietà politica e anche umana. Oggi Miccichè accusa Alfano di viltà per i dissidi con Berlusconi, e la contrappo- sizione tra i due ha contribuito non poco alle più recenti sconfitte politiche di Angelino: dalle comunali di Agrigento alle regionali vinte da Rosario Crocetta.

I rapporti più stretti lui li mantiene comunque in Sicilia, dove coltiva un rapporto molto cordiale con la Confindustria di Antonello Montante e di Ivan Lo Bello. Secondo Paolo Cirino Pomicino, che conosce come pochi il mondo democristiano di ieri e di oggi, «il limite di Alfano è appunto quello di avere relazioni solo nella sua terra: gli manca- no rapporti solidi in ambito industriale, eco- nomico, sindacale. Angelino non ha un suo disegno politico, ma è trascinato dalla forza delle cose». Macché, replica Paolo Naccarato, senatore di Gal, Grandi autonomie e libertà, e già braccio destro di Francesco Cossiga. «Premesso che Angelino ha dimostrato di avere il famoso quid» racconta a Panorama «ha molti più contatti di quanto non si creda anche perché i poteri sanno che un certo ciclo si è concluso».

Cossiga lo valorizzò. Durante la formazione del governo nel 2008, ricorda Naccarato, si cercava un guardasigilli equilibrato: «Dopo aver parlato con Alfano, Cossiga sondò Berlusconi che non ne era convinto, quindi telefonò a Giorgio Napolitano invitandolo a conoscere meglio quel giovane che poi incontrò personalmente». E ministro fu. Un rapporto stretto, quello con il presidente della Repubblica, e per dimostrarlo basta ricordare che spesso, prima di incontrare Berlusconi, il giovane vicepremier fa una sosta, per quanto breve, al Quirinale. È successo all’inizio di novembre e l’incontro fu ufficializzato con una nota alle agenzie di stampa.

Alfano sa da tempo le scelte che prima o poi avrebbe dovuto affrontare. In un’intervista al Corriere della sera nel luglio 2012 ha detto: «Se non ho il cinismo necessario alla politica, è colpa della politica che ne chiede troppo e non mia che non ne ho. Le leadership si costruiscono nel tempo e si forgiano nelle difficoltà». Ha aggiunto poi una frase relativa alle fibrillazioni di quel periodo, ma che ben si adatta a queste ore: «Ricordo quando da ragazzo, alla prima lezione nautica, mi insegnarono a navigare controvento. Ecco, questo è tempo di bolina». Oggi quella lezione basterà o sarà naufragio?

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