Una naturopata in corsia. In una regione come la Sicilia, dove mancano medici, infermieri, specialisti e posti letto. Dove mancano risorse e, secondo le denunce periodicamente avanzate dalle organizzazioni di categoria, non sempre sono disponibili nemmeno tutte le dotazioni ritenute necessarie per affrontare eventuali emergenze sanitarie: come nel caso dei dispositivi di protezione individuali adatti per un’eventuale emergenza legata a ebola, di cui risulterebbero ancora sprovvisti numerosi Pronto Soccorso dell’isola. In questo contesto, una delle principali aziende ospedaliere universitarie dell’Isola, il Policlinico Rodolico-San Marco di Catania, ha scelto di affidare un incarico professionale a una naturopata, inserita tra i collaboratori del presidio sanitario. La naturopata, Giordana Proto, nel suo curriculum indica una pregressa esperienza lavorativa nell’azienda di famiglia, produttrice di kit chirurgici personalizzati ma anche di integratori e snack “adatti a chi ha patologie autoimmuni”. La vicenda ha immediatamente attirato l’attenzione di medici e accademici: la questione riguarda infatti il rapporto tra medicina basata sulle evidenze scientifiche, credibilità delle istituzioni pubbliche e tutela dei pazienti fragili. Secondo un atto del Policlinico datato novembre 2025, la naturopata risulta “affidataria di un contratto di collaborazione libero professionale per la realizzazione di specifiche attività nell’ambito degli studi clinici condotti presso Chirurgia Vascolare, Centro Trapianti e Pediatria a indirizzo Reumatologico”. La circostanza ha immediatamente assunto una rilevanza che va oltre il singolo incarico. Non solo perchè, tra le altre cose, gli ultimi dati AGENAS mostrano che l’Isola è tra le regioni con la più elevata mobilità sanitaria passiva, con un saldo negativo che supera i 140 milioni di euro, segno che migliaia di cittadini continuano a lasciare la regione per sottoporsi a interventi chirurgici, terapie e percorsi diagnostici ritenuti più accessibili o più qualificati altrove. Ma anche perché i reparti coinvolti non si occupano di pazienti qualsiasi. Si tratta di persone sottoposte a trapianto, spesso in trattamento con farmaci immunosoppressori, oppure di bambini affetti da patologie reumatologiche croniche che richiedono terapie altamente specialistiche. In altre parole, alcuni dei pazienti più vulnerabili che possano essere presi in carico da una struttura sanitaria pubblica. Ricordiamo inoltre che nei Pronto Soccorso della Sicilia, secondo un dossier stilato per conto dell’Assessorato alla Salute dell’isola, mai divulgato e già portato alla ribalta nazionale da un’interrogazione ministeriale presentata dal vice presidente della Camera, Giorgio Mulè, con l’obiettivo di ottenere informazioni chiare e trasparenti su eventuali carenze di questi reparti, mancano il 40 per cento dei medici necessari in organico. E parliamo di figure fondamentali per la salute dei cittadini.
Il nodo scientifico: cosa contestano il CICAP e parte della comunità medica
A trasformare una notizia locale in un caso nazionale è stato soprattutto l’intervento del CICAP, il Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sulle Pseudoscienze, l’organizzazione fondata nel 1989 su iniziativa di Piero Angela e di numerosi scienziati e divulgatori con l’obiettivo di promuovere il pensiero critico e il metodo scientifico. Il Comitato ha inviato una lettera al ministro della Salute Orazio Schillaci, chiedendo una verifica dei presupposti scientifici e professionali alla base dell’incarico. Nella missiva, il CICAP sottolinea che la professionista incaricata ha dichiarato di possedere una laurea in Scienze Olistiche a indirizzo Educazione Alimentare e Nutrizione conseguita presso l’università telematica LinkCampus di Zug, in Svizzera. Nella lettera inviata al ministro, il Comitato afferma inoltre che il piano di studi pubblicato dall’istituto comprenderebbe discipline quali iridologia, naturopatia quantica, oligoterapia karmica, riflessologia, floriterapia e aromoterapia tibetana. Secondo il CICAP, si tratta di approcci che non trovano riscontro nelle conoscenze consolidate della medicina contemporanea e che non fanno parte della formazione sanitaria universitaria riconosciuta in Italia. Da qui la richiesta al ministro di verificare se tali competenze possano essere considerate adeguate per attività inserite in contesti clinici complessi, e in caso contrario di intervenire affinché la decisione venga revocata. Il passaggio centrale della lettera è probabilmente quello in cui il CICAP precisa che il problema non riguarda la presenza di professionisti non medici negli ospedali. Psicologi, fisioterapisti, biologi, tecnici sanitari e molte altre figure svolgono infatti ruoli essenziali all’interno del Servizio sanitario nazionale. La questione, secondo il Comitato, riguarda invece la natura delle competenze valorizzate e il messaggio che una struttura universitaria pubblica trasmette quando attribuisce un incarico retribuito a una figura associata a pratiche per le quali, secondo i critici dell’iniziativa, non esistono evidenze scientifiche robuste secondo gli standard della medicina basata sulle evidenze. Nella lettera si legge inoltre che un incarico conferito da un’azienda ospedaliero-universitaria attribuisce inevitabilmente una forma di legittimazione istituzionale alle competenze selezionate. Per questo il CICAP chiede che la decisione venga riesaminata e che, se necessario, siano coinvolte le società scientifiche di riferimento della chirurgia vascolare e della reumatologia pediatrica prima di qualsiasi ulteriore sviluppo.
