Beppe sala milano
(Ansa)
Beppe sala milano

Milano, città simbolo della Sinistra e sempre più lontana dall'Italia e dalla gente comune

Il voto racconta la città dei radical chic, dei licei occupati contro il centrodestra, degli affitti stellari per gli studenti e di un sindaco che non mette mai la faccia nella politica nazionale (soprattutto quando sa di perdere)

Milano non soltanto capitale economica, ma da oggi anche capitale della Resistenza. Non quella dei partigiani: ma piuttosto quella degli influencer, dei salottieri, del popolo del centro storico, e della nobiltà della Ztl. Ottant’anni dopo, all’ombra del capoluogo lombardo, si erge l’ultima ridotta dei progressisti italiani.

Nella disfatta, il Pd si consola con il risultato milanese, che lo vede intorno al 25%. Anche Calenda supera il 10% in città. Mentre in Lombardia esonda il centrodestra, tra le mura meneghine si organizzano le sentinelle della democrazia, le cui giovani leve hanno dato spettacolo al liceo Manzoni, occupato dagli studenti per protestare contro il risultato elettorale, evidentemente non gradito perché la democrazia per certa gente è democratica quando vincono loro.

Qualcuno potrà gioire per aver conservato in termini di consensi una metropoli internazionale come Milano. Ma il rischio è isolarsi nell’isola pedonale. Il centro di Milano rischia di diventare appunto un mondo a parte, un paese delle meraviglie popolato da Ferragnez e archistar, comunisti col rolex, famiglie arcobaleno e figli di papà, una dimensione separata dal mondo reale, quello dove si faticano a pagare le bollette. Un mondo dove tutto è “green”, mentre nella realtà sono tutti, più modestamente, al verde. Una città sostenibile, mentre la vita per gli italiani diventa insostenibile.

Alfiere dell’ideologia iperuranica è quel Beppe Sala sempre sul punto di scendere in campo, ma eternamente fermo a bordo campo. Ben rappresenta questo filone di pensiero surreale, nel momento in cui decide di proibire l’ingresso in città delle auto diesel euro 5, di fatto costringendo i pendolari e i lavoratori a scegliere: o pagare le bollette, o la macchina nuova. Di fatto, si tratta dell’imposizione obbligatoria del monopattino, elevato a simbolo ideologico della Milano che resiste: ai fascisti, e alle marmitte. Le associazioni dei costruttori edili, gli unici che ancora lavorano, hanno protestato vivamente al grido di “lasciateci guidare i furgoni”. Eppure, nonostante i tumulti di chi vorrebbe semplicemente andare a lavorare su 4 ruote, nonostante la crisi più nera dal 1929, il sindaco persiste: “L’importante è la qualità dell’aria”. E pazienza per le tasche delle famiglie.

Di questo passo, più che il green pass, all’ingresso in città i vigili chiederanno direttamente il 730: entrano solo quelli con un certo reddito, e un certo stile di vita. Non a caso gli affitti sono fuori controllo: i prezzi sono i più cari d’Italia. Un loculo per uno studente costa in media 620 euro, il 20% in più dell’anno scorso. Milano non è un paese per giovani, e neanche per vecchi, e neanche per poveri. Si appresta a diventare il paese di quelli che si piacciono tantissimo: che hanno vinto nella vita, ma hanno perso le elezioni.

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