Gabriele Antonucci

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Sabato sera si è diffusa sui social e nelle principali testate online la notizia che Paris Jackson, figlia del Re del Pop, avesse tentato il suicidio, a seguito della accuse infamanti nei confronti del padre lanciate dal documentario Leaving Neverland.

Paris stessa, sul suo profilo Twitter, ha immediatamente smentito la notizia, dando dei "bugiardi" ai giornalisti di TMZ.

Il documentario di Dan Reed è incentrato sui presunti abusi sessuali che Michael Jackson avrebbe perpetrato nei confronti di due bambini di 7 e 10 anni, oggi adulti: Wade Robson e James Safechuck.

Abbiamo già parlato dell'attendibilità dei due testimoni e delle reazioni della famiglia Jackson in questo articolo.

Ricordiamo, inoltre, che nella legislazione americana il reato di diffamazione non si applica alle persone decedute.

Proiettato in anteprima il 25 gennaio, al Sundance Film Festival di Park City (Utah), il discusso Leaving Neverland, dopo i deludenti risultati televisivi all’estero (la prima puntata è stata seguita da 1,3 milioni di spettatori in Usa, 2 milioni in Inghilterra, 400.000 in Olanda e 700.000 in Australia), arriva anche in Italia il 19 e il 20 marzo in prima serata sul Nove.

Abbiamo visto le 4 ore (sic!) del documentario, già caricato da giorni su alcune piattaforme streaming, da cui abbiamo ricavato le seguenti impressioni.

La recensione di "Leaving Neverland"

Innanzitutto, del documentario, inteso come un'opera audiovisiva in cui il regista offre un'interpretazione soggettiva di una realtà oggettiva, c'è davvero ben poco.

Posto che l'oggettività assoluta, all'interno di un documentario, è un fine quasi utopistico, di contro non è neanche ammissibile una totale arbitrarietà e unilateralità di veduta, basata solo ed esclusivamente sui racconti di due protagonisti e dei loro stretti familiari, senza prove.

Le interviste sono utilizzate per dimostrare la tesi del regista, che crede fermamente, senza però mai fornire la cosiddetta "prova madre", che Michael Jackson fosse un pericoloso pedofilo, un predatore sessuale schiavo dei suoi bassi istinti, che non riusciva in alcun modo a controllare.

Chiunque abbia visto alcuni documentari, sa che di solito vengono intervistate almeno una decina o una dozzina di persone, di diversa estrazione e sensibilità, in modo da avere molteplici punti di vista sulla storia.

Dan Reed ha respinto questa critica in modo stizzito: "Qual è l'altra faccia della storia? Che Michael Jackson era un grande intrattenitore e un bravo ragazzo?".

Basterebbe questa risposta piccata per capire che al regista manchi del tutto la necessaria serenità, oltre che la terzietà, per affrontare un tema così spinoso e delicato come quello dei presunti abusi sessuali di Jackson. Ma procediamo per ordine.

I 40 minuti iniziali del primo episodio, sebbene si intraveda in nuce dove Reed voglia andare a parare, sono tutto sommato realistici.

Iniziamo a conoscere l'infanzia del 36enne Wade Robson e del 41enne James Safechuck, il modo in cui conoscono Jackson (Safechuck durante uno spot della Pepsi, Robson grazie alla vittoria in un contest di ballo in Australia), l'ebrezza e l'eccitazione di una vita di viaggi a contatto con una star conosciuta in tutto il mondo e immensamente ricca, tra limousine, viaggi in aereo privato e hotel a cinque stelle.

Fino a quel momento emergono con chiarezza solo le infatuazioni dei due protagonisti per la figura "larger than life" di Michael Jackson e la seduzione del lusso da parte delle rispettive madri, troppo intente a bere vino pregiato e ad ammirare il panorama dell'aereo privato del cantante per accorgersi delle intenzioni malvagie di quell'orco dell'artista.

Dal quarantesimo minuto in poi, da quando Safechuck racconta la prima volta in cui Michael gli avrebbe praticato la masturbazione mentre si trovavano nella stessa stanza di un albergo a Parigi, Leaving Neverland si trasforma improvvisamente in un racconto pornografico morboso, insistito e tirato eccessivamente per le lunghe, alternato alle testimonianze dolenti delle madri, a metà strada tra le interviste strappalacrime che vanno in onda sulle televisioni generaliste la domenica pomeriggio e le telenovelas venezuelane che hanno per protagonista Grecia Colmenares.

