Davide Petrella, nato nel 1985 a Napoli, è uno degli autori più richiesti in Italia grazie a una scrittura efficace e ispirata che illumina i fondali dell’animo umano con la luce curiosa dell’esploratore.

Davide ha scritto la sua prima canzone a 11 anni e si è fatto notare con il gruppo Le Striscie e con il claim Chi cazzo sono le Strisce?, che intasò la posta di discografici, agenti e giornalisti diventando virale in poche settimane, iniziando così la sua carriera discografica.

Petrella, dopo tanti anni di gavetta, è ora l’autore e co-autore delle hit di successo di molti big, da Cesare Cremonini a Gianna Nannini, da J-AX e Fedez ad Elisa.

Ora la sua nuova sfida è il singolo Skyline, uscito pochi giorni fa, di cui potete vedere il video in fondo all'intervista.

“Questa canzone parla di piccoli grandi cose, di disegnare una linea nel cielo, di Modugno e volare, di Zuckerberg ed Oppenheimer, di Trap e coca cola”- racconta Petrella – “Parla di rischiare, che tanto le porte sono aperte.. nessuna cosa al mondo dovrebbe impedirci di andare a vedere ciò che noi sentiamo di voler andare a vedere.. con i nostri occhi, sulla nostra pelle".

La produzione della canzone è affidata a D-Ross , un altro talento napoletano a cui si aggiunge Vittoria Piscitelli, l’artista che ha realizzato la cover del singolo.

Davide, il tuo nuovo singolo Skyline è un chiaro invito a rischiare. Hai l’impressione che la tua generazione, quella dei trentenni, rischi troppo poco?

"Non lo so, se per la mia generazione si intende quella 25-30, credo che ci sia una voglia di spaccare incredibile, di avere successo. Vedo una grande fame di arrivare, molti miei coetanei si sono laureati e si sono fatti il culo per diventare bravi, poi si sono trovati spesso davanti a una porta chiusa, col cartello 'mi spiace, ma per voi non c'è posto'.

Di fronte a questa porta, o molli, oppure ritorni per sfondare quella porta. Quelli più giovani, i nativi digitali, li sto ancora studiando: non ho capito se ci faranno le scarpe a tutti, a suon di like, oppure se saranno una generazione perduta.

Qualche tempo fa parlavo con un ragazzino di 18 anni che non sapeva nemmeno chi fosse David Bowie: se non sai neanche lontanamente chi è lui, probabilmente non sai neanche chi è il Dalai Lama".

Stilisticamente il tuo cantato è un mix tra il pop e il rap, sulla scia di Drake e Anderson.Paak: è la contaminazione il segreto del successo di questo modo di cantare?

"La musica sta cambiando molto, bisogna tenersi sempre aggiornati e attenti alle nuove cose che arrivano dall'America. Per essere al passo con i tempi, il mezzo migliore è collaborare con gente brava.

Non si può fare tutto da soli, oggi. Bisogna mischiarsi e imparare l'uno dall'altro per non rimanere inchiodati su una canzone, che magari pensi sia bellissima, ma che in realtà non lo è e, in più, è fuori dal tempo. Oggi, dopo sei mesi, sei fuori moda, bisogna sempre essere sul pezzo.

L'hanno capito molto bene Drake, Anderson.Paak, Childish Gambino e Kendrick Lamar: la sua Loyalty è un esempio perfetto di contaminazione tra pop e rap".

Quali sono gli ingredienti che rendono una canzone di successo e destinata a durare nel tempo?

"Io sono fortunato, ho la possibilità di lavorare con tanti artisti, il che mi rende felice come un bambino a cui regali un giocattolo. Innanzitutto bisogna avere delle buone idee, se no la scrittura diventa solo un mero esercizio di stile: se non hai il contenuto, non ha senso che tu faccia il musicista. Inoltre devi fare solo le cose in cui credi fermamente.

Dico sempre che faccio due sport diversi, il mestiere dell'autore e del cantante: sono due ambiti assai diversi, che è bene restino separati. Quando scrivo per altri, deve andare avanti l'interprete, non la mia penna, il vestito deve essere giusto per lui o per lei, altrimenti il brano non funziona.

Io scrivo tantissimo, per questo suggerisco di scrivere tutti i giorni: scrivere tanto aiuta a scrivere bene. Se non lo fai tutti i giorni, anche se hai talento, perdi la magia.

Qualunque cosa può diventare una canzone: questa telefonata, il caffè che mi sto bevendo, il freddo che fa ora a Milano. L'importante è avere la sensibilità giusta e coltivare la curiosità. Scrivere canzoni non è una cosa che scegli, per me è quasi una missione.

