Gabriele Antonucci

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Assistere a un concerto di Alan Stivell, il virtuoso dell’arpa celtica per antonomasia, è un’esperienza multisensoriale e olistica da provare almeno una volta nella vita, nella quale si viene catapultati in una dimensione altra, a cavallo tra tradizione e contemporaneità.

A lui si deve la rinascita dello strumento e della musica tradizionale bretone, oltre alla codificazione di quella che viene oggi definita, a volte impropriamente, musica celtica.

Dopo oltre venti album e cinquant’anni di concerti, Stivell non ha alcuna intenzione di interrompere il suo lungo percorso di esplorazione di atmosfere musicali differenti, rimanendo fedele alle suggestioni dell’arpa, riproposta però in maniera assolutamente originale e aperta alle influenze più moderne.

Ne sono prova le venti canzoni del recente album “Human-Kelt” (World Village/Self), al quale  hanno collaborato molti grandi esponenti della scena musicale internazionale, tra cui Angelo Branduardi, Bob Geldof, Yann Tiersen, Carlos Núñez, Francis Cabrel, Fautomata Diaware, Murray Head e Andrea Corr.

I nuovi brani, oltre ai classici del suo repertorio, saranno proposti nei tre imperdibili concerti, prodotti da Musical Box 2.0, di Roma (21 marzo, Auditorium Parco della Musica), Mestre (22 marzo,Teatro Corso, Venezia) e Morbegno (23 marzo, Auditorium Sant’Antonio, Sondrio).

Interprete eccelso nelle ballate e nelle danze celtiche di sapore tradizionale, Alan Stivell è stato tra i primi, nella musica celtica, ad esplorare anche sonorità più moderne, portando con grande maestria gli strumenti tradizionali ed i testi bretoni, in un mondo attuale fatto di suoni e musica elettronica, fondendo suggestioni dalle tradizioni di tutto il mondo.

Stivell canta in inglese, in francese, in gaelico e suona il flauto, le cornamuse e l'arpa. E’ lei, più di ogni altra cosa, a proiettare fuori dal tempo la sua musica.

D’altra parte, il vero nome del bretone Alan Stivell, nel suo idioma d’origine, è Alain Kozh Stivelloù, che significa letteralmente «vecchie fonti». Quasi un presagio di quella che sarebbe diventata la sua musica.

Mr.Stivell, in una carriera lunga 50 anni e con 24 album, fin dall'inizio ha cercato una fusione tra trame celtiche e diversi generi musicali. Lo stesso tipo di sforzo è stato fatto negli arrangiamenti e nei metodi musicali ?

“Certamente. Ci sono elementi celtici in tutti gli aspetti del mio lavoro, compresi quelli consci e quelli inconsci, così come altri che arrivano da ogni parte del mondo. Questo è anche vero nel suonare l'arpa: il mio allenamento classico è ancora lì, ma la mia cultura l'ha molto deviato. E la mia curiosità mi ha portato ad adattare il picking piatto di chitarra folk o l'influenza di cora o altre tecniche più vicine all'auto-arpa, per esempio . Lo stesso dicorso vale per gli arrangiamenti, da sempre molto eclettici”.

Ho letto che il suo primo incontro con la musica è avvenuto attraverso lo studio del pianoforte. Può dirci quando si è innamorato dell’arpa e come?

“Avevo cinque anni quando ho iniziato le mie prime lezioni di pianoforte. Ma quando mio padre ha voluto far rinascere l'arpa celtica e ha costruito questa arpa-Stradivari, la prima corda ha deciso essa stessa che quello sarebbe stato il fulcro della mia vita. Avevo solo nove anni”.

Mentre suonava l'arpa negli anni '50, nessuno sembrava essere interessato a questo strumento. Negli anni '70 lo hanno imparato i bretoni, dando il via a una tendenza in continua crescita che al momento è ancora in corso. Lei è stato un precursore: l'avanguardia nella musica è qualcosa di possibile anche al giorno d'oggi?

“E’ vero, nei primi anni '50 ero l'unico bretone che suonava l'arpa celtica (allo stesso tempo pochissimi irlandesi lo usavano solo a casa mentre cantavano), ma allora ha affascinato così tante persone che, nel 1960, era già suonato da una ventina di bretoni e anche da altri. Poichè ero un già artista professionista, ospite in spettacoli televisivi di ​​prima serata, dalla fine degli anni sessanta, negli anni settanta e anche oltre ho visto nascere migliaia di nuovi arpisti, non solo in Bretagna, ma addirittura in Giappone e in Italia. Anche oggi molte persone inventano e creano musica. Attraverso internet possono, teoricamente, promuovere se stessi, ma non così facile crearsi un pubblico. Ma non credo che oggi sia più utopistico rispetto a quando ho iniziato io, tanti anni fa”.

Nel suo ultimo album "Human-Kelt" ha collaborato con grandi esponenti della scena musicale internazionale, come Angelo Branduardi, Bob Geldof, Yann Tiersen, Carlos Nuñez, Francis Cabrel, Fautumata Diawara, Murray Head e Andrea Corr. Come sono nate queste collaborazioni e che cosa ha imparato da questi grandi artisti?

“Sono sempre stato sorpreso dal fatto che, quasi tutti quelli a cui chiedo di collaborare, mi rispondono di sì! Pensando alle nuove versioni di brani antichi, ho sentito Andrea cantare in gaelico e le ho proposto una nuova versione di una vecchia canzone gaelica suonata in precedenza come arpa solista. Ho pensato a Murray per una versione bilingue e anche trilingue di Reflets, precedentemente cantata in francese. Fatoumata era in Italia per due giorni di relax ed è andato in uno studio nelle vicinanze  per registrare una canzone dedicata alla solidarietà umana. Lo stesso regalo che mi ha fatto Bob Geldof”.

Com'è il suo rapporto con il pubblico italiano? Che cosa dobbiamo aspettarci dai suoi concerti a Roma, Venezia e Sondrio?

“Ogni artista ti risponderebbe "fantastico": ma per me è veramente così. Ad esempio, l'Italia è l'unico paese in cui ho potuto fare un giro di stadi e luoghi all'aperto per migliaia di persone all’inizio degli anni '80. Portofino è stato il primo concerto che ho tenuto oltre i confini francesi, nel lontano 1966.  È uno dei paesi in cui torno più spesso e più volentieri”.

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