Perché il caso assume un peso ancora maggiore in un Policlinico universitario
La vicenda assume una rilevanza particolare perché non riguarda un ambulatorio privato o una struttura dedicata esclusivamente a percorsi di benessere, ma un Policlinico universitario pubblico, cioè una realtà che unisce assistenza sanitaria, ricerca scientifica e formazione dei futuri medici. I Policlinici universitari rappresentano infatti il livello più avanzato dell’assistenza ospedaliera italiana: sono sedi di studi clinici, attività accademica, formazione specialistica e sperimentazione di nuovi modelli organizzativi e terapeutici. In queste strutture si formano gli specialisti di domani e vengono prodotte molte delle evidenze scientifiche che successivamente orientano la pratica clinica nazionale. In queste realtà, ogni attività assistenziale dovrebbe essere coerente con i principi della evidence based medicine, il modello che richiede che gli interventi sanitari siano supportati da dati scientifici verificabili e sottoposti al vaglio della comunità scientifica internazionale. È proprio per questo che la presenza di una figura legata alla naturopatia, disciplina che non rientra tra le professioni sanitarie riconosciute dallo Stato italiano, viene considerata da molti osservatori un elemento particolarmente delicato. Il punto non riguarda soltanto l’attività concreta, ma anche il messaggio istituzionale che, secondo numerosi osservatori, potrebbe essere percepito dai cittadini. Quando una pratica entra in un Policlinico universitario, infatti, può essere interpretata come dotata di una forma di legittimazione scientifica derivante dal contesto istituzionale in cui viene proposta. Per il paziente può diventare più difficile distinguere tra ciò che è supportato da linee guida internazionali, studi clinici e prove di efficacia e ciò che appartiene invece all’ambito delle pratiche complementari. La questione appare ancora più sensibile considerando i reparti coinvolti. Centro Trapianti, Chirurgia Vascolare e Pediatria a indirizzo reumatologico non sono aree marginali dell’assistenza sanitaria, ma contesti ad alta complessità clinica dove vengono trattati pazienti sottoposti a terapie immunosoppressive, farmaci biologici e percorsi terapeutici estremamente delicati.
La reazione dei medici influencer e la domanda che riguarda tutta la sanità italiana
La vicenda è rapidamente esplosa sui social network. Numerosi medici e divulgatori scientifici, alcuni dei quali seguiti da centinaia di migliaia di utenti come Matteo Bassetti, direttore della Clinica di Malattie Infettive dell’IRCCS Ospedale Policlinico San Martino di Genova, Roberto Burioni, professore ordinario di Microbiologia e Virologia all’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, Marzio Sisti, medico infettivologo, specialista in Igiene, Medicina Preventiva e Sanità Pubblica, e molti altri hanno rilanciato la notizia esprimendo forte preoccupazione e a volte ironizzando sulla vicenda evocando nei loro post, in chiave polemica anche “oroscopi, pendolini e amuleti contro il malocchio”. Una provocazione che fotografa il clima di forte contrapposizione sviluppatosi attorno alla decisione del Policlinico e il timore, espresso da una parte della comunità medica, di un progressivo allontanamento dai principi della evidence based medicine. Al di là delle polemiche social, il caso apre però una questione più profonda. Quali criteri devono guidare l’ingresso di figure non appartenenti alle professioni sanitarie riconosciute nei percorsi assistenziali ospedalieri? Quale livello di evidenza scientifica dovrebbe essere richiesto prima che una pratica venga associata, anche indirettamente, all’attività di un ospedale universitario? Negli ultimi anni la medicina moderna ha compiuto enormi progressi grazie allo sviluppo di farmaci biologici, immunoterapie, terapie cellulari e tecniche chirurgiche sempre più sofisticate. In questo contesto, il principio secondo cui ogni intervento deve essere sostenuto da prove scientifiche verificabili rappresenta il fondamento stesso della credibilità del sistema sanitario. Naturalmente esiste un crescente interesse dei pazienti verso approcci complementari orientati al benessere, alla qualità della vita e alla gestione dello stress. Tuttavia, la distinzione tra supporto al benessere e attività clinica resta centrale nel dibattito. Secondo i critici dell’iniziativa, il rischio non è soltanto quello di introdurre pratiche la cui efficacia clinica non risulta supportata da evidenze scientifiche considerate sufficienti dagli standard della medicina basata sulle prove. Il rischio, sostengono, è appunto che un ospedale pubblico possa attribuire una forma di legittimazione istituzionale a discipline che non trovano un consenso scientifico consolidato. Una questione ritenuta ancora più delicata quando riguarda pazienti immunodepressi, trapiantati o minori. La vicenda del Policlinico Rodolico-San Marco arriva inoltre in un momento particolarmente complesso per la sanità siciliana, alle prese con carenze di personale, difficoltà di reclutamento e liste d’attesa. È proprio questo contesto a rendere il dibattito ancora più acceso. E’ giusto e opportuno che le energie organizzative e le (poche) risorse economiche, invece di essere essere concentrate sul rafforzamento delle professionalità sanitarie e delle dotazioni tecnologiche vengano dirottate su percorsi di questa tipologia? La risposta arriverà probabilmente dalle verifiche richieste e dall’eventuale intervento delle istituzioni competenti.
