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Se dall’ictus ti salva l’architetto: perché il futuro degli ospedali si gioca nei corridoi, non solo in sala operatoria

Se dall’ictus ti salva l’architetto: perché il futuro degli ospedali si gioca nei corridoi, non solo in sala operatoria
Imagoeconomica

L’architettura ospedaliera, il Lean Management e la Patient Journey stanno cambiando il modo di progettare gli ospedali. Ridurre gli spostamenti dei pazienti significa guadagnare tempo prezioso nelle patologie tempo-dipendenti, migliorare la sicurezza e rendere più efficiente l’assistenza.

C’è un momento, durante un ictus, in cui anche pochi minuti possono fare la differenza tra una piena autonomia e una grave disabilità permanente. Il paziente arriva in Pronto Soccorso, il sospetto diagnostico è immediato e bisogna eseguire una TAC nel più breve tempo possibile. Se per raggiungerla occorre attraversare lunghi corridoi, attendere un ascensore o spostarsi in un altro edificio, ogni passaggio aggiunge tempo prezioso a una corsa contro il cervello. Se invece la diagnostica è stata progettata lungo il percorso naturale del paziente e l’organizzazione riduce al minimo gli spostamenti, quel tempo può essere recuperato e trasformarsi in un vantaggio clinico. È un cambio di prospettiva che fino a pochi anni fa sarebbe sembrato secondario rispetto alle grandi innovazioni della medicina. Oggi, invece, è uno dei temi più discussi nella progettazione dei nuovi ospedali. Perché un ospedale non cura soltanto grazie alle competenze dei suoi professionisti o alle tecnologie di cui dispone. Cura anche attraverso il modo in cui è stato pensato, organizzato e costruito. L’idea, apparentemente semplice, è in realtà rivoluzionaria: progettare l’ospedale non intorno ai reparti, ma intorno al percorso del paziente. Una filosofia che cambia l’architettura, la logistica, i processi organizzativi e perfino il modo in cui i professionisti lavorano insieme. È il principio che ispira la moderna Patient Journey, sempre più spesso affiancata dalle metodologie del Lean Management, oggi considerate tra gli strumenti più efficaci per migliorare qualità, sicurezza ed efficienza delle cure.

Dai reparti ai percorsi: l’ospedale si riprogetta intorno al paziente

Per decenni gli ospedali sono stati progettati come un insieme di reparti autonomi, ciascuno organizzato secondo le esigenze della propria specialità. Oggi questa logica mostra tutti i suoi limiti. Il paziente non vive l’ospedale come una successione di unità operative, ma come un percorso continuo che inizia dall’accesso in Pronto Soccorso, prosegue attraverso esami diagnostici, ricovero, eventuale intervento e termina con la dimissione. Per questo motivo i modelli organizzativi più avanzati ragionano sempre più in termini di Patient Journey e Patient Flow, cioè del tragitto reale compiuto dalla persona durante tutto il percorso assistenziale. L’obiettivo non è semplicemente costruire edifici moderni, ma eliminare tutti quei passaggi che non producono alcun beneficio clinico: trasferimenti inutili, attese evitabili, duplicazioni di esami, passaggi amministrativi ridondanti e frammentazione dell’assistenza. In questo contesto trova spazio il Lean Management, una metodologia nata nell’industria automobilistica con il modello Toyota e progressivamente adattata anche alla sanità. Il principio è eliminare tutto ciò che non crea valore per il paziente. Tradotto nella pratica ospedaliera significa ridurre gli sprechi di tempo, limitare gli spostamenti non necessari, semplificare le procedure, migliorare la comunicazione tra professionisti e rendere più fluido il percorso assistenziale. È importante chiarire un aspetto spesso frainteso. Il Lean Healthcare non nasce come strumento per tagliare i costi o aumentare i ritmi di lavoro. Al contrario, punta a liberare tempo e risorse affinché medici, infermieri e operatori possano dedicarne di più alla cura, sottraendolo alle inefficienze organizzative. La differenza è tutt’altro che teorica. In tutte le patologie tempo-dipendenti – dall’ictus all’infarto, dal trauma maggiore alla sepsi – ridurre anche soltanto alcuni minuti lungo il percorso può tradursi in una diagnosi più precoce, in un trattamento anticipato e, di conseguenza, in migliori probabilità di recupero.

