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Una proteina-spia per l’ictus: la salvezza può arrivare dalle analisi del sangue

Una proteina-spia per l’ictus: la salvezza può arrivare dalle analisi del sangue

Una proteina cerebrale rilevabile nel sangue emerge come biomarker veloce e specifico per distinguere ictus ischemico da emorragico già nelle prime ore. Potrebbe salvare molti pazienti da gravi conseguenze

In caso di ictus, la velocità del soccorso è fondamentale, perché ogni minuto perso può tradursi in un danno cerebrale irreversibile. Ma non tutti gli ictus sono uguali: nella maggior parte dei casi, circa l’80%, si tratta di ictus ischemici, causati dall’occlusione di un vaso sanguigno nel cervello. Nel restante 15-20% dei casi, invece, si parla di ictus emorragici, dovuti alla rottura di un vaso e alla conseguente fuoriuscita di sangue nel tessuto cerebrale. Distinguere rapidamente tra queste due forme è cruciale, perché i trattamenti sono profondamente diversi. Nell’ictus ischemico può essere indicata la trombolisi, che scioglie il coagulo, o la trombectomia, una procedura meccanica per rimuovere il trombo dall’arteriam per limitare i danni al cervello è necessario intervenire entro una finestra temporale precisa, idealmente entro 4 ore e mezza dall’esordio dei sintomi. Nell’ictus emorragico la priorità è invece quella di ridurre la pressione e controllare il sanguinamento. Oggi la diagnosi del tipo di ictus si basa su tecniche di neuroimaging, come la tomografia computerizzata (TC). Si tratta di strumenti indispensabili, ma che non sono disponibili in ambulanza né, in molti casi, nella fase preospedaliera.

La proteina GFAP e l’esame del sangue in ambulanza

Un possibile cambio di paradigma arriva da uno studio coordinato da Love-Preet Kalra, dell’RKH Hospital Klinikum di Ludwigsburg, in Germania, presentato all’International Stroke Conference dell’American Stroke Association, tenutasi a Los Angeles. I ricercatori hanno valutato la possibilità di distinguere il tipo di ictus con un semplice prelievo di sangue, grazie a una proteina chiamata GFAP (Glial Fibrillary Acidic Protein), tipica delle cellule gliali del cervello. I campioni di sangue sono stati raccolti direttamente sulle ambulanze: i risultati mostrano che i livelli di GFAP sono quasi sette volte più alti nei pazienti con ictus emorragico rispetto a quelli con ictus ischemico, e oltre quattro volte superiori rispetto a chi presenta sintomi simili all’ictus ma senza un reale danno cerebrale. Valori di GFAP inferiori a una determinata soglia, ad esempio 30 picogrammi per millilitro, potrebbero addirittura escludere la presenza di un’emorragia cerebrale. Il motivo è biologico; la GFAP, infatti, viene rilasciata nel sangue quando si verifica un danno cellulare cerebrale. Nell’ictus emorragico la distruzione delle cellule gliali è immediata e massiccia; nell’ictus ischemico, invece, la liberazione della proteina è più lenta, perché la morte cellulare avviene in modo progressivo. Questa differenza crea una vera e propria finestra diagnostica nelle prime ore dall’esordio dei sintomi.

Impatto clinico e prospettive future

Se questi dati saranno confermati da studi più ampi, l’impatto clinico potrebbe essere rilevante. Un test rapido “point-of-care”, simile a quelli già utilizzati per l’infarto o per il controllo della glicemia, consentirebbe di iniziare trattamenti mirati già durante il trasporto in ambulanza. Questo significherebbe guadagnare tempo prezioso e migliorare gli esiti per centinaia di migliaia di pazienti ogni anno. Un esame del sangue per la diagnosi precoce dell’ictus potrebbe inoltre rendere più equo l’accesso alle cure, soprattutto in aree rurali o in contesti dove la TC non è immediatamente disponibile, perché medici e operatori dell’emergenza potrebbero indirizzare i pazienti verso il percorso terapeutico corretto in pochi minuti, riducendo il rischio di disabilità a lungo termine. Restano però alcune sfide cruciali da superare: livelli di GFAP possono variare da persona a persona, possono essere influenzati da altre patologie neurologiche e necessitano di una validazione clinica su larga scala. Solo allora un test basato su questa proteina potrà entrare nella pratica clinica quotidiana e, potenzialmente, salvare vite.

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