Cambia l’agricoltura europea e, di conseguenza, il modo in cui mangiamo. Non stiamo parlando dell’ennesima moda alimentare, ma di una trasformazione nel modo in cui vengono coltivati frutta, verdura e cereali, con inevitabili riflessi sul carrello della spesa, senza aumentarne necessariamente i costi.
Il motore di questa rivoluzione sono le Ngt (New genomic techniques), le Nuove tecniche genomiche. Si tratta di tecniche di editing genetico che consentono di intervenire direttamente sul Dna delle piante con una precisione impensabile fino a pochi anni fa. Per capire come funzionano, basta immaginare il patrimonio genetico di una pianta come un enorme libro di istruzioni. Se quel libro contiene un errore di stampa che rende la pianta vulnerabile a una malattia o alla siccità, oggi è possibile correggere soltanto la parola sbagliata, senza aggiungere un intero paragrafo preso da un altro libro, come avveniva negli Ogm tradizionali con l’inserimento di geni provenienti da altre specie.
È qui che le Ngt si distinguono dagli Ogm tradizionali. Gli organismi geneticamente modificati sviluppati dagli anni Novanta venivano spesso ottenuti inserendo nel Dna di una pianta geni provenienti da un’altra specie: il caso più noto è quello del mais Bt, che contiene un gene di un batterio capace di proteggerlo da alcuni insetti.
Le Ngt, invece, si limitano a modificare o “correggere” geni già presenti nella pianta, ottenendo in pochi anni cambiamenti che in natura richiederebbero decenni. Lo strumento simbolo di questa rivoluzione è CRISPR-Cas9, la “forbice molecolare” premiata con il Nobel per la Chimica nel 2020 alle ricercatrici Emmanuelle Charpentier e Jennifer Doudna. Grazie a questa tecnologia è possibile intervenire in un punto preciso del Dna con un’accuratezza senza precedenti.
È proprio questa differenza che ha spinto l’Unione europea a rivedere una normativa dei primi anni 2000, quando le Ngt ancora non esistevano. Per oltre vent’anni tutte le piante ottenute attraverso modifiche del Dna erano state trattate allo stesso modo, senza distinguere tra chi inserisce geni di un’altra specie e chi modifica soltanto quelli già presenti. La svolta è arrivata il 17 giugno scorso, con l’approvazione definitiva del nuovo regolamento.
Le piante Ngt-1, con modifiche indistinguibili da quelle ottenibili naturalmente, seguiranno procedure semplificate e non saranno più equiparate agli Ogm tradizionali. Le Ngt-2, caratterizzate da modifiche più complesse, continueranno invece a essere soggette alle stesse regole previste per gli Ogm, comprese valutazione del rischio, autorizzazione, tracciabilità ed etichettatura. L’obiettivo è aiutare l’agricoltura ad affrontare le sfide del cambiamento climatico, riducendo al tempo stesso il consumo di acqua, pesticidi e fertilizzanti senza compromettere la produttività.
Negli scorsi mesi, Roberto Defez, ricercatore del Laboratorio di biotecnologie microbiche dell’Istituto di bioscienze del Cnr di Napoli, tra i pionieri italiani in questo campo, ha partecipato in Piemonte a una dimostrazione in campo organizzata per mostrare a 15 europarlamentari i risultati delle sperimentazioni sul riso ottenuti con le Ngt.
«Il voto europeo mette finalmente la ricerca pubblica nelle condizioni di sostenere l’agricoltura italiana» spiega Defez. «Abbiamo la possibilità di intervenire su colture simbolo come riso, pomodoro, vite, grano, melo e melanzana, sviluppando varietà delle piante italiane più resistenti alle malattie e riducendo il ricorso agli agrofarmaci». I benefici potrebbero andare ben oltre la semplice difesa delle colture.
«Ridurre i trattamenti significa diminuire l’impatto ambientale dell’agricoltura, migliorare la fertilità dei suoli e mantenere elevata la produttività senza consumare nuove superfici. Anche per questo l’Italia ha avuto un ruolo determinante nel sostenere la nuova normativa europea».
Nei laboratori di ricerca di tutto il mondo si stanno sviluppando varietà di grano più resistenti alle malattie fungine, pomodori che richiedono meno irrigazione, patate meno vulnerabili alla peronospora, riso capace di tollerare meglio il caldo e viti in grado di contrastare naturalmente alcuni dei patogeni che oggi obbligano gli agricoltori a numerosi trattamenti fitosanitari. Si studiano anche alberi da frutto che conservano più a lungo la qualità del raccolto e ortaggi che si mantengono freschi più a lungo, contribuendo così a ridurre gli sprechi alimentari. «Nel caso del riso, insieme a Vittoria Brambilla dell’Università Statale di Milano, grazie al sostegno della Fondazione Bussolera Branca, stiamo rendendo la pianta più tollerante all’attacco di alcuni funghi patogeni» racconta ancora Defez.
Le applicazioni delle Ngt vanno oltre la resistenza alle malattie. Si studiano colture che consumano meno acqua, sfruttano meglio i nutrienti del terreno e offrono un profilo nutrizionale migliore, con più vitamine e oli vegetali di qualità superiore. Per il consumatore il cambiamento sarà quasi invisibile. Pomodori, riso, grano, melanzane e vino continueranno ad avere lo stesso aspetto e lo stesso sapore, ma saranno ottenuti con un minore impiego di fitofarmaci e acqua.
Alcune varietà sono già in fase avanzata di sperimentazione. «Vedo grandi opportunità per i vigneti e i meleti del Trentino-Alto Adige» osserva Defez. «E in prospettiva anche gli allevamenti potrebbero beneficiare indirettamente delle Ngt. Oggi importiamo grandi quantità di soia Ogm dal Sud America per alimentare il bestiame. Domani potremmo coltivare in Europa soia ottenuta con le nuove tecniche genomiche e tornare a produrre abbastanza mais italiano riducendo la dipendenza dalle importazioni».
La posta in gioco, quindi, va ben oltre l’innovazione agricola. Le Ngt sono una questione strategica per l’Europa. Se Bruxelles ha mantenuto per anni un atteggiamento molto prudente nei confronti delle biotecnologie agricole, altri Paesi hanno accelerato. Stati Uniti, Cina, Giappone, Regno Unito e Argentina stanno già coltivando o sperimentando piante ottenute con l’editing genomico. Secondo la Commissione europea, continuare ad applicare regole pensate per gli Ogm degli anni Novanta rende meno competitiva l’agricoltura europea.
La riforma, però, non convince tutti. Le associazioni ambientaliste chiedono che i consumatori siano informati sul metodo con cui gli alimenti vengono ottenuti, anche se molti di loro non sono informati del fatto che circa l’87% dei mangimi utilizzati negli allevamenti italiani contiene Ogm. Resta poi il nodo dei brevetti: le tecnologie di editing genomico e molte delle nuove varietà vegetali sono protette dalla proprietà intellettuale e c’è chi teme un crescente controllo del mercato delle sementi da parte di poche multinazionali. Proprio per questo l’Europa si è riservata due anni per definire le norme di attuazione. La direzione, però, è ormai tracciata. Il cibo del futuro sarà il frutto di un’agricoltura pensata per produrre di più con meno risorse e un minore impatto ambientale.