In Italia: l’esempio del Policlinico di Milano

Il Nuovo Policlinico di Milano rappresenta uno dei più grandi investimenti della sanità pubblica lombarda: il cuore del progetto è il Padiglione Sforza, un edificio di oltre 800 posti letto, concepito per integrare degenze, tecnologie e percorsi assistenziali in una struttura sostenibile, con un giardino terapeutico pensile di 7.000 metri quadrati. L’apertura sta avvenendo per fasi: dopo la consegna del primo settore nella primavera del 2026, il completamento dell’attivazione del nuovo padiglione è previsto nel corso del 2026, mentre la riqualificazione dei padiglioni storici proseguirà negli anni successivi, ridisegnando progressivamente l’intero campus ospedaliero nel centro di Milano. Matteo Stocco, direttore generale del Policlinico di Milano, impegnato nel progetto del Nuovo Policlinico e nella riorganizzazione dei percorsi assistenziali secondo i principi della Patient Journey e del Lean Management, ci spiega i concetti base che stanno ispirando questo lavoro. «Dico sempre che l’organizzazione di un ospedale si fa con i muri e con i software», sintetizza il direttore. «I software sono fondamentali perché permettono di migliorare le performance organizzative quando gli edifici pongono dei limiti. Gestiscono la programmazione delle sale operatorie, dei ricoveri, degli ambulatori e l’utilizzo delle risorse. Ma quando si ha la possibilità di progettare una struttura nuova, allora diventano i muri a fare la differenza. Gli spazi possono semplificare o complicare il lavoro di migliaia di persone ogni giorno.» Da questa filosofia è nato un lungo lavoro di riprogettazione affidato agli ingegneri della gestione operativa, chiamati a studiare ogni fase del percorso assistenziale. «Non ci occupiamo solo della programmazione delle sale operatorie o dei ricoveri. Analizziamo il percorso completo del paziente: dall’arrivo al CUP agli ambulatori, dagli esami diagnostici al prericovero, dalla degenza alla sala operatoria e poi di nuovo in reparto. Allo stesso tempo studiamo gli spostamenti di medici, infermieri e operatori sanitari. È un’organizzazione estremamente complessa, quasi una catena di montaggio, anche se il termine può sembrare poco elegante quando si parla di persone. Ma è proprio attraverso questa analisi che si riescono a ridurre i tempi morti, evitare duplicazioni e utilizzare meglio le risorse.»

Se dall’ictus ti salva l’architetto: perché il futuro degli ospedali si gioca nei corridoi, non solo in sala operatoria
Matteo Stocco, direttore generale dell’IRCCS Policlinico di Milano
Se dall’ictus ti salva l’architetto: perché il futuro degli ospedali si gioca nei corridoi, non solo in sala operatoria
Il rendering del Padiglione Sforza dell’IRCCS Policlinico di Milano

Il livello di dettaglio raggiunge aspetti che, a prima vista, potrebbero sembrare marginali ma che nella pratica quotidiana incidono enormemente sull’efficienza. Gli specialisti hanno infatti calcolato non soltanto i tempi, ma anche i chilometri percorsi ogni giorno dal personale sanitario. «Abbiamo misurato le distanze percorse dagli operatori e ci siamo accorti di quanto una scelta apparentemente banale, come collocare due specialità sullo stesso corridoio oppure avvicinare gli ascensori alle sale operatorie, possa cambiare completamente l’organizzazione del lavoro. Ogni metro risparmiato significa minuti recuperati, e quei minuti, moltiplicati per centinaia di professionisti e migliaia di spostamenti, diventano ore di assistenza in più per i pazienti. Sono dettagli che spesso sfuggono a chi osserva un ospedale dall’esterno, ma rappresentano uno degli elementi fondamentali nella progettazione di una struttura moderna.» Il beneficio più evidente arriverà però con il superamento dell’attuale organizzazione a padiglioni, che ancora oggi costringe a continui trasferimenti interni. «Attualmente utilizziamo un sistema di trasporto dei pazienti su gomma o attraverso i tunnel sotterranei dell’ospedale. È un’organizzazione molto complessa e anche molto costosa. Ogni trasferimento richiede personale, mezzi, coordinamento e inevitabilmente tempo. Con il nuovo edificio, dove diagnostica, sale operatorie e ricoveri saranno riuniti nello stesso complesso, questo sistema sarà quasi completamente eliminato. Il paziente non dovrà più essere trasferito continuamente da un padiglione all’altro e questo renderà i percorsi più rapidi, più sicuri e molto meno dispendiosi.»

