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Lifestyle

Smartworking: siamo tipi tutto casa e bottega

Una scrivania tra tele e pennelli, una cucina dove studiare ricette, due stanze diventate studi di registrazione, un balcone che sostituisce la sala riunioni. Panorama ha chiesto a chi ha fatto dello smart working quasi un'arte di raccontare (e fotografare) come hanno trasformato il loro «nido» in un ufficio su misura.

C 'è chi si muove in mezzo a tele e pennelli, chi tra una selva di schermi o tra memorie e disegni. Chi improvvisa una riunione in cucina, chi un'intervista in salone, chi risponde alle mail nel vento del terrazzo, davanti a un panorama di acqua che corre e sagome di grattacieli all'orizzonte. Qualcuno digita su una tastiera, qualcun altro la usa per comporre nuove melodie, battendo su un tamburo con una chitarra addosso. Siamo, anche, come lavoriamo. Specie a casa, nell'era dello smart working, dove le rigidità saltano e l'organizzazione dello spazio non è dettata da schemi o standard imposti dall'alto, ma è specchio dell'indole di ciascuno.

Lo dimostrano le immagini scattate per Panorama da alcuni personaggi, portavoce di varie professioni. Disposti a svelare il loro ufficio domestico durante questa quarantena globale e, di riflesso, frammenti di sé. Attraverso foto amatoriali, perciò ancora più autentiche come gli angoli di vita che raccontano: istantanee di scrivanie essenziali, dall'assetto rigoroso, oppure tavoli su cui regna un caos allegro, un disordine creativo di cose. Che pure è ordine, a modo proprio.

MOUSE E PENNELLI

Dietro una scrivania con il computer, uno stereo e i suoi cd, si apre lo studio di Mirko Pajé, direttore creativo di Mediaset. Era il luogo in cui si rifugiava a dipingere di sera e di notte, adesso può coltivare la sua passione nei momenti di pausa dal lavoro.

«In casa c'è più intimità, quasi un ritorno dell'infanzia, quando facevo i compiti. È possibile inframmezzare il lavoro con una fetta di torta, un tè… E il pensiero diventa più fluttuante rispetto alla serietà dell'ufficio» spiega Alda Fendi, «una rivoluzionaria dell'arte» per sua stessa definizione. «Sulla mia scrivania tengo tutto quello che mi possa dare l'eccitazione del ricordo»: foto con dediche degli amici, cataloghi di arte contemporanea («sono così belli che, sfogliandone le pagine, posso anche evitare di andare nelle gallerie»), disegni incorniciati di Federico Fellini. «Li ha fatti quando andavamo nei ristoranti, su dei tovaglioli. Li ho sempre conservati, li amo molto. Federico era un sognatore». Al centro, una lettera dell'ambasciatore di Francia: «Sto rispondendo adesso, mi annuncia che il presidente Macron ha deciso di conferirmi la Légion d'honneur». Ventagli, «con cui vivo in estate e in inverno». Occhiali da sole, «che fanno parte della mia uniforme d'ordinanza». Soprattutto, libri: «Tanti. Come dice Schopenhauer, quando si compra un libro bisognerebbe comprare anche il tempo per leggerlo». Alda Fendi abita a Roma, in via Giulia, «con una vista stupenda sul Tevere».

L'attrice, regista e musicista Giada Colagrande, vive non troppo lontano, accanto a un parco. In una stanza ha ricreato uno studio di registrazione: «Le pareti non sono isolate, però non c'è nessuno in giro, regna il silenzio. Mi mancano i miei compagni di gruppo, butto giù pezzi da sola, in questo ambiente trovo tutti i miei punti di riferimento. L'energia di questo luogo mi stimola e m'ispira».

Anche la giornalista Sarah Scorpati ha trasformato un angolo domestico in uno studio, nel suo caso televisivo: «Mi sono costruita un set, ho un tavolo dove posiziono il computer, c'è una poltrona con dietro il televisore che fa da sfondo. E lì accanto, a 20 centimetri, la postazione di montaggio». Sarah accende la telecamera e realizza il programma Distanza di sicurezza, «un racconto di quello che sta succedendo, tramite numerose testimonianze dirette». Gli ospiti arrivano via Skype, ogni tanto nelle inquadrature s'intrufolano le sue coinquiline: due gatte. «Vanno d'accordo, ma di strada da fare ce n'è».