La scelta delle foto di Jackson, volutamente brutte, sgranate e "strane", vuole creare nello spettatore un effetto-conferma simultaneo ai racconti, spesso generici e non adeguatamente contestualizzati ("un giorno", "una volta").

Tutte le contraddizioni e le imprecisioni del documentario

Al minuto numero 44 del primo episodio siamo sobbalzati dalla sedia per due aneddoti che paiono a dir poco sospetti.

Safechuck afferma: "Una mattina, quando mi sono svegliato, Michael mi ha sorriso e mi ha detto di avermi praticato sesso orale mentre dormivo". Risatina.

Ora, appare altamente improbabile per chiunque di non accorgersi di un atto sessuale di questo tipo, senza svegliarsi neanche un secondo.

Ancora più surreale, se possibile, la scena successiva, in cui la madre di Safechuck scoppia a ridere (sic!) mentre ricorda che aveva l'abitudine di origliare alla porta del figlio mentre era in stanza con Michael. "Mio figlio non lo sapeva, ma mi avvicinavo piano piano alla porta della stranza, ascoltavo quello che dicevano e poi andavo via".

"E cosa dicevano?", chiede Reed, sicuro di ottenere chissà quali particolari scabrosi. "Mah, niente: giocavano, lui leggeva ad alta voce libri e poesie".

Una qualsiasi persona, dotata di un briciolo di lucidità e di razionalità, si è posta in quel momento le seguenti domande: È credibile che una madre rida di gusto mentre ripercorre l'abuso del figlio? È credibile che una persona ti pratichi sesso orale mente dormi e non ti accorgi di nulla? Tutto questo in un solo minuto.

Ancora più incredibile, per certi versi, il racconto della madre di Safechuck quando afferma, con aria contrita, di aver trovato spesso la porta della camera privata di Jackson chiusa a chiave.

Ora, qualsiasi madre che sospetti qualcosa di brutto, perché dovrebbe continuare a portare suo figlio nella camera chiusa a chiave di un orco?

A questo punto, insospettiti per la scarsa credibilità che sta prendendo Leaving Neverland, mettiamo in pausa, andiamo a prendere un taccuino e iniziamo a segnare tutte le contraddizioni e le imprecisioni dei racconti dei due uomini. Ve ne riportiamo solo alcune, ma la lista è in realtà molto più ampia.

Nel film, la mamma di James sostiene che "ballò di gioia” quando Michael Jackson morì nel 2009, anche se suo figlio rivelò gli abusi solo nel 2013 quando, dopo aver sentito Robson intervistato al "Today Show", si "ricordò" di essere stato violentato anche lui. Per caso la donna aveva doti di preveggenza che noi non conosciamo?

Safechuck ha detto di aver trascorso il giorno del Ringraziamento del 1987 (che quell'anno cadeva il 26 novembre) con lui a casa sua, quando Michael era in realtà in Australia, a Brisbane, per il tour di Bad, come può verificare chiunque su Google.

L'attore 41enne sostiene nel film che gli abusi si siano intensificati dopo la performance di Jackson ai Grammy's del 1989 a New York: peccato che il Re del Pop non abbia mai partecipato a quell'edizione, che si svolgeva a Los Angeles e non a New York.

Robson ha detto di essere stato a Neverland "centinaia di volte"ma, quando fu interrogato, dichiarò sotto giuramento di esserci stato 14 volte, di cui solo 4 quando era presente Michael.

Safechuck afferma in Leaving Neverland: "L'ultima volta che ho parlato con Michael era vicino alla fine del processo e ha provato di nuovo a... voleva che io testimoniassi”. Il processo è terminato il 13 giugno 2005.

Il 28 marzo 2005 il giudice Melville decise che nessun testimone o prova collegati a Safechuck sarebbero stati ammessi in quanto "non-entity", cioè assolutamente irrilevante.

Perchè il cantante avrebbe dovuto chiedere a Safechuck di testimoniare "quasi alla fine del processo", sapendo che lui non poteva farlo dopo la decisione del giudice?.

Robson sostiene di aver realizzato di essere stato “molestato” da Jackson nel maggio del 2012, dopo essere stato in analisi, ma in un video girato a dicembre dello stesso 2012 , Pulse Dance Workshop - Wade Robson- Chris Judd, afferma che è stato influenzato positivamente da lui e lo elogia in ogni modo. Un comportamento davvero strano, da parte di chi ha appena scoperto di essere stato violentato per sette anni.

