Quasi undici anni trascorsi in prigione, si presume da innocente. Ora Alberto Stasi esce dal carcere di Bollate, per essere affidato in prova ai servizi sociali. A deciderlo è il Tribunale di Sorveglianza di Milano, sulla base delle relazioni redatte da educatori e psicologi dell’istituto penitenziario. Alla luce della nuova inchiesta sul delitto di Garlasco, con la Procura di Pavia che considera Andrea Sempio unico responsabile dell’omicidio di Chiara Poggi, la scarcerazione di Stasi non può certo considerarsi un colpo di scena giudiziario. Rimane comunque interessante approfondire quello che gli esperti hanno scritto nel documento citato dal «Corriere della Sera», nel quale tratteggiano una figura difficile da sovrapporre a quella che l’Italia ha creduto di conoscere.
Chi era Alberto Stasi nel racconto mediatico
Chiara Poggi fu trovata morta nella villetta di famiglia a Garlasco il 13 agosto 2007. Da quel momento, la pista che indicava Stasi come principale sospettato divenne, come avrebbero scritto anni dopo gli stessi atti giudiziari, quella «più battuta».
Attorno al caso si formò rapidamente un circo mediatico che trasformò ogni singolo dettaglio della sua personalità in un indizio di responsabilità. La riservatezza letta come freddezza. La timidezza come distanza colpevole. La telefonata al 118, giudicata «troppo fredda» per chi aveva appena trovato morta la propria ragazza. E infine le accuse di pedopornografia, poi rivelatesi false, che contribuirono ad alimentare un profilo da manuale che con la realtà aveva poco a che fare.
Il giovane bocconiano cresciuto nel Milanese, percepito come «forestiero» a Garlasco, era già stato condannato nell’opinione pubblica molto prima che lo fosse in un’aula di tribunale. La condanna definitiva arrivò nel 2015, con una pena a sedici anni di reclusione.
Cosa dicono gli esperti del carcere di Bollate
Il documento citato dal «Corriere della Sera» restituisce una figura ben diversa. Stasi, si legge nel provvedimento, ha cercato autonomamente il supporto di psicologi ed educatori nei momenti più difficili della detenzione. Ha superato, scrivono gli specialisti, «la comprensibile iniziale difficoltà ed imbarazzo» nel confrontarsi con «le tematiche più intime connesse allo sviluppo psicosessuale». Una fatica attribuita alla sua struttura di personalità, e non a una reticenza nel percorso riabilitativo.
Il quadro relazionale, pertanto, risulta solido. I legami familiari vengono descritti come «validi». Gli spazi di libertà concessi nel tempo hanno «abbassato ulteriormente la tendenza difensiva del detenuto», cui viene riconosciuto «un comportamento in linea con l’accettazione della condanna». E il tema della vittima «è stato presente nella sua elaborazione» per tutta la durata della detenzione: Stasi ha «sempre accettato confronti con gli operatori, ai quali ha saputo chiedere aiuto quando ne sentiva il bisogno».
Il vero profilo di Stasi e il rapporto con Garlasco
Gli esperti mettono in luce una condizione difficile da inquadrare: Stasi si trova in «un’ambivalente posizione di reo/vittima», perché la parte offesa era la persona che amava. Eppure, secondo i magistrati, non emergono «vissuti rancorosi né repertori narrativi screditanti» verso chi lo ha posto in questa condizione. Ha imparato ad «accettare una condanna che ritiene ingiusta», senza però vivere l’istituzione come nemica.
Oggi appare, nelle parole degli esperti, «più aperto e meno difeso nell’espressione della propria emotività». Conserva, è vero, «la sua innata tendenza al controllo e gestione del proprio mondo emotivo»: la stessa che, in passato, aveva contribuito a farlo apparire freddo e distante. Ma il contatto continuativo con il personale di Bollate gli ha permesso di «sperimentare relazioni normali, estranee dalla costruzione del personaggio mediatico».
