Gabriele Antonucci

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Un noto critico musicale ha definito il sound del Muse “un ibrido geneticamente modificato di Queen, Jeff Buckley e Radiohead”.

Nessuno, meglio del trio di Teignmouth, incarna il suono retrofuturistico del nuovo millennio, tra energici riff di chitarra che sembrano arrivare direttamente dallo spazio, atmosfere epiche e magniloquenti da kolossal hollywoodiano, ventate di pessimismo cosmico rese meno dolorose da melodie a presa rapida,

In 27 anni di carriera e oltre 20 milioni di dischi venduti, i Muse hanno mostrato anche nel recente Simulation Theory, pur nella sua discontinuità, di avere ancora molto da dare e da dire alla musica di oggi.

Dopo la cupezza distopica di Drones, la band si è allontanata dall’alt rock delle origini per abbracciare un electropop magniloquente e ambizioso, in cui l'elettronica gioca un ruolo enfatico, mentre la chitarra si sente principalmente nelle tessiture.

Le tematiche ruotano intorno all'eterna lotta tra uomo e macchina, attingendo a piene mani dall'immaginario di Blade Runner, Alien e Stranger Things, dove la musica rappresenta l'ultimo baluardo per salvare la propria anima dal pericolo dell'automazione seriale.

Gli undici brani che lo compongono sono stati prodotti dalla band, insieme a diversi produttori rinomati tra i quali Rich Costey, Mike Elizondo, Shellback e Timbaland.

Solo gli U2 e i Coldplay possono vantare dal vivo un riscontro di pubblico e un impatto pari a quello dei Muse, come hanno potuto apprezzare ieri sera gli oltre 50.000 spettatori dello Stadio Olimpico.

Un piacere per gli occhi, ma soprattutto per le orecchie, data la capacità dei tre musicisti, soli sul palco con l’aggiunta di un tastierista, di dare vita a un sound ricco ed emozionante come quello di un’intera orchestra.

Il concerto prende il via alle 21.30 con uno scarno pattern di batteria alla Kraftwerk, le tastiere avvolgenti e le orchestrazioni classiche tipicamente cinematiche di Algorithm, il brano inziale di Simulation Theory, accompagnato da una coreografia dell'eccellente corpo di ballo, seguito dall'adrenalinica Pressure, che il pubblico mostra di gradire e di conoscere già a memoria.

I ritmi restano alti in Psycho dal precedente disco Drones, introdotto dal discorso di una sorta di replicante a capo dell'esercito di robot, che ha il suo apice nel contagioso ritornello " Your ass belongs to me now”(che potremmo tradurre , in modo edulcorato, “le tue terga ora appartengono a me”).

Nella "princiana" Propaganda si avverte immediatamente la mano pesante di Timbaland, un produttore che, piaccia o meno, ha un marchio di fabbrica inconfondibile, tra loop inquietanti e suoni orientalieggianti: una canzone spiazzante, ma coraggiosa ed efficace, che dal vivo funziona molto bene.

Di grande impatto scenico ed emotivo Dig Down, un brano dal sapore gospel in cui ci è sembrato di ascoltare un redivivo George Michael nel refrain di Freedom, mentre i cori finali da stadio richiamano apertamente gli U2 di Where the streets have no name.

I successi del passato sono naturalmente quelli che accendono il pubblico: Plug In Baby scatena la festa allo Stadio Olimpico, che si trasforma in una grande discoteca all’aperto.

Matt, da consumato frontman, fa cantare il coro agli spetttori, strappando grandi applausi nell'epica chiusura strumentale.

Non è da meno la hit Supermassive black hole, uno dei brani più amati dell'album del 2006 Black Holes & Revelations, accolto da un boato assordante.

Il frontman, scatenato sul palco e impeccabile nel caratteristico falsetto della canzone, regala nel finale un eccellente assolo di chitarra, distorta ed effettata come da tradizione.

Il concerto, che non ha mai un momento di "stanca" o un passaggio a vuoto, rivela la singolare capacità del trio inglese di dare vita a un suono modernissimo, eppure caldo e coinvolgente, grazie anche a dei refrain contagiosi, si pensi al coro di Time Is Running Out, uno dei momenti più memorabili della serata.

Interessante la scelta di inserire in scaletta Pray (High Valyrian), canzone solista che Bellamy ha composto per l’album collettivo ispirato alla saga di Game Of Thrones, uscito lo scorso aprile.

Madness The 2nd Law: Unsustainable dal vivo hanno un grande tiro, segno che anche la "svolta dubstep" del disco The 2nd Law è stata recepita positivamente dai loro fan, con buona pace dei critici.

Dopo il corposo medley formato da Stockholm Syndrome / Assassin / Reapers / The Handler / New Born, gran finale, e non poteva essere altrimenti, con l'esaltante Knights of Cydonia, introdotta dalle malinconiche note di Man with Harmonica di Ennio Morricone suonata da Wolstenholme e scandita dal coro da stadio “oh oh oh oh” per accompagnare la linea melodica, mentre alle spalle della band si muove minaccioso un gigantesco mostro, che ricalca l'iconografia degli Iron Maiden, di cui Eddie è ormai un membro onorario.

La chitarra di Matt Bellamy smette di ruggire dopo due ore intensissime, salutate dagli applausi scroscianti degli spettatori.

Dominic Howard e Chris Wolstenholme sono encomiabili nella loro capacità di edificare un impressionante muro del suono e di contribuire ai cori dei brani.

Il frontman si congeda con un “Grazie mille, Roma" di prammatica, mentre è più caloroso il batterista Dominic Howard: “Grazie ragazzi, siete un pubblico incredibile, vi amiamo”.

Un amore per l’Italia che, da oltre vent’anni, è sempre ricambiato.

Setlist Muse allo Stadio Olimpico di Roma (20/7/2019)

Algorithm
Pressure
[Drill Sergeant] (registrata)
Psycho
Break It to Me
Uprising
Propaganda
Plug In Baby
Pray (High Valyrian) - Cover di Matthew Bellamy
The Dark Side
Supermassive Black Hole
Thought Contagion
Interlude
Hysteria
Bliss
The 2nd Law: Unsustainable
Dig Down
STT Interstitial 1 (registrata)
Madness
Mercy
Time Is Running Out
Houston Jam
Take a Bow
Prelude
Starlight

BIS #1

STT Interstitial 2 (registrata)
Algorithm
STT Interstitial 3 (registrata)
Stockholm Syndrome / Assassin / Reapers / The Handler / New Born
Knights of Cydonia

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