Safechuck dichiara di essere stato abusato più volte dal 1988 al 1992 (un periodo in cui Jackson aveva pubblicato due album, due libri e intrapreso due tour mondiali) in una stanza sopra la stazione ferroviaria a Neverland. In realtà i permessi per la costruzione della stazione furono concessi solo il 2 settembre 1993 e i lavori terminarono agli inizi del 1994. Quindi, fino al 1994 non c'era alcuna stazione ferroviaria a Neverland.

Una delle "prove" più importanti di Leaving Neverland è la registrazione della conversazione avvenuta in aereo mentre MJ e Safechuck stavano andando alle Hawaii. In essa sentiamo il piccolo James chiedere: "Qual è la cosa migliore di andare alle Hawaii?" e Michael rispondere "Stare con te". Taglio del regista.

Peccato che quella conversazione sia stata allegata agli atti del processo del 2013, da cui emerge la risposta intera del cantante. "Stare con te e con la tua famiglia: non vedo l'ora di passare più tempo con loro".

Una risposta che contraddice clamorosamente la tesi che Safechuck ripete più volte nel corso delle quattro ore: il tentativo di Michael di allontanarlo dai suoi genitori, peraltro smentito da numerose foto del Re del Pop con la famiglia Safechuck e Robson al completo.

Robson racconta che, prima della sua testimonianza nel processo del 2005, partecipò a una cena con Michael e i suoi figli. Dopo aver visto Paris e i suoi fratelli, il coreografo decise che "[per il loro bene] non avrebbe potuto mandare Jackson in galera". Eppure quella cena si svolse dopo, e non prima della sua testimonianza, come confermato da Taj Jackson.

Un'altra "prova" del documentario è l'innocente video di auguri mandato da Jackson a Robson per il suo compleanno. Il video fu girato il 20 febbraio 1990, quando il cantante venne premiato dalla CBS come "artista del decennio". Il compleanno del coreografo, però, cade il 17 settembre, cioè 7 mesi dopo.

Quel video, in realtà, veniva inviato a numerosi bambini che frequentavano Neverland in occasione dei loro compleanni, come ha confermato anche la sua truccatrice Karen Faye, cambiando solo la prima parte, quella del saluto, dopo la quale si nota un evidente stacco della regia. Un filmato che non aveva, quindi, nulla di esclusivo né di compromettente.

Il giornalista britannico Mike Smallcombe ha scoperto che la storia raccontata da Wade Robson in Leaving Neverland è in totale contraddizione con una deposizione giurata rilasciata da sua madre Joy nel 1993, durante il caso Chandler. Nel documentario Robson afferma di essere stato abusato per la prima volta nel gennaio del 1990, quando la sua famiglia partì per il Grand Canyon lasciandolo da solo con Jackson. Eppure, nella sua deposizione giurata, Joy Robson non solo dichiarò che a quel viaggio nel Grand Canyon prese parte pure il figlio Wade, ma che quest'ultimo non fosse mai rimasto da solo con Jackson prima del 1993. Parole confermate dallo stesso Wade Robson nella sua testimonianza del 2005, durante la quale affermò di essere rimasto per la prima volta a Neverland senza sua madre «nel 1992 o 1993», e comunque sempre in compagnia dei coetanei Macaulay Culkin e Brett Barnes.

Stendiamo un velo pietoso, infine, sull'anello d'oro e diamanti che Michael avrebbe regalato a Safechuck come "pegno" del suo amore: l'anello non ha alcuna sigla o iscrizione riconducibile al cantante, non viene fornita una data precisa della transazione, non c'è uno scontrino, manca il nome del negozio dove è stato acquistato.

Tutto vago e fumoso.

Gli interrogativi che pone "Leaving Neverland"

Ci fermiamo qua, per non annoiarvi troppo. Alla luce delle numerose contraddizioni emerse, davvero non riusciamo a capire come mai molti grandi media, in primis americani, abbiano creduto fideisticamente alle testimonianze, piene di errori e di contraddizioni nelle date, di due testimoni poco credibili e spergiuri.

Non è, quest'ultimo, un giudizio etico su Safechuck e Robson, ma un dato di fatto, poiché entrambi, rispettivamente nel 1993 e nel 2005, hanno sostenuto sotto giuramento che "niente di sconveniente o di sessuale era accaduto con Jackson".

Vi riportiamo la testimonianza integrale di Robson, allora 23enne e quindi nel pieno delle sue facoltà mentali, nell’udienza del 5 Maggio 2005. In essa il coreografo rispose alle domande del principale avvocato di Jackson, Thomas Mesereau, che lo scelse come primo testimone per la difesa del cantautore.