Non c'è un segreto per scrivere una hit, ma solo l'onestà intellettuale di non vendere merda alla gente e trasmettere qualcosa a chi l'ascolta: divertimento, paura, riflessione, qualsiasi cosa. Una canzone non deve mai passare inosservata"

Una canzone nasce grazie all'ispirazione del momento, quasi un evento sovrannaturale, o, come afferma Vasco Rossi, è frutto di un lungo e duro lavoro artigianale?

"Io sono più d'accordo con Vasco: la scintilla per la canzone ti arriva subito, ma da lì ad avere la canzone completa, passano giorni e giorni, devi dedicargli cura e tante ore di lavoro.

Ciò che scrivi di getto non è quasi mai buono, un brano scritto in 10 minuti non è una canzone, è robaccia. L'istinto è prezioso, ma non basta da solo, mettiamola così".

Qual è il messaggio della cover del singolo, realizzato dall'artista napoletana Vittoria Piscitelli, in cui la tua testa è nascosta?

"Abbiamo lavorato ad alcune grafiche che mi piacevano molto. Oggi, con il computer, una grafica bella e moderna possono farla tutti, invece noi abbiamo lavorato per sottrazione con lo scanner, che non serve a fare solo a fare fotocopie. Lo abbiamo fatto anche per la copertina del singolo precedente, Einstein.

Invece che mettere la foto superbella, abbiamo lavorato sugli strappi in analogico, con le mani, in un periodo in cui nessuno lo fa più. Quando ho visto il risultato, mi sono emozionato. Non devo per forza mettere la mia faccia su ogni singolo, preferisco un linguaggio evocativo, che mi stimoli".

Che cosa hai provato nel vedere il tuo nome tra i semifinalisti di Sanremo Giovani? La partecipazione al prossimo festival può essere una svolta per la tua carriera solista?

"Ci spero, sarebbe un bel megafono per le mie canzoni, è innegabile. Mia nonna, che non c'è più ormai da anni, non aveva mai capito esattamente che facessi. Per lei campare scrivendo canzoni era una cosa fuori dal tempo, e Sanremo era l’unico contesto per un cantante professionista, una sorta di laurea per un artista.

Se ci metterò piede penserò a mio nonna, mi ha sempre tartassato con questa storia di Sanremo, che è una bellissima vetrina, anche se oggi come oggi non basta, come un talent e un video virale. Il successo che interessa a me non è fatto di una canzone, ma nel fare molti dischi.

Sarebbe bello avere un’altra valvola di sfogo per la mia creatività, oltre a quella dell’autore”.

Tu sei stato coautore con Cesare Cremonini di Logico, Greygoose, Io ed Anna, Buon viaggio e Lost in the weekend. Che ne pensi del suo tour negli stadi? Può essere il definitivo salto di qualità nel campionato dei superbig?

“Ho collaborato anche al disco nuovo di Cesare, con il quale ho lavorato tanto negli ultimi anni. Si merita lo status di superbig perché lui è veramente pazzo, una delle persone più pazze che abbia mai conosciuto.

Ha questa voglia e questa fame atavica di musica, quando lavori con Cesare ci si dimentica degli orari, di mangiare, spesso ci ritroviamo alle 4 di notte ancora in studio. Lui è un artista completo, un vero gigante, come musicista fa paura, ce ne sono pochi, in Italia, che fanno il suo tipo di lavoro sulle canzoni.

Gli stadi sono il giusto riconoscimento per la sua carriera, sono anni che fa canzoni di qualità, sfido chiunque a dire che non se lo meriti”.

Che consiglio daresti ai giovani che volessero intraprendere la professione di autore di canzoni?

“Leggere aiuta tanto, ma anche andare cinema o vistare mostre di arte contemporanea, un linguaggio che ha influito molto su di me: l’importante è essere sempre attenti e curiosi rispetto a ciò che ci circonda.

Non credo ci sia un segreto, i ragazzini sono abituati a pensare che si diventa famosi da un giorno all’altro e che basti una canzone scritta nella loro cameretta, ma non è così. Anche il talent spesso ti dà un successo effimero, che dura due anni e basta: non auguro a nessuno di passare per un’esperienza così.

Fate delle cose che possano durare nel tempo, che possano essere preziose per delle persone, anche se, magari, all'inizio sono in pochi ad apprezzarle. Se non fai la gavetta e non ti scontri con la realtà, non puoi scrivere niente di interessante.

Devi andare in giro, portare le tue canzoni, prendere i fischi, mangiare panini come ricompensa del concerto: quella roba lì ti aiuta a scrivere più di ogni altra cosa”.

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