scrivania-boeri La scrivania di Stefano Boeri

L'architetto Stefano Boeri approfondisce il legame tra intimità e lavoro: «Il mio tavolo di lavoro descrive bene la mia vita di questi giorni surreali. Dalle 9 alle 21 disegno, scrivo, leggo e, soprattutto, parlo e ascolto usando i social, saltando da un dispositivo all'altro. Grazie a questa frenesia creativa ho prodotto 25 piccole conferenze video, tre nuovi progetti, l'idea per un tappeto e forse un libro. Ma ho il terrore che - quando e se tutto questo passerà - quello che oggi, stando in cattività, mi sembra rilevante, mi appaia invece deludente. Sogno piuttosto gli intervalli persi: il taxi, la camminata in Triennale, le code al bar, così come sogno i ritardi alle riunioni, ai meeting, alle call, oggi impossibili. Di frenetica creatività intellettuale, se non equilibrata dal lento muoversi e toccarsi dei corpi...si può anche morire».

L'ufficio da casa è l'apoteosi dell'anticonvenzionale, anzi forse della coerenza professionale. Lo chef stellato Andrea Berton crea nuovi piatti sul tavolo della sua cucina: «Disegno le ricette su un tablet, prima usavo i fogli, ma con lo schermo posso cancellare e aggiungere dettagli nel tempo di un attimo. È tutto più dinamico. Si tratta giusto di uno schizzo, utile per distribuire gli ingredienti». Dalla teoria passa alla pratica, con qualche compromesso: «Rispetto al ristorante, a casa è come guidare una macchina normale anziché una di Formula 1. Mi sono comunque dotato di tante attrezzature, faccio videochiamate con il mio staff, ci stiamo confrontando per costruire un menu».

Carlo Ratti, architetto e ingegnere, figura di spicco del Mit di Cambridge (Stati Uniti), cita lo scrittore francese Georges Perec: «Nel 1974 affermava che "lo spazio della nostra vita non è né continuo, né infinito, né omogeneo, né isotropo". Perec esplora il suo rapporto con lo spazio: della pagina bianca, del vuoto siderale, o ancora quello della casa. In questo periodo in cui le nostre esplorazioni dello spazio sono limitate da quarantene, coprifuoco e lockdown, siamo costretti a volgere lo sguardo altrove». A fermare l'occhio tra le stanze: «Lo spazio domestico ci appare in tutta la sua ricchezza, e fervido di potenzialità. Il vecchio soggiorno dai sedili sdruciti si trasforma, non senza l'aiuto di Netflix, in una fantasmagorica sala cinematografica. La cucina diventa proscenio di improvvisate competizioni di Masterchef, scandite dallo stillicidio di ricette via Instagram». Ratti quasi ne fugge, dirige la sua attenzione all'esterno, preferisce svolgere le incombenze quotidiane en plein air: «Il balcone di casa, con qualche accorgimento di fortuna, si converte in una meravigliosa scrivania vista fiume. Lo schermo del Mac e quello della città si riflettono uno nell'altro: lo spazio di oggi e quello che verrà».

Una consolazione di prospettiva o, almeno, un accenno d'evasione pure per chi del viaggio ha fatto la sua professione. Come nel caso del travel blogger e influencer Gianluca Fazio (su Instagram @thererumnatura), bloccato in casa a Bologna: «Il mio lavoro, adesso, è quello di permettere al pubblico di viaggiare ripercorrendo esperienze passate e preparare nel modo migliore i viaggi futuri con la consapevolezza che i tempi sono incerti». A puntellare la sua scrivania, un cocktail di analogico e digitale: «Ovviamente il computer, per scrivere, editare le fotografie, svolgere ricerche sulle prossime destinazioni, ma anche materiali di cartoleria per costruire itinerari vecchio stile, con post-it e pennarelli. Più il "traveller's journal", un diario in cui prendo nota di ciò che succede in viaggio».

In attesa di ripartire, si viaggia da fermi, ci si addentra nei terreni morbidi dell'incanto spiando lo smart working secondo Mirko Pajé, direttore creativo di Mediaset. Il suo spirito da illustratore brilla nel suo studio. Davanti c'è la scrivania; subito dietro, quadri finiti o da finire. Volti che nascondono storie, paesaggi con echi d'altrove. «È una dimensione nella quale lascio passare un po' di piacere, in cui nelle pause mi posso dedicare ad altro, pur rimanendo connesso». Con la musica, spesso classica, sempre accesa in sottofondo («non devo mettere le cuffie, non disturbo gli altri»). Con il tempo per divagare, con una gita in giardino: «Un giro dell'orto in mezzo all'insalata, durante una telefonata» scherza Pajé. La cui conclusione suona però seria e condivisibile: «In un contesto accogliente, si abbassa lo stress». Più che una minaccia alla produttività, il lavoro da casa è un'intimità ritrovata. n

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