Gabriele Antonucci

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Mentre ad agosto del 1967 San Francisco era nel pieno della Summer of love, all'insegna di pace, amore e droghe sintetiche, la Swinging London, liberatasi dalla seriosità vittoriana, era attraversata da una prodigiosa ondata creativa.

Basti pensare che nella prima metà del 1967 i leggendari Abbey Road Studios della EMI a Londra erano frequentati contemporaneamente dai Beatles, che stavano incidendo il monumentale
Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band, e da una giovane band, già affermata dal vivo per i suoi suggestivi spettacoli multimediali all'UFO Club e al Marquee, i Pink Floyd, al lavoro sul loro album di debutto dopo i successi dei singoli Arnold Layne e See Emily play.

L'importanza di chiamarsi Barrett

Era stato il frontman della band, il carismatico Syd Barrett, a dare il nome alla band, unendo i nomi di battesimo di due bluesman da lui molto amati, Pink Anderson e Floyd Council. 

Cantautore, chitarrista, compositore e pittore, amatissimo dalle donne per la sua bellezza e per la sua intelligenza fuori dal comune, Barrett è stato il motore dei primi anni dei Pink Floyd, a cui ha dato il suo fondamentale contributo all’album di debutto The Piper at the Gates of the Dawn del 1967 e in misura minore a A Saucerful of Secrets del 1968.

I suoi problemi con la droga e la sua inaffidabilità, causata dai suoi demoni interiori, portarono alla sua estromissione dal gruppo, dove venne sostituito definitivamente da David Gilmour, che tanto ha contribuito alla costruzione del suono floydiano.

Nel corso di una lunghissima carriera, in cui si distinguono tre fasi, corrispondenti ad altrettante formazioni, i Pink Floyd hanno ridisegnato i confini del pop e del rock grazie alle inedite commistioni di elettronica e di musica sinfonica.

La costante ricerca sonora, unita a una perfezione tecnica quasi irreale, ha dato vita a una serie di pietre miliari della musica popolare del Novecento, come Ummagumma, The dark side of the moon, Wish you were here e The Wall.

Pink Floyd: le 20 canzoni più belle

Basta il solo The Piper at the Gates of the Dawn, pubblicato il 5 agosto del 1967 dalla EMI, album visionario, psichedelico, ipnotico e sghembo, per consegnare Barrett all'immortalità, molto più dei suoi alterni album solisti The madcap laughs e Barrett, pubblicati entrambi nel 1970, dando il la all'epopea di un gruppo che, nei successivi 50 anni, venderà oltre 600 milioni di dischi e che è stato da poco celebrato a Londra in una grande mostra retrospettiva.

Il Pink Floyd Legend Day a Roma 

L'anniversario sarà celebrato il 25 novembre all'Auditorium Conciliazione di Roma con la seconda edizione del "Pink Floyd Legend Day", dove la tribute band romana (formata da Fabio Castaldi, Andrea Fillo,Emanuele Esposito e Simone Temporali) sarà affiancata da tre special guest: il percussionista Gary Wallis e le vocalist Claudia Fontaine e Durga Mc Broom, tre musicisti che affiancarono i Pink Floyd nel tour di The Division Bell del 1994.

La serata, interamente dedicata all'universo floydiano, sarà aperta dalla mostra allestita dai Lunatics, l'associazione che raggruppa alcuni tra i più famosi collezionisti italiani dei Pink Floyd, (con foto, rarità discografiche, memorabilia).

A seguire il concerto dei Pink Floyd Legend che, insieme ai tre "special guests", celebraranno ​oltre 40 anni di musica della immortale band britannica, riproponendo oltre agli immancabili "greatest hits", brani tratti dallo storico ultimo tour italiano del 1994, che comprendeva i tre concerti negli spazi dei "Cinecittà studios".

Per la seconda edizione del Pink Floyd Legend Day verrà proposta, oltre a quella caratterizzata dall'ormai celebre schermo circolare, una nuova scenografia ispirata all'allestimento che caratterizzò proprio il tour di "The Division Bell" del 1994 le cui registrazioni diedero poi vita al celeberrimo doppio album live P•U•L•S•E.