Mesereau: «Signor Robson, Michael Jackson l'ha mai molestata in un qualsiasi momento?».

Robson: «Assolutamente no».

Mesereau: «Signor Robson, Michael Jackson l'ha mai toccata a fini sessuali?».

Robson: «No, mai».

Mesereau: «Signor Robson, il signor Jackson ha mai toccato in modo inopportuno, in qualsiasi momento, una qualunque parte del suo corpo?».

Robson: «No».

Delle due, l'una: o Robson ha mentito durante le deposizioni del 2005 o ha mentito nel film, uscito casualmente proprio nel decimo anniversario della morte di Jackson.

Le evidenze della psicologia e della criminologia

Chi ha un'infarinatura di psicologia, sa bene come la tendenza a mentire sia un tratto caratteriale abbastanza solido e costante nel tempo, quindi affidarsi ciecamente ai lontani ricordi di due uomini che hanno già mentito in passato, non è esattamente lungimirante.

Oltretutto, è scientificamente impossibile, secondo la psicologia ufficiale, che un adolescente violentato più volte nel corso degli anni, abbia potuto rimuovere un ricordo del genere, salvo poi ricordare l'abuso molto tempo dopo.

La rimozione di un abuso sessuale è possibile solo per un singolo episodio avvenuto nei primi anni dell’infanzia, non per numerosi casi ripetuti anche durante la pubertà.

Reed fa leva sul fatto che le persone siano più guidate dalle emozioni che dalla razionalità, manipolandole emotivamente a poco a poco con suggestioni e sensazioni su presunti fatti, più che con i fatti stessi.

Detto in modo chiaro, la gente crede a ciò che vuole credere, rinforzando costantemente il suo preconcetto, a prescindere dalla logica e dalla credibilità delle vicende raccontate.

Chi credeva che Michael Jackson fosse un personaggio strano, quindi probabilmente anche un pedofilo, sarà confortato nelle sue credenze dalla visione di Leaving Neverland.

Chi ha sempre creduto nella buona fede del cantante che, ricordiamo, è stato certificato dal Guinness dei primati come il maggiore filantropo della storia della musica con 400 milioni di dollari donati a 39 associazioni benefiche, non cambierà certo idea dopo un documentario unilaterale, senza contraddittorio e senza prove oggettive.

Un altro aspetto che lascia perplessi è il fatto che centinaia di bambini abbiano frequentato Neverland dal 1988 al 2005, ma soltanto quattro si siano lamentati di comportamenti sconvenienti e che solo questi quattro abbiano intentato cause milionarie contro il cantante: Jordan Chandler, Gavin Arvizo, Wade Robson e James Safechuck.

Qui ci viene in soccorso la criminologia: in tutti i casi più famosi e terribili di pedofili seriali, ricorre come costante il cosiddetto "craving", un impulso incontrollabile a porre in essere un comportamento deviante a fronte di un determinato stimolo sessuale.

Appare singolare che Jackson abbia avuto centinaia di "occasioni" per abusare dei suoi ospiti, ma che abbia messo in pratica il suo comportamento criminoso solo con quattro di essi.

Bisogna inoltre considerare che la camera da letto di Michael Jackson era in realtà un grande appartamento su tre livelli e che, come confermato anche dal documentario Living with Michael Jackson (non certo benevolo nei confronti del Re del Pop) e da numerose foto, spesso il cantante cedeva il suo letto agli ospiti per dormire per terra con un sacco a pelo.

Le testimonianze di tre ospiti eccellenti di Neverland

Tra i frequentatori abituali di Neverland troviamo, tra gli altri, tre nomi abbastanza noti, che non hanno certo bisogno di farsi pubblicità.

L'attore Macaulay Culkin ha parlato recentemente del suo rapporto con Michael Jackson durante il podcast "Inside of You" condotto da Michael Rosenbaum: «Alla fine, è piuttosto facile dire che [il nostro rapporto] fosse strano o altro, ma non lo era perché aveva un senso. In sintesi, eravamo amici. So che per chiunque altro possa sembrare chissà cosa, ma per me era solo una normale amicizia. Le accuse contro Michael sono assolutamente ridicole».

