L’11 ottobre, durante l’Angelus, Leone XIV ha comunicato che i medici hanno individuato un nodulo al polmone, descritto come circoscritto, rilevato in una fase molto precoce e ben localizzato. I sanitari hanno consigliato l’intervento chirurgico e il Pontefice ha dichiarato di voler seguire le loro indicazioni. L’intervento sarà effettuato già nei prossimi giorni e la degenza post-operatoria potrebbe essere di circa una settimana, come filtra da ambienti vaticani. La Santa Sede non ha reso pubblici ulteriori dettagli clinici che permettano di stabilire la natura della lesione.
Per capire quale sarà il percorso del Papa, le problematiche dei noduli polmonari, le possibili evoluzioni del problema e i segnali d’allarme ai quali tutti dobbiamo prestare attenzione abbiamo intervistato il professor Francesco Blasi, direttore della Pneumologia dell’IRCCS ospedale Policlinico di Milano.
Professor Blasi, cosa significa trovare un nodulo polmonare circoscritto? Vuol dire che non ci sono altre lesioni? Quali caratteristiche contano: densità, dimensioni, forma?
Il nodulo polmonare viene spesso individuato in maniera inattesa, come sembra essere accaduto in questo caso: a quanto ho capito c’era una bronchite e, durante gli accertamenti, è stata eseguita una radiografia che ha evidenziato il nodulo. Questo perché, di solito, il nodulo non provoca dolore né altri segni evidenti. È sostanzialmente un addensamento di cellule che può essere legato a diversi fattori: può avere un’origine infiammatoria, infettiva o post-infettiva, essere una cicatrice, un tumore benigno oppure un tumore maligno. Le possibilità sono quindi diverse. Dopo la radiografia si procede generalmente con una Tac del torace, che consente di caratterizzare il nodulo in termini di dimensioni e di rapporti con le strutture circostanti: la pleura, i vasi e i bronchi. La Tac fornisce informazioni anche sull’aspetto della lesione. Un nodulo spiculato, cioè con margini irregolari che ricordano delle spine, può essere maggiormente sospetto per un tumore maligno. Un nodulo ben rotondeggiante, senza alterazioni intorno né edema, può invece orientare verso una forma benigna o comunque non tumorale.
Dopo la Tac si esegue anche la Pet? E in caso, cosa ci dice questo esame?
La Pet consente di valutare l’organismo per verificare se ci siano eventuali metastasi, cioè localizzazioni a distanza di un tumore maligno. Fornisce inoltre indicazioni su ciò che accade all’interno del polmone, attraverso la captazione del nodulo, e permette di valutare i linfonodi. Per capire come funziona, si utilizza uno zucchero marcato radioattivamente, che viene appunto “captato” dalle cellule con un’attività metabolica elevata. Più una zona capta il tracciante, più appare luminosa nell’immagine, un po’ come avviene con una scintigrafia. Una captazione elevata può indicare una maggiore attività della lesione e rendere più probabile la natura maligna, ma non è una prova definitiva. Purtroppo, alcuni tumori maligni del polmone, però, non captano il tracciante.
Fino a quale dimensione si parla di nodulo?
Generalmente si parla di nodulo polmonare per lesioni che arrivano fino a circa due-tre centimetri; oltre queste dimensioni si parla di addensamento. In realtà, è importante considerare anche il volume e non soltanto il diametro. La Tac permette di ricostruire la lesione nelle tre dimensioni e di valutarne il volume. Il nodulo può quindi avere dimensioni che vanno da pochi millimetri a qualche centimetro. Quando aumenta, intorno alla lesione possono comparire edema e infiammazione, e l’area interessata può diventare più estesa.
Se il nodulo è circoscritto, ben delimitato e non ci sono metastasi né linfonodi coinvolti, l’intervento chirurgico può essere risolutivo?
