L'Italia che frana. Ecco le zone a rischio
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L'Italia che frana. Ecco le zone a rischio
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L'Italia che frana. Ecco le zone a rischio

I dati del rischio idrogeologico Regione per Regione. L’Emilia Romagna è ai vertici della classifica. Questa la denuncia del Corpo forestale dello Stato - Lo Speciale di Panorama.it sull'alluvione in Sardegna

E’ l’Emilia Romagna ad avere il rischio idrogeologico più elevato tra tutte le Regioni d’Italia. I territori colpiti dal devastante terremoto del 2012 hanno anche il triste primato, in base ai chilometri quadrati e alla popolazione, delle criticità idrogeologiche più alte: il 19, 5% per i 4.315 kmq. Il secondo posto della black list è riservato alla Campania con 19,1% di rischio su una superficie totale di 2.598 kmq. Il terzo posto è a sorpresa del Molise che per il suoi 836 chilometri quadrati di territorio né ha a rischio ben il 18, 8%.

La classifica delle zone “rosse” prosegue con la Valle d’Aosta (17%) , il Friuli Venezia Giulia (15,4%), Piemonte e Trentino Alto Adige entrambe con il rischio pari al 12,2%, poi la Toscana (11,1) e l’Umbria (10,6%). Seguono Lombardia (,9%), Liguria (8,7%), Marche e Veneto (8,4%), Lazio (7,6%) Puglia (7,1%). All’ultimo posto della classifica redatta dall’Ance, c’è la Sicilia con solamente l’1% di rischio su tutto il territorio.

Secondo uno studio attuato dal Corpo Forestale dello Stato e i dati rilevati dall’Eurispes, il numero dei Comuni in aree ad elevato rischio idrogeologico è straordinariamente cresciuto fino a raggiungere i 6.631 ovvero il 10% della superficie territoriale italiana (29,5mila kmq).

Sulla base della superficie territoriale ad elevato rischio naturale è stato stimato che la popolazione potenzialmente esposta ad un elevato rischio idrogeologico sia pari a 5,8 milioni di persone.

“Il rischio idrogeologico contraddistingue soprattutto i piccoli comuni, nei quali l’abbandono del territorio va ad amplificare i rischi derivanti dalla carenza di interventi di prevenzione- spiega il Corpo Forestale dello Stato - tra la fine degli anni Novanta ed i primi anni Duemila, la popolazione italiana ha ripreso a crescere con un ritmo di oltre 403mila residenti in più all’anno dal 2001 al 2010, questo grazie all’incremento dei flussi migratori dall’estero che hanno rappresentato quasi il 90% della crescita complessiva”.

Un aumento demografico che però ha interessato solamente le aree metropolitane mentre le aree rurali hanno subito un lento ma inesorabile spopolamento che ha avuto come conseguenza l’abbandono dei campi e di intere aree boschive.

“Lo spopolamento di questi territori, sopratutto quelli interni dell’Italia meridionale ed insulare  in particolare il Molise, la Campania, la Sicilia e Sardegna- continua il Corpo Forestale - ha determinato una riduzione dell'attività di manutenzione ordinaria, costituita dalla tenuta dei terrazzamenti, dalla pulizia dei canali e del reticolo idrografico minore, dal consolidamento e dalla piantumazione degli versanti, con una accelerazione dei fenomeni di degrado”.

Non sono immuni dal rischio neanche le Regioni del Nord-Ovest e Nord Est.

“Al Nord-Ovest un incremento di popolazione pari all’8% è stato accompagnato da un aumento del 15% della popolazione esposta al rischio sismico mentre al Nord-Est l’incremento demografico risulta associato ad un incremento seppur più contenuto della popolazione a rischio idrogeologico. Si tratta, sicuramente, di indicatori di una cattiva gestione del processo insediativo”, denuncia senza mezzi termini la Forestale.

Non c’è dunque, tra le cause dell’innalzamento del rischio idrogeologico, solo l’abbandono e l’incuria delle zone rurali e l’edificazione selvaggia ma anche la distruzione provocata dagli incendi boschivi.

“Questi contribuiscono ad indebolire la capacità statica dei terreni- proseguono gli esperti della Forestale - privandoli della fauna di superficie, e rendendoli quindi più sensibili all’azione dilavante delle piogge”. Secondo i dati del Corpo forestale dello Stato dal 1970 al 2012 sono andati in fumo circa 4.451.831 ettari di territorio: il 46% di superficie boschiva ed il 64% non boschiva.

Corpo forestale, infine, denuncia: “In un contesto in cui i cambiamenti climatici aumentano la frequenza di fenomeni meteorologici estremi e pericolosi, la gestione irrazionale del territorio genera conseguenze disastrose. Per questo forse la causa principale del peggioramento dello stato di dissesto del territorio italiano è sicuramente costituita dalla mancanza di una seria manutenzione ordinaria del territorio che è sempre più affidata ad interventi “urgenti”, spesso emergenziali, che non ad una organica politica di prevenzione, rimandata per carenza di fondi. La salvaguardia della destinazione agricola dei suoli e la conservazione della vocazione naturalistica limitano il rischio di dissesti idrogeologici e forniscono un importante contributo alla tutela del nostro paesaggio”.

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