Alfonso Ribeiro, famoso in tutto il mondo per il ruolo di Carlton Banks nella sit-com "Willy, il principe di Bel-Air", ha dichiarato: «Non mi importa cosa dica la gente, non crederò mai che Michael abbia fatto ciò di cui lo hanno accusato. Sono stato anch'io un bambino di 12, 13, 14 anni. Ho conosciuto Michael, sono uscito con lui e mai niente di simile si è verificato. Non è mai successo nulla di discutibile. Io semplicemente non ci credo».

Anche Nicole Richie, figlia adottiva di Lionel Richie, ha difeso il cantante contro le accuse di comportamento sessuale improprio con i bambini. "Sai, un gruppo di noi dormiva nella stessa stanza", ha detto. " Lui non era assolutamente nulla di più di un semplice ... un adulto che voleva essere ancora un ragazzino. Godere semplicemente della compagnia dei bambini. Sono cresciuta con lui. Ho trascorso molte serate lì e molti giorni lì. Posso solo parlare per me ... non è mai successo nulla, assolutamente!”.

Nicole ha anche detto che certamente non avrebbe tenuto a freno la sua lingua se Michael ci avesse provato con lei. "Io non sono una persona tranquilla", ha detto. "Se fosse successo qualcosa avrei certamente detto ' ma chi sei tu ? '... e lo avrei detto ai miei genitori. Ma i miei genitori non mi avrebbero mai messo nelle mani di chi pensavano potesse essere pericoloso".

Può un documentario avere più credibilità di un processo?

Il punto centrale dell’intera vicenda non è tanto Michael Jackson, ma un bene ancora più prezioso perché riguarda tutti noi: i fondamenti stessi della nostra civiltà giuridica.

Dopo la messa in onda del documentario, è iniziata una damnatio memoriae senza precedenti della musica del cantante che lascia sbigottito chiunque abbia un minimo di sensibilità giuridica.

Dal Canada alla Nuova Zelanda fino all'Australia molte radio hanno deciso di non trasmettere più le canzoni di Michael Jackson.

I produttori dei Simpson hanno cancellato dal catalogo l'episodio Stark raving dad del 1991 del quale la popstar era stato doppiatore, e il Manchester National Football Museum ha annunciato la rimozione della statua di Jackson.

H&M e Louis Vuitton hanno ritirato dal mercato i capi dedicati al Re del Pop, mentre Starbucks ha eliminato le canzoni di Jackson dalle playlist trasmesse nei suoi cafè.

Una caccia alla streghe a tutti gli effetti, frutto di un neobigottismo retrivo, tribale e fariseo, sull'onda emotiva suscitata dal movimento "Mee Too", che ignora del tutto alcune evidenze giuridiche.

Dalle 333 pagine dell'FBI che sono state pubblicate alcuni anni fa su internet a questo indirizzo, frutto di 13 anni di indagini segrete tra intercettazioni telefoniche, conti bancari sotto controllo, microspie nella sua abitazione e 3 perquisizioni a sorpresa in cui oltre 70 agenti di polizia alla volta ispezionarono ogni centimetro di Neverland, non è stato ricavato un solo elemento di "devianza" del cantante.

Oltre 200 testimoni ascoltati, tra cui 30 bambini frequentatori abituali di Neverland, hanno sempre negato qualsiasi forma di violenza sessuale.

Last, but not the least, una sentenza, passata in giudicato, del tribunale di Los Angeles del 2005 nella quale Jackson è risultato innocente in 14 capi di imputazione su 14.

Se un documentario ha il potere di ribaltare le sentenze di una corte di Los Angeles, esautorando fondamenti del diritto quali la presunzione di innocenza fino a prova contraria e che nessuna condanna è comminabile senza che siano prodotte nel processo le necessarie prove, si aprono davanti a noi scenari inquietanti e pericolosi.

Se accettiamo acriticamente le verità raccontata in Leaving Neverland, un domani lo stesso metodo, cioè un processo mediatico senza prove e senza avvocati della difesa, potrebbe colpire un qualsiasi artista, accusato da due sole persone che, per le motivazioni più varie, abbiano un interesse ad infangarlo pubblicamente.

Uno scenario apocalittico, distopico e orwelliano, assai più pericoloso della messa al bando della musica di Jackson, dove, in un futuro non troppo lontano, i processi mediatici potrebbe essere celebrati in diretta tv all’interno di un reality show, nel quale è direttamente il pubblico a casa a decidere con il televoto sulla colpevolezza o meno dell’imputato.

Albert Einstein affermò: “Una condanna senza indagine è il culmine dell'ignoranza”.

Un rischio che, come cittadini, non possiamo ignorare.

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