In una situazione di questo tipo, l’intervento chirurgico può essere parte della terapia e avere anche una funzione diagnostica. Si asporta il nodulo, generalmente con una tecnica mini-invasiva, e lo si esamina. Se si tratta di un tumore benigno, il problema può considerarsi risolto. Se invece è un tumore maligno, ma circoscritto e non invasivo, l’intervento può essere risolutivo. Una volta identificato il tipo di tumore, infatti, è possibile valutare anche eventuali terapie aggiuntive. Quando parliamo di tumore del polmone, dobbiamo ricordare che ne esistono molti tipi diversi. Le tecniche di analisi istopatologica consentono oggi di identificare anche le mutazioni genetiche delle cellule tumorali, permettendo di utilizzare, quando indicato, terapie specifiche. L’identificazione delle caratteristiche del tumore consente quindi di scegliere trattamenti mirati. Questo ha cambiato le prospettive dei pazienti e le possibilità terapeutiche. Nel caso in questione, l’auspicio è che si tratti di una lesione isolata e che l’intervento chirurgico sia risolutivo.
Lei ha parlato di intervento mini-invasivo. In che cosa consiste concretamente?
Di solito, in questi casi si ricorre alla videotoracoscopia, una tecnica che prevede piccole incisioni, i cosiddetti «tre buchi», attraverso cui si introducono gli strumenti chirurgici. Si può utilizzare il robot oppure procedere senza assistenza robotica. La quantità di polmone da asportare dipende dalla posizione del nodulo. Il chirurgo può rimuovere una porzione più o meno ampia del polmone, rispettando le linee dell’intervento e i rapporti con i vasi. L’estensione dell’asportazione dipende quindi dalla sede della lesione.
Quando si individua un nodulo, la prassi è sempre quella di operare oppure si può procedere diversamente?
Esistono percorsi differenti. Tra gli esami radiologici e l’eventuale intervento chirurgico può essere prevista una biopsia, che può essere eseguita attraverso la parete toracica, con un ago introdotto dall’esterno, oppure attraverso il broncoscopio. In quest’ultimo caso si possono utilizzare tecniche come l’EBUS (tecnica che combina broncoscopia ed ecografia, ndr), soprattutto quando alla Pet risultano linfonodi che captano il tracciante. Con il broncoscopio e l’EBUS è possibile prelevare un campione del linfonodo anziché del nodulo. In alcuni casi, grazie alla broncoscopia robotica, si può raggiungere anche la periferia del polmone e prelevare direttamente il tessuto della lesione. La scelta dipende dalla posizione del nodulo: se è vicino alla parete toracica, può essere raggiunto attraverso un prelievo transparietale; se è accessibile attraverso i bronchi, si può ricorrere alla broncoscopia. Nel caso specifico, evidentemente, è stato ritenuto più conveniente procedere con l’intervento chirurgico. Potrebbero esserci caratteristiche della lesione che non conosco e che hanno orientato questa scelta. L’intervento viene preso in considerazione soprattutto quando il nodulo è piccolo e difficile da raggiungere con altre tecniche. Se si tratta di un tumore maligno ancora di piccole dimensioni e senza metastasi, la sua asportazione può essere particolarmente vantaggiosa.
Il nodulo è spesso asintomatico e viene scoperto per altri motivi. Quali sintomi possono comparire invece in caso di tumore, quando la malattia è più avanzata?
Nelle fasi più avanzate possono comparire tosse, sangue nell’espettorato, cioè emottisi, e dolore toracico, soprattutto quando viene interessata la pleura. Questi sono i principali sintomi da considerare. I soggetti a rischio, in particolare i fumatori e gli ex fumatori, dovrebbero valutare con il medico l’opportunità di sottoporsi a una Tac del torace nell’ambito di un percorso di screening, già a partire dai 40 anni. Questo è particolarmente importante per chi nella vita ha fumato molto. Con lo screening vengono identificati diversi noduli, ma soltanto una parte è costituita da tumori maligni. In molti casi si tratta di lesioni legate a processi infiammatori, a precedenti polmoniti o a bronchiti profonde. Il riscontro di un nodulo, quindi, non significa necessariamente che ci sia un tumore.
