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Non pestate quel Dottore

Ogni anno 10mila infermieri e 1200 medici sono vittime di aggressioni, soprattutto al Pronto Soccorso

Il drenaggio post operatorio doveva essere rimosso. L’operazione era andata bene e il decorso era regolare. Il ragazzo in attesa però si agitava. Erano le 16 di lunedì 11 novembre, e nel reparto di pneumologia dell’Ospedale Monaldi di Napoli c’era il solito via vai di medici, infermieri e malati. All’improvviso il giovane paziente ha cominciato ad alzare la voce, è saltato in piedi e si è scagliato contro il dottore prendendolo a calci e pugni finché non l’hanno bloccato. Alla fine, in traumatologia, c’è finito proprio il medico, che ha riportato lesioni al ginocchio.

È l’ultima aggressione, in ordine di tempo, al personale sanitario all’interno di un nosocomio. Ogni anno circa 10 mila infermieri sono oggetto di violenza fisica e altrettanti di violenza verbale. Sono stati invece 1.200 i medici vittime di episodi di violenza nel 2018. Un esercito di professionisti della salute che sempre più spesso finisce in barella. Solo a Napoli, dall’inizio dell’anno, sono già state denunciate 96 aggressioni. E l’emergenza interessa tutto il Paese. A Merano, il 16 ottobre, un infermiere è stato ferito a calci e pugni, con contusioni e frattura di una costola, dal marito e dal figlio di una donna dell’Est Europa che si era presentata al pronto soccorso per un malore. La sua colpa? Aver chiesto i dati anagrafici della paziente prima di avviarla in reparto.

Le risse sono all’ordine del giorno anche negli interventi di strada. Il 2 novembre, in pieno centro a Napoli, gli operatori del 118 hanno soccorso un ubriaco che ha distrutto l’ambulanza con tutto quello che c’era sopra. Trasportato in ospedale, al San Giovanni Bosco, ha continuato a dare in escandescenze, sputando e inveendo contro medici e infermieri. Ma questi sono solo alcuni episodi di un fenomeno dilagante. Secondo un’indagine dell’Università di Tor Vergata di Roma, svolta nella primavera 2019, l’89,6 per cento degli infermieri è stato vittima di violenza fisica o verbale sul lavoro. Sputi (nel 43,1 per cento dei casi), lancio di oggetti, schiaffi, pugni, calci. Persino morsi.

Oltre alle lesioni fisiche, le ripercussioni psicologiche su chi subisce questi atti di violenza gratuita sono rabbia, senso di impotenza, ansia sul lavoro, paura. «Le aggressioni continuano in modo indisturbato, apparentemente senza rimedio» conferma Paolo Ficco, presidente di Saues, il Sindacato autonomo urgenza e emergenza sanitaria. «Il rafforzamento dell’impiego di personale di vigilanza non basta. Abbiamo osservato che le aggressioni avvengono soprattutto per i ritardi nell’erogazione dei servizi al pubblico. Ritardi dovuti alla carenza di personale. Occorre approvare subito una legge perché i medici convenzionati del 118, che vantano grande esperienza nel trattare le urgenze, possano transitare nei pronto soccorso degli ospedali».

Intanto però il personale fugge a gambe levate da questi presidi di primo intervento. Il governatore della Campania Vincenzo De Luca, il 12 novembre scorso, annunciando il collegamento delle telecamere di sorveglianza dell’Ospedale Santobono di Napoli con la questura, ha affermato che gli ultimi concorsi per medici di pronto soccorso sono andati deserti: «Non si presentano, non partecipano più». Nessun medico, neppure per i cinque posti offerti dall’Asst Lariana per gli ospedali Sant’Anna e Sant’Antonio Abate di Cantù.

Andato deserto anche il concorso per 33 posti nei Pronto soccorso della provincia di Agrigento. Difficoltà nel reclutamento di medici e infermieri in Trentino, in Veneto, nelle Marche e al Cardarelli di Napoli. «Queste aggressioni mettono a durissima prova il personale sanitario» ammette Barbara Mangiacavalli, presidente della Federazione nazionale degli Ordini delle professioni infermieristiche (Fnopi). «Un infermiere su due ha subìto una qualche forma di violenza, ma le denunce rappresentano la punta dell’iceberg, gli episodi sono molti di più. Occorre intervenire sui modelli organizzativi per permettere agli operatori di lavorare in maniera appropriata. La rete territoriale deve essere rinforzata, registriamo troppi accessi inutili al pronto soccorso». Per la presidente degli infermieri i corsi di autodifesa, proposti in varie strutture, non servono: «Non risolvono il problema, dobbiamo intervenire con un altro tipo di formazione: come riconoscere la predisposizione alla violenza di un paziente».

Anche dai medici arriva un grido d’allarme. La Federazione nazionale degli ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri (Fnomceo) ha tappezzato alcuni ospedali con manifesti in cui un medico con l’occhio nero chiede: «E poi la vita chi te la salva? Chi aggredisce un medico ferisce tutti noi». Roberto Monaco, il segretario nazionale, denuncia: «Il definanziamento del Servizio sanitario nazionale è allarmante. Rispetto al 2017 abbiamo 2,5 miliardi in meno, mancano 8 mila medici e 2 mila dirigenti sanitari. Nel 2018 abbiamo regalato allo Stato un miliardo di straordinari non pagati. E i pronto soccorso sono sempre più intasati. Per non parlare delle guardie mediche: ci sono sempre più medici donne che si fanno accompagnare nelle visite a domicilio dal padre o dal fidanzato».

Anche per Monaco occorre valorizzare il territorio («il paziente ormai non chiama nemmeno più il medico di famiglia, ma si reca direttamente al pronto soccorso»), inasprire le pene e prevedere la procedibilità d’ufficio per chi commette violenze, anche verbali, nei confronti del personale. E investire sulla formazione. Ma occorre farlo al più presto.

A Pordenone il personale della guardia medica è stato dotato di un telecomando che invia una richiesta di soccorso geolocalizzata alle forze dell’ordine. Gli alpini che volontariamente da tempo scortavano i medici nelle loro visite a domicilio non bastavano più.

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