Come tutte le produzioni firmate Pink Floyd Legend, anche questo concerto vedrà oltre due ore di musica in cui la band si avvarrà di un suggestivo disegno luci e laser, il tutto unito alla fedeltà degli arrangiamenti, all'utilizzo di strumentazione vintage, ai video dell’epoca proiettati sullo schermo circolare, ai grandi oggetti di scena, ai costumi, per ricreare quel senso di spettacolo totale che la band romana considerata oggi, a livello nazionale, come il miglior tributo alla musica e al live dei Pink Floyd, sa proporre.

La copertina e le canzoni di The Piper at the Gates of the Dawn

Il disco d'esordio dei Pink Floyd, registrato in cinque mesi, da febbraio a luglio del 1967, negli studi londinesi di Abbey Road, è stato prodotto da Norman Smith, ingegnere del suono dei Beatles dagli esordi fino a Rubber soul.

Metà delle canzoni contenute nell'album facevano già parte del repertorio live dei concerti della band di fine ‘66: Astronomy Dominé, Interstellar Overdrive, The Gnome, Matilda Mother, Flaming e Pow R. Toc H. Rispetto alle versioni dal vivo, queste composizioni subirono una drastica riduzione nei tempi e negli arrangiamenti.

La copertina pischedelica è opera di Vic Singh, grafico della EMI, mentre il disegno sul retro è merito dello stesso Barrett, che ha composto 8 brani su 11.

Un brano è stato scritto da Waters, Take up thy stetoscope and walk, e due da tutta la band, tra cui il capolavoro space rock Interstellar Overdrive, il miglior lavoro chitarristico dei Pink Floyd senza David Gilmour chepartendo da un riff piuttosto semplice, si sviluppa nei suoi undici minuti seguendo una sola regola: almeno uno strumento deve mantenere il ritmo e, sopra di esso, interpretato ora da uno, ora da un altro strumento, viene costruita una jam session spaziale e acidissima.

“Il pifferaio alle soglie dell’alba”, titolo del settimo capitolo del libro Il vento fra i salici di Kenneth Grahame, è in pratica il primo e ultimo disco dei Pink Floyd di Syd Barrett, che nel successivo A saucerful of secrets del 1968 scrive e canta soltanto Jugband blues, suona la chitarra in un paio di pezzi e scompare nel buco nero della follia, lasciando il testimone all'epica sei corde di David Gilmour.

Per capire l'importanza della monumentale Astronomy Domine, un viaggio lisergico e al tempo stesso stellare di Barrett che nel testo cita le lune che orbitano intorno a Urano e Saturno, basti pensare che verrà riproposta nel live di Ummagumma del 1969, nel tour di P.U.L.S.E. del 1994 senza Waters e perfino nell'ultimo tour del 2016 di David Gilmour, proprio colui che ha sostituito Syd Barrett nei Pink Floyd agli inizi del 1968.

The gnome è la storia di un popolo di gnomi chiamato Grimble Gromble e delle loro abitudini quotidiane, Chapter 24 è ispirata ai frammenti del capitolo 24 di uno dei libri preferiti di Barrett, l'I Ching, Take up thy stetoscope and walk, unico brano firmato da Waters, è basato sulla ripetizione ossessiva delle parole “doctor doctor”, mentre i cori sono di impronta beatlesiana.

Nella barocca Matilda mother, Barrett si cimenta nel ruolo di menestrello, anticipando alcune tematiche del progressive rock, mentre Flaming è una descrizione degli stati mentali provati da Syd sotto l’effetto delle sostanze allucinogene: prima sdraiato su nuvole blu, poi a cavallo di unicorni e infine impegnato a nuotare tra le stelle. 

Lucifer Sam strizza l'occhio all'hard rock, con un riff incalzante e vocalizzi beatlesiani, accompagnato da tastiere orientaleggianti e da un inquietante testo su un gatto siamese.

The scarecrow, inserita come lato B nel 45 giri di See Emily play, è la descrizione infantile di uno spaventapasseri, un singolare brano senza melodia basato su due nacchere e su un canto allucinato.

Uno dei brani più interessanti dell'album è la conclusiva Bike, dedicata da Barrett alla finanzata Jenny Spires, con lo straniante contrasto tra un testo quasi infantile e allucinanti suoni psichedelici, che terminano una voce decisamente inquietante ripetuta più volte. 

Al termine dei 41 minuti e 52 secondi di The Piper at the Gates of the Dawn, soprattutto se ascoltato in cuffia con gli occhi chiusi, si ha la netta sensazione di aver viaggiato tra gli astri, pur rimanendo all'interno della propria camera.

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