La rivoluzione riguarderà anche tutta la logistica ospedaliera, un ambito spesso poco conosciuto ma decisivo per il funzionamento quotidiano. «Abbandoneremo il modello tradizionale dei magazzini di reparto per passare a un sistema just-in-time. Avremo magazzini centralizzati nei piani sotterranei che distribuiranno rapidamente farmaci, provette e kit chirurgici direttamente ai reparti. Ma soprattutto introdurremo la preparazione centralizzata dei kit operatori e delle terapie monodose, che arriveranno già pronti. Oggi gli infermieri dedicano ogni mattina molto tempo alla preparazione dei blister terapeutici e dei materiali per le sale operatorie. Centralizzare queste attività significa liberare tempo da destinare all’assistenza diretta ai pazienti, migliorando allo stesso tempo il controllo delle scorte e riducendo gli sprechi.» La stessa logica guiderà anche la riorganizzazione dell’area di emergenza, dove lo spreco di tempo per trasporto del paziente e attese per la diagnostica può fare la differenza tra la vita e la morte. Le attività tempo-dipendenti saranno concentrate insieme al Pronto Soccorso, alla diagnostica e alle sale operatorie, riducendo al minimo gli spostamenti dei pazienti più critici. «L’obiettivo finale è avere tre ospedali in uno: un polo interamente dedicato all’emergenza-urgenza, con tutte le specialità e la diagnostica necessarie; un’area per la chirurgia maggiore e i ricoveri più complessi; e una struttura dedicata alla chirurgia programmata e alla day surgery. Separare i flussi significa costruire percorsi diversi a seconda della gravità del paziente, rendere il lavoro più efficiente e utilizzare meglio ogni risorsa disponibile. In questo modo il nuovo ospedale non sarà semplicemente un edificio più moderno, ma un’organizzazione completamente ripensata attorno ai bisogni di chi vi lavora e soprattutto di chi vi viene curato.»

L’ospedale del futuro sarà una macchina organizzativa intelligente

L’idea che l’architettura possa contribuire direttamente alla qualità delle cure non è più una semplice intuizione progettuale, ma un orientamento condiviso a livello internazionale. Nel Regno Unito il National Health Service lavora da anni sui concetti di Patient Flow e Lean Healthcare, riprogettando i percorsi nei Pronto Soccorso, nei blocchi operatori e nei laboratori con l’obiettivo di ridurre le attese e aumentare l’efficienza dei processi. Tra i casi più studiati figura anche il Karolinska University Hospital in Svezia, organizzato non secondo la tradizionale suddivisione in reparti, ma sulla base dei percorsi clinici multidisciplinari e dei flussi dei pazienti. Nei Paesi scandinavi diversi studi hanno inoltre evidenziato come la configurazione degli spazi possa influenzare anche il recupero dei pazienti ricoverati nelle Stroke Unit, favorendo la mobilizzazione precoce e una maggiore attività durante la degenza. Parallelamente cresce l’utilizzo di strumenti digitali sempre più sofisticati. Prima ancora che venga costruito un nuovo ospedale, oggi è possibile simulare i movimenti di pazienti, operatori sanitari, materiali e tecnologie attraverso modelli digitali e sistemi di digital twin, verificando in anticipo eventuali criticità organizzative e correggendole già nella fase progettuale. L’ospedale del futuro sarà quindi sempre meno una somma di reparti separati e sempre più una macchina organizzativa intelligente, progettata per adattarsi ai bisogni reali delle persone. In questa prospettiva cambia anche il ruolo dell’architetto. Non è più soltanto il professionista chiamato a disegnare un edificio funzionale o esteticamente gradevole, ma entra a far parte della squadra che contribuisce alla cura insieme a medici, infermieri, ingegneri clinici, esperti di organizzazione e nuove tecnologie. Per decenni la qualità di un ospedale è stata misurata soprattutto attraverso il livello delle competenze professionali e la disponibilità delle tecnologie più avanzate. Oggi quei fattori restano fondamentali, ma non sono più sufficienti da soli. Un corridoio troppo lungo, un percorso diagnostico frammentato o una logistica inefficiente possono sottrarre tempo prezioso proprio quando ogni minuto conta.

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